Sangiuliano dovrà sciogliere la contraddizione tra sviluppo e tutela

È richiesto un ribaltamento di paradigma: le competenze specialistiche non possono esprimersi soltanto a difesa dei propri campi di interesse, perché sono veramente tali quando sanno comprendere il punto di vista delle altre competenze e integrarne gli obiettivi a sintesi superiori

Il panorama di Orvieto con le pale eoliche
Daniele Manacorda |

Le prime parole pubbliche del nuovo ministro della Cultura sono state ecumeniche: indubbiamente di Dante e Leopardi, di Croce e Gramsci non possiamo fare a meno, se vogliamo avere una percezione di chi siamo oggi noi italiani. Ma sappiamo anche che non bastano i Grandi della nostra Storia per affrontare le sfide del presente. Occorre un programma ideale e politico, e c’è da immaginarsi che anche questo arriverà e potremo farcene un giudizio.

Per il momento sappiamo che Gennaro Sangiuliano auspica che «la cultura possa diventare motore anche per la nostra economia». Siamo dunque in apparente continuità con l’ispirazione di fondo dell’era Franceschini. E quanti credono che l’economia, cioè la scienza della soddisfazione dei bisogni, sia la migliore alleata del nostro patrimonio culturale, saluteranno favorevolmente con me questa affermazione.

Seguita da un’altra: la critica al politicamente corretto, a questa peste del XXI secolo che ha infettato troppi ambienti della tradizione culturale italiana; che dietro un vocabolario di forme lascia inalterata la sostanza delle cose; che dietro un ostentato rispetto epidermico in nome dell’uguaglianza lavora alla costruzione di un mondo che assomiglia a una federazione di appartenenze l’una contro l’altra armate.

Come si tradurrà tutto ciò in atti politici e amministrativi? Nella sua stanza al Collegio Romano il ministro troverà molti nodi al pettine, ma il Nodo Grande, la quadratura del cerchio, sta nelle parole che la presidente Meloni ha pronunciato nel discorso programmatico in Parlamento, evocando il problema di sempre: coniugare sostenibilità ambientale, economica e sociale. È questo il grande dilemma, che ha attraversato nel tempo in forme diverse l’Italia monarchica, fascista e repubblicana, scompaginando gli involucri delle ideologie e le convenienze della politica.

Ci sbattiamo la testa ogni giorno, talvolta a una scala che sembra irraggiungibile, altrimenti il problema dell’ex Ilva di Taranto sarebbe già alle nostre spalle. L’ambiente, si dirà, non riguarda il Ministero della Cultura. Ma la trincea è la stessa, se ci domandiamo ad esempio come conciliare le necessità dell’economia e i temi dell’energia, entrati ormai nella vita quotidiana di famiglie e imprese, con quelle della tutela del paesaggio.

Certo, per un archeologo come me generano stupore le alte grida che da molte parti del mondo del patrimonio culturale si alzano contro la moltiplicazione delle pale eoliche, di cui abbiamo disperato bisogno. Stupisce infatti che quelle stesse voci siano invece mute (perché ormai assuefatte?) di fronte al paesaggio pervasivo dei tralicci elettrici, che da più generazioni percorrono ovunque i nostri territori dai più stravolti ai più magicamente intatti, attraversati da ferrovie e autostrade, da viadotti e da dighe... Manufatti che sono, archeologicamente parlando, uno strato in più nella storia dei luoghi.

Strati che non ci devono storicisticamente piacere (i paesaggi dell’abusivismo edilizio e del consumo di suolo spero non arriveranno a piacerci mai), ma che dobbiamo saper leggere senza demonizzarli in omaggio a un purismo di cui non si vedono né le ragioni né i diritti. Le coste italiane sono state devastate dalle linee ferrate ottocentesche: oggi avremmo potuto fare di meglio. Ma quelle infrastrutture andavano fatte.

Ecco: la soluzione della contraddizione tra sviluppo e tutela sta forse anche nella nostra capacità di saper scegliere oggi con gli occhi di domani. È una competenza difficilissima, che solo la Grande Politica a volte sa esprimere. E richiede non solo senso di responsabilità, ma un ribaltamento di paradigma: le competenze specialistiche non possono esprimersi soltanto a difesa dei propri campi di interesse, perché sono veramente tali quando sanno comprendere il punto di vista delle altre competenze e integrarne gli obiettivi a sintesi superiori.

Per il Ministero della Cultura sarà questo un banco di prova. Il concetto odierno di paesaggio non è più quello che fece tutelare, oltre un secolo fa, la pineta di Classe quasi fosse una bella cartolina. Il paesaggio è un organismo complesso, che conserva in sé, e protegge, le tracce della storia stratificata dell’uomo sul territorio e la previsione del suo futuro. Se cultura è anche la capacità di comprendere la complessità del reale, il MiC avrà la grande occasione di saper far valere (nel confronto con le altre partizioni della Pubblica Amministrazione) le proprie indicazioni non solo «a norma di legge», ma come frutto di una visione contestuale del patrimonio e dell’interesse pubblico, che pochi dovrebbero saper esprimere al più alto livello.

Quindi buon lavoro al ministro Sangiuliano. Avrà per le mani molti dossier complicati. Da lui ci aspettiamo coerenza, che non è pensare oggi quello che pensavi 40 anni fa, ma dire oggi quello che oggi farai. Viene descritto come una persona seria, ma non seriosa. È un ottimo viatico: mi auguro che non gli manchi quella dose di ironia che aiuta tutti noi a vedere la realtà per quella che è e non per quella che vorremmo che fosse.

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