Schiavitù: il pentimento dei Paesi Bassi

Al Rijksmuseum dieci storie vere tra schiavi e trafficanti, schiavisti e uomini liberati

«Schiavi che scavano un fossato» (1850 ca), di autore anonimo, Amsterdam, Rijksmuseum. Acquistato con il sostegno del Johan Huizinga Fonds/Rijksmuseum Fonds
Elena Franzoia |  | Amsterdam

È una mostra memorabile quella che il Rijksmuseum dedica alla Schiavitù (fino al 29 agosto). Per la prima volta infatti un museo del Paesi Bassi affronta globalmente questo fenomeno spinoso ma indissolubile dalla storia olandese, che dal ’600 all’800, per 250 anni, ha costituito una delle principali fonti di ricchezza dell’agiata società borghese e uno dei più importanti commerci delle Compagnie delle Indie Occidentali e Orientali.

La mostra è allestita da Afaina de Jong, dello studio Afarai, e curata da un team composto da Eveline Sint Nicolaas, Valika Smeulders, Maria Holtrop e Stephanie Archangel, cui si deve anche la cura del catalogo (una coedizione Rijksmuseum e Atlas). Come precisa Valika Smeulders, «“Slavery” si concentra su dieci storie vere, offrendo una panoramica completa di come le persone abbiano affrontato l’ingiustizia legalizzata».

Tra schiavi e trafficanti, schiavisti e uomini liberati, la mostra (estesa alle collezioni permanenti del museo, in cui per un anno saranno evidenziate le opere relazionate al tema) accoglie prestiti internazionali da istituzioni pubbliche e private di Danimarca, Sud Africa, Saint Eustatius, Curaçao, Indonesia e Suriname.

Integrano la visione di opere e oggetti (che vanno dai ceppi per i piedi conservati al Rijksmuseum ai ritratti di famiglia di Jacob Coeman, da cofanetti istoriati a opere di artisti contemporanei come La Bouche du Roi di Romuald Hazoumè del British Museum di Londra) un audiotour «narrato» da personalità afro come Joy Delima, Remy Bonjasky e Anastacia Larmonie e il progetto «Look at me now,» che permette ai visitatori di rielaborare le proprie impressioni sotto la guida degli artisti del Curaçao David Bade e Tirzo Martha.

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