Serena Bertolucci: il rilancio dell’M9 passa anche da Banksy

La neodirettrice illustra progetti e mostre per il Museo multimediale del Novecento di Mestre: «Dobbiamo creare il desiderio, magari anche attraverso proposte multidisciplinari. Mi piacerebbe che altri linguaggi non convenzionali venissero accettati come mezzi per comprendere il secolo»

Serena Bertolucci, direttrice di M9, il Museo multimediale del Novecento di Mestre
Veronica Rodenigo |  | Mestre

Il primo dicembre 2018, alla presenza dell’allora presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati e del ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli inaugurava a Mestre M9, il Museo interamente multimediale dedicato alla storia del Novecento italiano. Dieci anni di gestazione, 4 di cantiere, 110 milioni di euro d’investimento finanziati da Fondazione di Venezia.

Mutato lo slogan da «A New museum for a New city» in «A new district for a new city», il nuovo polo culturale puntava al raggiungimento dei 200mila visitatori annui e a un’autosufficienza derivante per una buona metà dai proventi della parte destinata agli affitti di retail e uffici gestita dalla società strumentale M9 District (ex Polymnia s.r.l.). Il 2019 si chiude però con un disavanzo 4,32 milioni per la sola parte museale con un totale di 60mila visitatori calati a 30mila per il 2022 (con disavanzo di 1,93 milioni) e saliti a 45mila nel 2023. Dato economico 2023 e annus horribilis del Covid non ancora pervenuti.

Nel suo quinto compleanno, dopo l’avvicendamento di due direttori (Marco Biscione e Luca Molinari), 10 proposte temporanee (molto eterogenee) e diversi advisor per il riposizionamento della parte destinata a reddito, il Polo del Novecento può dirsi non ancora decollato e per paradosso ancora poco conosciuto. Che cos’è mancato davvero a una struttura che non ha nulla da invidiare, per qualità architettonica (il progetto porta la firma di Sauerbruch Hutton) e contenuti, a una capitale europea? Sicuramente le scelte gestionali della proprietà hanno non poco influito nel mancato sviluppo del museo, la cui parola d’ordine rimane ancora oggi «rilancio».

E sebbene negli ultimi tempi  si registrino alcuni segnali positivi (tra questi la recente inaugurazione del nuovo spazio multimediale «Infoxication. Accecati dai dati» e il buon risultato dall’ultima mostra temporanea «Rivoluzione Vedova», con oltre 20mila visitatori), non è un testimone facile quello che raccoglie oggi Serena Bertolucci, direttrice uscente di Palazzo Ducale a Genova. È lei la nuova figura scelta come guida di M9 dal Consiglio di amministrazione di Fondazione di Venezia. Una sfida che Bertolucci raccoglie con energica determinazione e sincero coinvolgimento.

Com’è approdata a M9?

È stata una delle possibilità che mi si sono presentate quando è stata resa pubblica la notizia che non avrei partecipato alla selezione del Ducale. Si tratta di una scelta consapevole: ridare forma alle istituzioni culturali è sempre stata la cifra della mia azione da direttore. Non mi ha mai interessato il ruolo di direzione «classica». Io pratico un tipo di cultura sociale, un processo trasformativo della società. Più ci si avvicina a questa dimensione e più l’esperienza m’interessa. Quest’occasione mi pone davanti a una serie di sfide che mi piacciono. M9 è un museo totalmente diverso da tutti gli altri, che necessita di nuove coordinate. Il fine è fare di questo luogo un museo per un pubblico di prossimità, attivo sulla comunità che ha bisogno di identificarsi in esso. La dimensione novecentesca è estremamente contemporanea ed è qualcosa che manca a Venezia. Questa secondo me è la vera rivoluzione.

La parola d’ordine dunque è «rilancio». Quali sono le strategie che lei intende attuare in maniera prioritaria?
Innanzitutto bisogna premettere che l’attenzione verso i due tipi di pubblico, di prossimità e allargato, non confligge e che le due tipologie possono assolutamente coesistere. Quindi come prima cosa sarà necessario mettere in campo iniziative che configurino M9 come luogo della cultura. Faremo piccole esposizioni puntuali, destinate alla fidelizzazione, lavoreremo molto sulla membership, con le associazioni in maniera che questo luogo sia più possibile permeabile e di appartenenza anche con occasioni d’ingresso ripetute alla esposizione permanente. Dobbiamo creare il desiderio, magari anche attraverso proposte multidisciplinari e multilinguaggio. A questo si affiancheranno due grandi mostre in programma  a breve, dedicate a Banksy (23 febbraio-2 giugno 2024) e al fotografo e artista canadese Edward Burtynsky (21 giugno-12 gennaio 2025). A Venezia, come sappiamo, c’è un graffito di Banksy (il «Bambino migrante»,  realizzato sul muro di un palazzo privato in Campo San Pantalon, Ndr) e a me piacerebbe molto che M9 potesse fornire i mezzi critici per andare a comprendere quella parte di patrimonio magari con iniziative tra la Laguna e Mestre. È un tema sfidante. Sono fermamente convinta che il Novecento sia la chiave per comprendere il nostro secolo.

Ha già chiara una linea per le mostre future?

Credo che occorra individuare delle tematiche tipicamente novecentesche e svilupparle. Nel corso della mia carriera, anche quando le ho acquistate, non ho mai fatto mostre che non avessero un legame con il luogo dal quale partivano. Quindi vorrei mantenere un’omogeneità e delineare un tema forzatamente novecentesco e così andare avanti.

Che cosa pensa in merito alla necessità di un riposizionamento dell’M9 su scala extraregionale?
Mi piacerebbe moltissimo iniziare a lavorare sulla rete dei musei del Novecento, magari anche condividendo strategie sulla parte educational e cominciare a raffrontarci anche con altri capisaldi del Novecento. Sto pensando ad esempio a Olivetti… L’idea di fondo è lavorare su una rete per fare massa critica sul territorio. C’è tanto lavoro da fare per riposizionamento e presenza sul territorio nazionale.

Sinora abbiamo parlato delle necessità del museo, ma di che cosa invece avrà bisogno in futuro il nuovo direttore dell’M9?
Che le persone si innamorino di questo luogo e capisco che non sarà facile perché M9 è un po’ come una fidanzata caratteriale. Mi piacerebbe che altri linguaggi non convenzionali venissero accettati come mezzi per comprendere il secolo. Poi vorrei tempo e questo credo sia un privilegio che non ho. Vorrei anche la possiblità di essere ascoltata senza pregiudizi.

Anche dalle istituzioni locali?
Da chiunque abbia voglia di provare a costruire un progetto culturale. Non credo, anche se è importante, che l’indicatore di un’operazione culturale sia il numero di visitatori, bensì credo che l’azione della cultura debba essere misurata per i cambiamenti che può fare sul territorio. Mi piacerebbe moltissimo anche lavorare sull’integrazione proprio perché sono convinta di poter fare la differenza. E mi auguro di esser in grado di farla.

© Riproduzione riservata L’M9 a Mestre è stato inaugurato a fine 2018
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