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Sardegna | Rapporto 2019 sulla cultura

Poco popolata e mal collegata con il resto d’Italia, la regione vive un periodo d’intensa creatività

Alessandra Meresini

Incredibile, la Sardegna. È poco popolata, malissimo collegata al resto d’Italia, eppure genera e nutre una ferace vena creativa. In ogni dove, nei piccoli e grandi centri, mostre, rassegne di danza, musica e teatro, festival letterari, della filosofia, della scienza. Iniziative in cui le competenze s’incrociano e le discipline s’intersecano. Il fermento culturale trova ospitalità nei locali privati e negli spazi pubblici. E nei negozi, nei caffè, nelle librerie, negli uffici, negli studi professionali, nelle banche. Per strada, in qualche caso.

Arte contemporanea a Cagliari...
A Cagliari gli enti istituzionali hanno da tempo inserito l’arte contemporanea nelle loro sale, accostandola alle proprie prestigiose raccolte. Da qualche mese, nella Pinacoteca della Cittadella dei Musei è stata collocata in permanenza un’opera di Wanda Nazzari, un legno scolpito intitolato «Grado Zero», che convive in contrasto e armonia con le pale d’altare, retabli dipinti nel XV e XVI secolo. All’autentica costellazione di spazi comunali e regionali si sono aggiunti di recente luoghi espositivi d’indubbia attrattiva, come la Galleria Siotto, al pianterreno dello stabile dell’omonima Fondazione organizzatrice di eventi di spicco nella Casa Manno di Alghero. L’ex Manifattura Tabacchi, grande come un quartiere e ammaliante per la storia che vi si respira, dischiude i suoi cancelli al cinema e alla ricerca.

... e nel resto dell’isola
A Oristano, a volgersi verso il contemporaneo senza timori è il Museo Diocesano. A sud, il rilancio del MACC di Calasetta, bellissimo edificio sul mare, con un serrato calendario di esposizioni, residenze e laboratori. A Samugheo, il Murats, custode della tessitura tradizionale, accoglie novelle opere di fiber art tra tappeti e arazzi. Stessa operazione al Museo delle Maschere di Mamoiada e al MAN di Nuoro, che spesso guarda oltrefrontiera e propropone fino a marzo una retrospettiva della cagliaritana Anna Marongiu, valentissima illustratrice, del Circolo Pickwick di Charles Dickens tra l’altro, morta a 34 anni in un incidente aereo. A Ulassai la Stazione dell’Arte celebra Maria Lai con installazioni e percorsi che innervano tutto il paese di montagna che lei legò con un nastro azzurro. Non lontano, il bianco Museo dedicato a Costantino Nivola in un ex lavatoio di Orani, struttura architettonica che è essa stessa una scultura. Un notevole esempio di fascinosa archeologia industriale è la Grande Miniera di Serbariu, impianto che si affolla di visitatori richiamati dalle mostre temporanee oltre che dai suoi cimeli dell’epopea amara del carbone.

Sognando il mercato
Arduo, se non impossibile, fare una mappa, tracciare un unico itinerario: le sedi espositive sono in aumento, gli autori rispondono copiosi. Il sogno di tutti: sbarcare in una galleria oltremare e, massima aspirazione, entrare nel mercato dell’arte. Cosa che succede, come dimostrano la fama della mai abbastanza citata Maria Lai e le presenze di alcune nostre firme di valore in gallerie assai note, nei padiglioni della Biennale di Venezia, negli stand di Artissima a Torino. Se ciò non avviene, si continua a produrre. Gli artisti storici sono un caposaldo, il folto plotone dei giovani ha varietà di mezzi espressivi e poco interesse per il passato. Non abbiamo, dicono, maestri, non seguiamo correnti (peraltro sparite ovunque), non coltiviamo il concetto di identità. Tornati in gran parte alla figurazione, si sentono figli del mondo e non solo della cara Isola natia. Alla loro prolifica schiera corrisponde, e forse li supera in numero, una miriade di curatori. Professione o mestiere considerato brillante, per quanto non sempre retribuito.

Felici e contenti?
Paghi del riscontro locale? Non proprio. Il problema non è fare, il problema è vendere. Ci sono i pochi che vivono di pennelli e scalpelli, di fotografia, di musica e altre forme d’ingegno. I restanti guardano ai collezionisti, altra categoria in declino, come all’araba fenice e intanto si tengono stretta una qualsiasi occupazione fornisca uno stipendio. Qualcuno si rifugia a Berlino, ancora per poco mecca dorata, e in altre capitali nordiche, altri si annidano in località sperdute dove però possono disporre di ampi studi, sempre sperando che le amministrazioni si decidano a mettere a disposizione qualcuno dei tanti stabili dismessi.

Eppur si muove
Nonostante la condizione insulare, che certo complica i rapporti e rende sporadici i confronti, questa vivacità culturale, questa pervicace volontà di iniziare e proseguire un cammino sconsigliato dai parenti emana una sua vivida lucentezza. Contagiosa e positiva. Incessante. Imperturbabile.

Alessandra Meresini, da Il Giornale dell'Arte numero 403, dicembre 2019



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