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Mostre

Scultura per l’occhio, pittura per il tatto

Al Mart i maggiori nuclei di lavori realizzati tra gli anni ’60 e gli anni Duemila dall'artista americano Artschwager

«Door }», 1983-84, di Richard Artschwager. Collezione di Kerstin Hiller e Helmut Schmelzer, in prestito al Neues Museum di Norimberga. Photo: Annette Kradisch

Rovereto (Tn). Il lavoro di Richard Artschwager (1923-2013) è stato descritto in molti modi: come Pop art, per l’estetica ispirata a oggetti pratici e funzionali e l’utilizzo di materiali industriali, fra cui formica e celotex; Minimal art, per le forme geometriche ed essenziali che compongono il suo vocabolario visivo; e infine come Conceptual art, per il distacco cerebrale e l’assenza di pathos delle sue produzioni.

Eppure, nessuna di tali definizioni è in grado di illustrare l’opera dell’artista americano, un ex artigiano che cominciò a dedicarsi alla scultura (e in seguito alla pittura) dopo l’incendio che distrusse il suo laboratorio alla fine degli anni ’50. Il Mart di Rovereto ospita dal 12 ottobre al 2 febbraio un’ampia antologica, a cura di Germano Celant coprodotta insieme al Guggenheim di Bilbao (dove la mostra si strasferirà la prossima primavera) che ripercorre le fasi della prolifica carriera di Artschwager.

In mostra i maggiori nuclei di lavori realizzati tra gli anni ’60 e gli anni Duemila: dai primi dipinti in bianco e nero su celotex alle sculture di tavoli e sedute in legno e formica e alle «crates» degli anni ’90, oggetti in legno e ferro che simulano bauli per il trasporto di opere d’arte o casse da morto. Fra i temi cari ad Artschwager, e indagati nella retrospettiva al Mart, il discorso sull’illusionismo pittorico e scultoreo e sulla relazione oggetto-immagine. Nelle parole dell’artista, «La scultura è per il tatto, la pittura per l’occhio. Ma ciò che voglio fare è una scultura per l’occhio e una pittura per il tatto».

Nel lavoro di Artschwager, difatti, un tavolo o una sedia, dipinti allo scopo di esasperare o annientare l’illusione del trompe-l’œil, sono, allo stesso tempo, mobile, scultura e immagine. L’esposizione si conclude con la produzione tarda dell’artista, caratterizzata da nuovi cromatismi e materiali: fra le opere degli anni Duemila, i macro punti esclamativi e le silhouette antropomorfe in masonite e crine gommato.

Federico Florian, da Il Giornale dell'Arte numero 401, ottobre 2019


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