Scaramuzza tra realtà e visioni

Il saggio di Vittorio Sgarbi dal volume sulle 243 tavole di Francesco Scaramuzza per la Divina Commedia, pubblicato da Allemandi

La copertina del libro «Scaramuzza. Le tavole per la Divina Commedia», edito da Allemandi & Co
Vittorio Sgarbi |

Un libro raccoglie la colossale opera del pittore ottocentesco che credeva di essere il tramite dei grandi poeti del passato. La sua interpretazione delle tre Cantiche era considerata assai più fedele allo spirito dantesco di quella di Doré.

Nato robustissimo, fu camminatore alpestre instancabile; e non gli dava nessun incomodo l’inerzia: seppe reggere per anni al tavolino, quando illustrava la Divina Commedia, quattordici, quindici, sedici ore al giorno»: così il poeta e saggista Alberto Rondani ricordava il pittore Francesco Scaramuzza (Sissa, 1803-Parma, 1886). I 227 disegni dedicate alle tre Cantiche dantesche, comparsi tra il 1870 e il 1875, costituivano un modello esemplare, insieme ai disegni di Flaxmann incisi da Tommaso Piroli e pubblicati nel 1793 e alle illustrazioni di Bartolomeo Pinelli edite nel 1826 all’epoca in cui Vittorio Alinari, fondatore del celebre Stabilimento fotografico fiorentino, bandì un concorso per celebrare il VI centenario dell’elezione di Dante Alighieri a priore delle Arti nel governo della Repubblica Fiorentina.

Si era nel maggio del 1900 e a quel concorso vennero ammessi, tra gli altri, Alberto Martini, Galileo Chini, Duilio Cambellotti, Adolfo De Carolis e Giovanni Fattori. Ed è quanto mai significativo che l’opera dantesca di Scaramuzza, artista di solida formazione classica e sensibile interprete di pittura sacra e di storia, venisse preferita a quella, che pure ebbe maggior fortuna editoriale, di Gustave Doré, le cui illustrazioni vengono pubblicate dal 1861 fino al 1868.

Nel 1865, anno della prima edizione italiana dell’
Enfer, Francesco Scaramuzza inizia a lavorare ai disegni per il suo Inferno, dietro commissione del governo di Parma, in vista della pubblicazione di una grande edizione della Commedia. Poco dopo il progetto editoriale relativo al ciclo illustrativo viene interrotto ma Scaramuzza continua il lavoro per proprio conto. Quello straordinario ciclo di illustrazioni viene ora ripubblicato in un volume edito da Umberto Allemandi in occasione del VII centenario della morte di Dante Alighieri. Il testo che segue è tratto dal saggio di Vittorio Sgarbi contenuto nel volume.

(Nel) sesto centenario della nascita di Dante, continuando l’opera illuminata di Maria Luigia, Luigi Carlo Farini, capo del governo ducale, tenne vivo il laboratorio culturale della città, e chiese a Scaramuzza le tavole per una nuova edizione della Commedia. È lo stesso Scaramuzza a ricordarcelo in una lettera all’abate Iacopo Ferrazzi, valoroso dantista: «Corsi a Modena per vedere di tormi d’addosso si gran peso, tanto più che avrei dovuto compiere il lavoro in sei anni, tanti ne mancavano al 1865, ricorrenza del centenario, e quello che io avevo eseguito sopra soli 26 canti dell’inferno, con ben 170 quadri di schizzi a penna, non avrebbe potuto punto servire al per me vasto sebbene onorevolissimo incarico».

Ma la lusinga era più forte della difficoltà, e Scaramuzza, con uno stipendio annuo di 1.500 ducati, iniziò l’impresa. Sappiamo che il 31 agosto 1861 erano stati compiuti quattordici disegni (...): «E siccome poi ho cominciato ad eseguire disegni a penna un po’ più che a mezza macchia e di grandezza abbastanza rilevante, perché la mia vista ne soffra il meno possibile, così mi costano tempo e fatica appena credibili». Alla scadenza del centenario a Firenze furono esposti settantatré disegni del solo Inferno. Così negli anni successivi l’opera continuò senza vincoli di scadenze commemorative. Nel 1872 a Parma furono esposti centoventi disegni per il Purgatorio e, nello stesso anno, a Milano, e ancora a Parma, cinquanta disegni per il Paradiso.

Questa è l’opera vera, l’entelechia della ricerca creativa di Scaramuzza, sempre subordinata alla letteratura, appassionatamente praticata in opere metaletterarie come le Poesie spiritiche (1866), il Poema sacro dettato dallo spirito di Ludovico Ariosto al medio Francesco Scaramuzza (1873), Saggio di commedie dettate dallo spirito di Carlo Goldoni (1873), Due canti sulle corporali esistenze dello spirito dettati da Dante Alighieri (1875). Queste esperienze della piena maturità dell’artista allineano l’ispirazione poetica mediatica e l’illustrazione di Dante.

Scaramuzza, compiuta la parabola di pittore con l’ultimo vero capolavoro, Madonna col Bambino della Collezione Perizzi, estrema originale interpretazione del correggismo, in una sintesi di spiritualità e affettuoso intimismo, databile fra il 1867 e il 1858, entra nell’aldilà, inizia a vivere con le ombre evocate da Dante, le materializza nei suoi disegni e le sente parlare, in una sorta di allucinazione mediatica. L’attività febbrile di questi anni si rispecchia perfettamente e accresce di suggestione e di persuasione nell’attività spiritica. Il pittore rivela quello che gli spiriti gli dicono. Ciò che sembra confinare con la follia è la garanzia di un’ispirazione più alta e poeticamente motivata, che rende così originali le tavole dantesche anche rispetto alla precedente produzione dell’artista.

Non c’è dubbio che Francesco Scaramuzza fosse, in tutti i sensi, un visionario. Proprio in una lettera in appendice ai Due canti sulle corporali esistenze dello spirito dettati da Dante, leggiamo: «Li miei amati Spiriti insistono nel dirmi che intanto la mia Medianità si va rafforzando e facendosi migliore, cosicché hanno fiducia che arriverò a udirli assai più chiaramente, e quindi, oltre ai concetti, potrò anche dare ai dettati una veste assai più propria forse non disdicevole ai singoli autori che me la intuiranno, seppure non ottengano da Dio di farmeli udire all’orecchio, o farmeli scrivere con medianità meccanica. Io per verità non so abbandonarmi a tale lusinga, ma nemmeno posso disperare di ottenere qualche maggior vantaggio di essa Grazia, giacché io mi dò ressa per quanto so e posso, di migliorare il mio spirito incarnato onde più facilmente conseguire un tanto favore».

Scaramuzza pensava di essere il tramite per il proseguimento dell’attività creativa dei grandi poeti. Lo credeva veramente, confidando nelle facoltà di medium (come si firmava: «Medio Y»): «Speriamo dunque che la mia Medianità vada rafforzandosi e rendendosi più atta all’alto ufficio sicché il Dante non isdegni di ispirarmi i suoi nuovi Canti; che il Petrarca mi continui le sue sublimi Canzoni; il Tasso il suo Poema incominciato; come il Giusti, il Leopardi, l’Ariosto, la Eleonora Pimentel, l’Ada Corbellini i Poemi loro; e così Metastasio e il Romani i loro Drammi; il Goldoni le sue Commedie e l’Alfieri le sue Tragedie». Se l’artista non fosse, nel lungo racconto della Commedia, così ispirato e con una tale sostenutezza e continuità nei risultati, sull’onda di quell’alto capolavoro che è l’Assunta di Cortemaggiore, si penserebbe di leggere un matto.

D’altra parte Scaramuzza non è solo, nella sua elaborazione fantastica. A Parma anche Jacopo Sanvitale che era in corrispondenza con un uomo saggio come Terenzio Mamiani, ministro dell’istruzione, che lo asseconda, dialoga con i morti, evoca gli spiriti insieme a Francesco Scaramuzza, in un’attività che pochi riconoscevano come scienza nuova e molti ritenevano indegna «di persone di retto pensare» e piuttosto adatta a «teste esaltate e visionarie». Scaramuzza è convinto di essere il tramite di Dante e degli altri poeti (...). Ciò che a noi importa è che, al di là di queste suggestioni e manie, la condizione psicologica nella quale lo Scaramuzza si pone è favorevole all’elaborazione di immagini dal testo dantesco, in una continua proiezione nel mondo dei morti e delle anime.

Osserva Enrico Dall’Olio: «In realtà come poeta lo Scaramuzza non fu mai preso sul serio dai suoi contemporanei e molti amarono scherzare sulla sua mania di proclamarsi “poeta per procura”; la sua ostinazione a credersi ispirato lo danneggiò assai e lo isolò e molti che ebbero tra le mani i suoi libri, non li lessero ma si credettero in diritto di ridere... Dai più le sue composizioni spiritiche erano considerati “parti di esaltata fantasia”». Non c’è dubbio che i versi «postumi» non sostengano la dimensione lirica autentica, l’intuizione dello spazio immateriale nel Paradiso o il sentimento della natura che occhieggia a Lorrain e apre ai preraffaelliti nel Purgatorio, rinunciando ai facili effetti di cui si compiace Gustave Doré. Se ne era bene accorto Alberto Rondani che, nel 1874, scrive: «Il pittore francese, forse per non averlo potuto studiare molto e bene, non ha sentito, e qualche volta ha frainteso, il poeta; non lo ha inteso, dico, dove non è difficile intenderlo.

Gli stessi paesaggi danteschi e l’architettura non sono indovinati; e al Doré non doveva essere difficile, se avesse studiato il poeta e altrettanto il secolo di lui
». Ben diverso, e di maggiore considerazione, è il giudizio dello stesso Rondani sul nostro artista: «Francesco Scaramuzza, che per lunghissimo studio e per forte amore ha inteso e sentito Dante, è stato certamente più filosofo del Doré» e ancora «Ditemi le composizioni, ma che parlo io di composizioni? Ma le scene del Doré vi hanno mai trasportato l’immaginazione al Medioevo, alle sue credenze?... e a quelle leggende di cui la Divina Commedia non è, chi la consideri ne’ suoi generali contorni, che una portentosa trasformazione?...

Noi italiani conosciamo e amiamo troppo il nostro Dante, perché altri possano venire a mutarcelo senza che ce ne accorgiamo e ce ne risentiamo. Ma quando per contro alzo gli occhi dalle pagine del poema e li porto sui disegni del pittore parmigiano, egli è come se continuasse a leggere nella
Divina Commedia; continua in me la stessa illusione; poiché le figure messemi innanzi dal pittore si muovono, sentono, operano come nel poema... Se noi potessimo credere che al tempo di Dante fosse potuto essere un pittore ricco di tutti i sussidii dell’arte odierna progredita, di tutta la correttezza di forme, che all’arte nascente dovette, com’é naturale, mancare; quel pittore noi immagineremmo dovesse illustrar la Commedia in quel modo che lo Scaramuzza ha fatto; lo Scaramuzza ha sentito lo spirito dei tempi medievali e della loro estetica, ciò che sanno fare ben raramente anche gli scrittori, gli stessi filosofi».

Il testo è uno dei saggi inclusi del volume
«SCARAMUZZA. Le tavole per la Divina Commedia»
edito dalla Società editrice Allemandi

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