Silvia Misiti, la dottoressa che prescrive l’arte ai pazienti

Nel Canton Ticino ricco di musei, progetti, mostre e iniziative, un’endocrinologa ha scoperto che la cultura ha un ruolo sociale

Un ritratto di Silvia Misiti, direttrice di Ibsa Foundation (particolare)
Mariella Rossi |

Ha la scienza nel nome e l’arte nel cuore. Ibsa Foundation per la ricerca scientifica da dieci anni porta avanti una visione innovativa tra la scienza e le arti, sviluppata in stretta collaborazione con musei e istituzioni culturali, come la Divisione Cultura della Città di Lugano, il Masi Lugano Museo d’Arte della Svizzera italiana, il Lac (Lugano Arte e Cultura), l’Usi Università della Svizzera italiana. Ne parla la direttrice Silvia Misiti, che ha iniziato la sua carriera come professoressa assistente di Endocrinologia presso La Sapienza di Roma e nel 2012 è arrivata in Canton Ticino per dirigere la nuova Fondazione, emanazione di una società farmaceutica.

Che cos’ha a che fare una fondazione scientifica con la cultura?
L’attività di Ibsa Foundation tende a contaminare la scienza con altri ambiti del sapere, partendo da un punto fermo: la cultura è una. Questa è una convinzione, un messaggio che con la Fondazione portiamo avanti con forza. La distinzione tra cultura umanistica e cultura scientifica è subentrata nel tempo per una necessità di schematizzare, ma di fatto non ci sono una cultura con la C maiuscola e una con la c minuscola.

Che cosa fa la sua Fondazione?
Com’è scritto nel nome: sostiene la ricerca scientifica. Ma la ricerca scientifica non è solo quella che si fa in laboratorio con provette e microscopio, è anche quella che si fa nei musei, nelle istituzioni culturali e nelle facoltà umanistiche. Il nodo della questione non risiede tanto nei contenuti quanto nell’approccio. Scientifico vuol dire rigoroso. Le fonti devono essere controllate, ci deve essere una base razionale da cui partire e uno schema sperimentale per giungere a delle conclusioni, sempre in un confronto con le comunità di riferimento.

Come ha trovato il Ticino?
Il Canton Ticino è un territorio piccolo, con il numero di abitanti di un quartiere di Roma, 350mila persone, ma è uno Stato all’interno della Confederazione Svizzera. Queste condizioni portano alla possibilità di fare sinergia. Qui sono numerose le persone che si occupano o si interessano di arti, molteplici sono le istituzioni e molto frequenti le attività culturali. Il calendario è a dir poco affollato.

Lei ha una formazione scientifica. Qual è stata la molla che le ha fatto prendere coscienza della necessità di attuare questo approccio?
Mi sono formata a Roma e laureata in medicina, ma dopo aver frequentato il liceo classico sono stata immersa nella cultura umanistica dalla quale non mi sono mai voluta separare. Quando sono arrivata a Lugano sono stata colta di sorpresa dal ruolo prominente che qui ha la cultura. Lugano è una piccola cittadina, ma molto attiva dal punto di vista culturale. In generale la Svizzera lo è, non solo per una questione di risorse. C’è più coraggio, la Svizzera eccelle per innovazione. È qui che mi sono resa conto del ruolo sociale che la cultura deve avere, l’ho imparato a Lugano, me l’hanno insegnato le persone con le quali ho iniziato a collaborare, per loro questo concetto era già radicato. Partendo da questa consapevolezza, mi sono resa conto che noi come Ibsa Foundation per la ricerca scientifica possiamo fare ancora di più: possiamo dare un aiuto non solo al ruolo sociale della cultura, ma anche a quello che può avere sulla salute.

Ma perché contaminare la scienza?
La scienza va contaminata, deve uscire dagli istituti di ricerca e dai laboratori, altrimenti è un circuito chiuso. Avvicinare la scienza alle arti è un modo per affrontare tematiche più divulgative, sempre con un approccio scientifico. In questo sta la novità. Quella che intendiamo come cultura scientifica fa fatica ad arrivare a un pubblico generale, a chi non è laureato in biologia, fisica o chimica e non ha le competenze per comprendere contenuti complessi. Contaminare con altre modalità di fare cultura permette di trasmettere a tutti messaggi scientifici importanti. Gli scienziati e gli artisti hanno molto più in comune di quello che siamo soliti pensare. Sono due figure (a volte la medesima figura, come nel caso, il più eclatante, di Leonardo da Vinci) che hanno la capacità di vedere cose che noi non riusciamo a scorgere. Loro le vedono prima e ci aiutano a visualizzarle.

Come si concretizza l’attività della Fondazione?
Fin dal primo momento (Ibsa Foundation è stata creata nel 2012 dall’azienda farmaceutica Ibsa-Institut Biochimique Sa, Ndr) con il presidente e il team della Fondazione abbiamo deciso di iniziare a dialogare con università e istituti di ricerca. Ci siamo avvicinati a musei delle scienze e delle arti che aiutiamo non solo con il nostro supporto economico, come fanno altre fondazioni, ma anche creando insieme dei progetti.

Quale obiettivo avete?
Le arti riescono a suscitare emozioni e queste fanno bene alla salute. Questo si può studiare e dimostrare a livello scientifico. Da qui nasce, in collaborazione con la Città di Lugano, il progetto chiamato «Cultura e Salute», che ha il fine di studiare gli effetti benefici del coinvolgimento culturale, di approfondirli e di farli conoscere.

Ci parli meglio dell’attività Arte e Scienza.
«SciArt SwitzerlAnd» è il progetto che Ibsa Foundation promuove per creare un dialogo tra questi due ambiti, in partnership con il Lac e con il Masi, con il quale abbiamo realizzato il ciclo «La scienza a regola d’arte», conversazioni tra scienziati e artisti, le ultime tra l’artista Julius von Bismarck e la fisica Tamara Vázquez Schröder, tra l’artista Stefano Cagol e il paleontologo Massimo Bernardi, e in ultimo Olaf Nicolai. Inoltre organizziamo convegni e forum, attività sempre gratuite, visto che siamo una fondazione non profit, come la nuova serie di eventi che prevede ospiti come Emanuele Trevi e Umberto Galimberti. Stiamo inoltre collaborando con istituzioni a Basilea e a Zurigo e in Italia.

Avete stabilito relazioni con accademie?
L’Università della Svizzera italiana (Usi) a Lugano è la più giovane di tutta la Svizzera e qui da poco è stata avviata una Facoltà di medicina. A loro abbiamo proposto di istituire un corso universitario di Cultura e Salute. È un corso opzionale, che mi auguro possa diventare obbligatorio. L’idea è far capire ai futuri medici che c’è bisogno anche di questa visione, ossia dell’effetto positivo sulla salute delle attività culturali. L’obiettivo finale è il social prescribing: in Gran Bretagna, Finlandia e altrove, i medici possono prescrivere al paziente un abbonamento al teatro o una visita al museo. Essendo un corso universitario innovativo, è aperto anche al pubblico oltre che agli studenti. Lo proponiamo da tre anni e quest’anno si concentra sull’uso della parola a scopo terapeutico, «Parole che curano», con eminenti esponenti del mondo della scienza e della cultura, professori della Facoltà di scienze biomediche e della Facoltà di comunicazione, cultura e società dell’Usi, e la collaborazione artistica del Lac di Lugano.

© Riproduzione riservata
Altri articoli di Mariella Rossi