Sicuri di essere sicuri?

Al MAMbo Aldo Giannotti gioca a sovvertire le regole

Una veduta della mostra «Safe and Sound» di Aldo Giannotti al MAMbo. Foto Valentina Cafarotti e Federico Landi
Valeria Tassinari |  | Bologna

Pensato in tempi pre Covid-19 e messo in campo al primo respiro di riapertura dei musei, il progetto «Safe and Sound», vincitore della VIII edizione del bando Italian Council della Direzione Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, ora suona, letteralmente, come una doppia sfida, liberatoria e apotropaica, al rispetto delle regole di sicurezza.

Scardinando tutte quelle convenzioni della fruizione museale che, se già prima ci controllavano, adesso più che mai ci impongono un codice di comportamento ingabbiato tra distanze e divieti, il lavoro di Aldo Giannotti dilaga fino al 5 settembre nello spazio del MAMbo, in un allestimento (a cura di Lorenzo Balbi, con l’assistenza curatoriale di Sabrina Samorì) in cui fotografia, disegni, rampe di scale, strutture architettoniche e sfondamenti (reali o virtuali) concorrono a censurare le proibizioni più convenzionali e repressive, per indurre il pubblico a una visita dinamica, esperienziale e performativa. Un’azione di autoliberazione dalle inibizioni, nella quale sono proprio i guardiani di sala, insolitamente addestrati per incitarti a trasgredire, a forzare il limite.

Artista di formazione internazionale ora di stanza a Vienna, Giannotti, disegnatore d’elezione, ha così voluto proporre le sue opere in un contesto relazionale nuovo, una sorta di meta-museo in cui la visione è ai margini di una liturgia di comportamenti rovesciati.

Un nuovo sistema di regole ad alto tasso di prossimità, secondo il quale toccare, disegnare, fotografare e parlare a voce alta è obbligatorio, l’imperturbabile sorvegliante ti avvicina parlandoti come un attore, il collezionista stacca il pezzo di parete con il disegno che più gli piace.

Un luogo socievole, dove i giovani artisti possono esporre le loro opere occupando gli armadietti per le borse mentre la gente che passa in strada può entrare liberamente in una «enclave» espositiva, aperta notte e giorno senza prenotazione, dove si può scrivere sui muri, e persino girare in bici intorno a una delle colonne portanti della struttura architettonica, simbolo del museo come pilastro della cultura. Una provocazione in fondo gioviale che, tra un «Welcome» e un «Goodbye», ti accoglie per sorprenderti con una comfort zone che in fondo destabilizza un po’.

Bravo a Lorenzo Balbi, direttore del museo, che ha sostenuto questo lavoro anche in tempi in cui la sicurezza è una religione, per seguire una delle prescrizioni per la visita più care all’artista: «Se ha intenzione di correre un rischio, la prego di coinvolgermi».

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