Se l’arte è un pasticcio chiamate un cureditor

Il curatore deve saper fare anche il dj

Franco Fanelli |

Si era alla fine dello scorso gennaio e il sismografo dei social per qualche giorno sembrava impazzito. Gabry Ponte, al secolo Gabriele Ponte, dj torinese classe 1973, annunciava di dover far fronte chirurgicamente a un problema cardiaco. Per qualche giorno ha tenuto col fiato sospeso i suoi 350mila follower ma poi è andato tutto benissimo e via, più bello e più forte di prima, a parte l’ala di gabbiano delle sopracciglia un po’ trascurata.

Se Gabry Ponte ci è tornato in mente la «colpa» è di Ilaria Bonacossa. Noi ce ne stavamo lì tranquilli in smart working, pantofole e torpido pile d’ordinanza, e lei telefona per dirci che le mostre del programma «Artissima Unplugged», sia pure per i pochi giorni risparmiati dal lockdown invernale dei musei, sono aperte. Si è trattato, in sostanza, di tre rassegne, una alla Gam, una a Palazzo Madama e una al Museo d’Arte orientale, realizzate con opere inviate da alcune gallerie che avrebbero dovuto partecipare alla fiera torinese se il Covid-19 non l’avesse bloccata.

Si era appunto alla Gam con Ilaria Bonacossa in visita alla sezione più ampia del programma. Una mostra perfetta, eppure c’era qualcosa che non tornava. La gran parte delle opere esposte, ancorché di recente ed eccellente fattura, non rivelavano nulla di particolarmente nuovo rispetto a quello che si è visto negli ultimi cinque anni. Lo stile era quello dominante, all’insegna di una ricetta-pastiche senza tempo che oggi premia la pittura e soprattutto l’usato sicuro del «decoro che arreda». Ma allora perché era una bella mostra, fatta di opere in dialogo reciproco, di incontri dai quali scaturivano pensieri e piacere?

Forte della sua esperienza di direttrice di museo, Ilaria Bonacossa sa come si fanno gli allestimenti e le mostre. A Torino ha imparato anche come si fa una fiera. «Ma in questo caso ho messo insieme tutte le mie diverse esperienze, per trasformarmi da curatrice in editor. Non ho scelto io le opere; ho dovuto organizzarle in un formato, quello della mostra», affermava.

Ed è riflettendo su queste parole che, ora dopo ora, sulla nostra testa si è allungata l’ombra dell’ala di gabbiano di Gabry Ponte. Che di mestiere fa il dj, ma lo fa in tempi in cui la confezione sembra più importante del contenuto. Quando sentiamo dire: «È una canzone di Gabry Ponte» non è proprio così. Stiamo caso mai parlando di un brano altrui ma genialmente e sincopatamente «remixato»: tra le sue vittime di successo, una ballata britannica del XVI secolo, «Geordie», resuscitata nel 1966  da Fabrizio De André e dal 2002 cavallo di battaglia del dj risanato. 

Così che il demone del remix e del dubbio si è insediato nei nostri cattivi pensieri. Siamo sicuri che i curators, categoria la cui supponenza affligge ormai da un paio di decenni il sistema dell’arte contemporanea, non siano in fondo che dei dj che mettono sul piatto motivi di successo tramutati in rap o disco-music? O magari degli «editor», per usare l’espressione onestamente utilizzata da Ilaria Bonacossa (che, fortunatamente, non ha nulla dei curator di ultima generazione)?

Quante volte «creano» realmente una mostra, scegliendo liberamente le opere? Quanti biennali non sono in fondo che delle compilation redatte sotto dettatura di chi e che cosa sappiamo tutti? E se il tipo variamente spocchioso (in genere dotato di laurea in filosofia e un paio di master sulla curatela e l’economia dell’arte), che con formule generiche si presenta alla conferenza stampa come il demiurgo della situazione, non fosse altro che il sapiente disegnatore d’interni che dà una logica formale (editoriale) a una massa informe di oggetti pre-scelti e di offerte preconfezionate?

A pensarci bene, il titolo più onesto mai dato a una mostra d’arte contemporanea è «Zeitgeist» (Berlino, 1982, a cura di Christos Joachimides e Norman Rosenthal). Un bel parolone tedesco che significa «Spirito del tempo» ma che potrebbe essere tradotto con un più terra-terra «che cosa “va” oggi». Ma siccome oggi, a differenza dell’82, «vanno» contemporaneamente un sacco di cose apparentemente assai diverse per forma e tendenza, ecco che in soccorso di una produzione artistica sempre più sfilacciata viene in soccorso il cureditor.

Se è bravo, ma è difficilissimo essere un buon editor, avremo una bella mostra. Si dice del resto che Raymond Carver sarebbe rimasto nell’ombra senza un editor come Gordon Jay Lish. E forse tra i giovani italiani (che magari di De André non hanno mai sentito parlare) nessuno conoscerebbe il triste destino del ladro di cervi Geordie senza il remix di Gabry Ponte. Il quale, tra l’altro, è anche un efficace influencer, proprio come certi curators.

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