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Sardegna | Come si gestisce l'isola da record

Maura Picciau: «L'isola è la regione italiana con la maggior concentrazione di chilometri di costa (25%) e siti archeologici (18,4%)

Maura Picciau

Cagliari. Per raccontare ciò che d’interessante avviene in Sardegna non si può prescindere dall’operato virtuoso che compie sul territorio la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna.

Da segnalare, oltre alle tante incombenze derivanti dall’attività di tutela, «Racconti e paesaggio»: un progetto annuale che comprende anche un concorso d’arte.

Con un quarto dei chilometri di coste nazionali, la Sardegna è spesso percepita come una terra «di ombrelloni». La Soprintendenza vuole invece ricordare a tutti, sardi compresi, che oltre alle spiagge e all’acqua cristallina l’isola ha molto da offrire.

Da un rapporto dell’Istat con i dati del 2017 emerge che su 206 aree e 81 parchi archeologici censiti in tutta Italia, 54 sono in Sardegna: il 18,4% del totale complessivo.

«Un patrimonio smisurato sparpagliato sul territorio dell’isola», spiega la soprintendente Maura Picciau. Oltre alle due importanti città dell’antichità fenicio-punica e romana, Nora e Tharros, «l’archeologia sarda è disseminata in un paesaggio in larga misura vergine» (la regione ha una densità di popolazione alquanto ridotta).

«I nuraghi, espressione architettonica esclusiva dell’età del Bronzo dell’isola, sono 8mila, sparsi ovunque ma sempre a un tiro di sguardo tra loro, uniti in un binomio indissolubile con il dato naturale, sia nella costa che nell’interno. È questo il senso dei nostri luoghi», nei quali archeologia e paesaggio sono legati in maniera inscindibile.

Proprio per questa peculiare diffusione il patrimonio naturalistico e storico sardo è difficile da governare e rimarrebbe poco fruibile senza la politica dei beni culturali elaborata dalla Soprintendenza.

La parola chiave è: interazione. Innanzitutto sul piano della salvaguardia: «All’interno dell’ente, archeologi e architetti paesaggisti lavorano a stretto contatto. I nostri funzionari sono motivati ed esperti e operano attraverso un intenso confronto con i colleghi della Regione, spiega Picciau. Attualmente il sistema di tutela integrato Stato-Regione riguarda solo le coste. Il piano paesaggistico regionale è nato da un lavoro congiunto tra Regione Sardegna e Mibact e fu varato in pochi mesi nel 2006, poco dopo l’emanazione del Codice Urbani del 2004. Rilasciamo continuamente pareri complessi, sulla base di istruttorie multidisciplinari. Questo genera processi avanzati di analisi del territorio e delle sue prospettive future. Tutela è oggi una parola quasi fuori moda, forse scomoda, ma portiamo avanti con impegno il mandato istituzionale della tutela del patrimonio culturale nonostante la grave penuria di risorse, uomini e mezzi: il nostro è uno sforzo quotidiano che a volte ci sovrasta, ma talora riserva grandi soddisfazioni. Tutelare vuol dire, anche, valorizzare».

Sul piano della fruizione: «Possiamo essere attori e compartecipi di un processo sano del territorio che immagini percorsi culturali  tra enti diversi», prosegue la soprintendente per la quale il paesaggio è «il luogo del vivere e il luogo di formazione delle menti. Tradirlo significa consegnare alle future generazioni un’esistenza più povera. La strategia che portiamo avanti è fortemente etica».

Un approccio importante in un territorio particolarmente sensibile ai processi di spopolamento del nostro Paese e alla contrazione della durata del turismo balneare (tra le principali risorse dell’isola) a cui corrisponde una certa difficoltà a trarre vantaggio e miglioramento sociale ed economico dal proprio patrimonio storico e naturale.

Mariella Rossi, da Il Giornale dell'Arte numero 403, dicembre 2019


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