Separare Cultura e Turismo è sbagliato

Filippo Del Corno, assessore alla cultura di Milano: «Il turismo del futuro sarà più attento ai valori della sostenibilità e del rispetto per i valori dei patrimoni artistici»

Filippo Del Corno
Ada Masoero |  | Milano

Assessore milanese alla Cultura dal 2013 (nella Giunta Pisapia), poi riconfermato nel 2016 dal sindaco Giuseppe Sala, Filippo Del Corno (Milano, 1970), musicista, compositore e «politico della cultura», è stato chiamato nello scorso marzo dal segretario del Partito Democratico Enrico Letta a far parte della Segreteria nazionale del partito come responsabile della Cultura. Con lui parliamo del suo incarico e dei problemi (ma anche delle opportunità) che l’Italia della cultura si appresta ad affrontare dopo l’anno terribile della pandemia.

Assessore Del Corno, che cosa prevede il suo nuovo compito di responsabile del Pd per la Cultura?
Sono stato chiamato a far parte di un organismo collegiale che supporta su più fronti il segretario nella linea politica: il mio compito è costruire un dialogo attivo e ricettivo con il mondo della cultura, portando un contributo d’idee per sviluppare una nuova proposta politica. E il mio primo suggerimento è stato quello di superare l’idea di cultura come semplice fattore di sviluppo del turismo e di crescita economica. Oggi più che mai occorre invece concentrarsi sul valore sociale della cultura, che si regge su due assi: incrementare il patrimonio cognitivo della comunità (che, questo sì, sulla distanza sviluppa l’economia) e promuovere una cittadinanza attiva, perché la cultura genera coesione.

Il Pd ha non soltanto un ministro della Cultura, ma ora anche un responsabile cultura del partito. C’è il rischio di qualche incompatibilità?
Non direi, perché una cosa è l’attività di Governo, altra quella di partito. C’è una divisione di responsabilità. Il vantaggio, se mai, è che il dialogo con il ministro Franceschini è già avviato da tempo. Ciò che comunque mi sembra significativo è che Enrico Letta abbia scelto per il Pd una persona con competenze amministrative, perché le idee devono poter avere gambe con cui camminare.

Negli altri partiti italiani c’è una figura analoga alla sua?
I partiti organizzati (penso per esempio alla Lega) hanno un responsabile cultura; quelli «personali» no.

Come vede la riapertura dei musei e dei luoghi della cultura? Quali i problemi, le opportunità, le urgenze?
Il primo problema è che ancora non si sia andati nella direzione dell’irreversibilità. È fondamentale che le aperture siano attente e graduali ma irreversibili. Purtroppo non è accaduto. L’altro vero obiettivo è tornare a garantire la partecipazione culturale, cancellando lo stigma sui luoghi della cultura, che sono stati i primi a chiudere, gli ultimi ad aprire. Mentre è noto che sono fra più sicuri, e non solo per le precauzioni che vi si prendono ma perché la loro frequentazione induce a comportamenti attenti e rispettosi. Dobbiamo muoverci per accompagnare la ripresa autunnale con una grande campagna di comunicazione che rassicuri il pubblico.

Come valuta, oggi, la riforma Franceschini? Che cosa pensa dei direttori stranieri?
Sono sempre stato un convinto assertore di questa riforma. In una prospettiva europea, ammetto di fare fatica a considerare «straniero» qualcuno. Noi abbiamo espresso una figura come Paola Antonelli, curatrice Architettura e Design del MoMA: non penso che a New York abbiano fatto questioni riguardo alla sua nazionalità. Ciò che conta è la competenza e, per restare a Milano, credo che figure come James Bradburne, direttore di Brera, o i sovrintendenti della Scala Lissner, Pereira e, ora, Meyer abbiano portato una visione diversa, e di grande qualità.

Pensa che la separazione tra i Ministeri della Cultura e del Turismo sia stata una buona scelta?
Non credo, oggi, che sia stata positiva. La connessione cultura e turismo esiste, sebbene nessuna delle due componenti debba essere ancillare rispetto all’altra. La competenza di chi guida le politiche culturali e turistiche dovrebbe saldarsi in un’unica sede. Ma non dobbiamo dimenticare che il turismo del futuro sarà più attento ai valori della sostenibilità e del rispetto per i valori dei patrimoni artistici, culturali e paesaggistici. Spero (e i segni lo dicono) che sia tramontata la precedente dimensione massiva del turismo.

Che cosa si sente di chiedere, come partito di Governo, ai Ministeri della Cultura e del Turismo per l’immediato futuro?
Oltre all’irreversibilità delle aperture, necessaria anche per tutelare le professionalità di chi nella cultura lavora, occorre tutelare i luoghi fisici della cultura e non mi riferisco solo a musei, teatri, biblioteche, ma anche a quegli spazi ibridi, di faglia, dedicati per lo più ai nuovi linguaggi della creatività che, spesso in aree difficili, uniscono attività culturali e commerciali: queste, però, funzionali al sostentamento delle prime. Penso a un luogo come il «Nuovo Armenia», nel quartiere milanese Dergano (ma ce ne sono in tutt’Italia), che è sì un cinema ma che offre anche attività di formazione per stranieri e sviluppa socialità e partecipazione. È indispensabile che siano riconosciuti, per il loro ruolo sul piano sociale.

Quali sono state le criticità al momento della riapertura per Milano, città di cui è assessore dal 2013?
Erano pronte le attività espositive e museali, già sperimentate a febbraio; più difficili le riaperture per le attività di spettacolo, dove i processi produttivi sono più lunghi. L’incertezza legata alla programmazione è mortale per lo spettacolo: se devo scritturare un artista per andare in scena fra tre settimane, devo essere certo che fra tre settimane potrò farlo.

Il Fondo per la Cultura del Governo per il sostegno al reddito dei lavoratori ha funzionato? Milano ha ricevuto sovvenzioni?

Sin dal marzo dello scorso anno noi assessori alla Cultura abbiamo portato all’attenzione del Governo questa emergenza. Alcune Regioni sono intervenute in maniera efficace, mentre i Comuni non hanno gli strumenti per farlo. Con il Fondo di mutuo soccorso istituito dal sindaco Giuseppe Sala, tuttavia, Milano ha destinato 2,5 milioni a un Piano Cultura che, sommandosi ai ristori, ha garantito la sopravvivenza del comparto. E per il 2021 siamo riusciti a confermare il bilancio ordinario della città. Il vero punto, tuttavia, è capire come incanalare questa ripresa in una prospettiva futura. Servono programmi che accompagnino la città a riprendere la consuetudine alla frequentazione dei luoghi della cultura. Proprio per sostenere il comparto degli spettacoli dal vivo, abbiamo creato l’iniziativa «Milano che spettacolo!». Come dicevo, da ottobre vorremmo indurre il pubblico a tornare a frequentare i luoghi della cultura attraverso incentivi e con una comunicazione efficace che cancelli lo stigma di «pericolosità» che li ha ingiustamente colpiti.

Alla vostra Amministrazione è stata rivolta più d’una critica per la scarsità di progetti culturali nei nuovi quartieri o nelle periferie di Milano. Che cosa può rispondere?

Accetto ovviamente le critiche come stimolo a migliorare ma di fronte a quest’osservazione rimango stupefatto. A City Life si sta sviluppando il più importante parco di arte contemporanea d’Italia e c’è una multisala cinematografica gestita dall’Anteo, dunque con una programmazione d’eccellenza. Non solo, nei progetti di riqualificazione di tutti gli scali ferroviari sono protagonisti soggetti culturali, come per esempio accade allo Scalo di Porta Romana con Fondazione Prada. Quanto alle periferie, abbiamo aperto il Teatro Bruno Munari nel quartiere Dergano e al QT8 arriverà il Casva, Centro di Alti Studi sulle Arti Visive. Le aree di espansione urbana stanno conoscendo un’espansione culturale altrettanto intensa, grazie anche al collegamento che è stato sviluppato tra gli Assessorati alla Cultura e all’Urbanistica: nella convenzione della Biblioteca degli Alberi a Porta Nuova, per esempio, è stato inserito il principio delle attività culturali. E tengo a ricordare, sebbene non si trovi in periferia ma nel cuore della città, l’apertura della Casa degli Artisti, uno dei progetti di cui sono più orgoglioso, dove si sperimentano nuovi strumenti e nuovi linguaggi. Certo è che bisogna capire qual è la sostenibilità economica complessiva degli spazi culturali. Torno perciò sugli spazi ibridi, che hanno, sì, funzioni commerciali ma sempre funzionali a quelle culturali. La legislazione italiana al riguardo è piuttosto arretrata ma sarà questo il nucleo fondante per la diffusione della cultura nei quartieri.

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