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Rubens pittore e diplomatico per gli arciduchi

L’analisi dell’intera produzione figurativa eseguita dal pittore per la casa di Fiandre

«L'educazione della Vergine» (1625-26), di Peter Paul Rubens (particolare), Museo Reale di Belle Arti di Anversa

Tra i tanti nuovi studi che la figura di Peter Paul Rubens sempre incrementa, la ricerca di Cecilia Paolini riesce a illuminarci su un tema fondamentale, finora affrontato solo parzialmente: il rapporto con gli arciduchi delle Fiandre, patria dell’artista. Per una visione globale la studiosa ha utilizzato una chiave specifica, per la prima volta messa in relazione a questo vasto argomento in maniera sistematica, ovvero l’analisi dell’intera produzione figurativa eseguita dal pittore per gli arciduchi, rileggendola in un’interpretazione in cui la strategia del potere e l’invenzione rubensiana si fondono in maniera programmatica.

Le schede delle oltre ottanta opere, dense di novità attributive, vengono suddivise per tematiche, offrendo uno strumento agile per il lettore. I capitoli preliminari ripercorrono il momento storico vissuto da Rubens in un’Europa costantemente in guerra in cui il piccolo stato delle Fiandre meridionali, governato dagli arciduchi gode di un momento di prosperità e di pace grazie alla vicinanza con gli Asburgo e alla strategia filospagnola, nella quale Rubens riveste un ruolo di primo piano.

I molti e approfonditi studi dell’autrice su Rubens le consentono di formulare nuove ipotesi, suffragate dall’analisi delle tante fonti e dai documenti inediti da lei individuati, a far luce sugli anni precoci del pittore. Ricomponendo poi i tanti tasselli di una bibliografia vastissima, che si ritrova ragionata e interpretata nel testo a coadiuvare la lettura, il volume porta a comprendere il ruolo di Rubens nella diffusione di un sentimento religioso condiviso ed espresso dal potere in piena sintonia con la potente Spagna, meta di più visite da parte del pittore già nei primi anni della carriera.

Un rapporto davvero scambievole considerato che lo stesso Rubens già dagli inizi, proprio nella prima committenza romana di Santa Croce in Gerusalemme, si era avvalso della protezione degli Asburgo. Rientrato ad Anversa nel 1608, alla fine di un’esperienza italiana esaltante, Rubens si lega ancor più strettamente agli arciduchi divenendo pittore di corte e iniziando quella produzione sacra caratterizzata dal nuovo linguaggio coinvolgente sperimentato in Italia, adatto ad attrarre la devozione popolare.

Si costruiscono e si decorano chiese importanti nelle quali Rubens svolge un ruolo fondamentale infondendo la sua prodigiosa energia creativa in un progetto condiviso di buon governo. L’artista affianca alla attività di pittore quella di diplomatico, riuscendo così a servire in maniera complementare ma sostanziale la propria corte. Su questo tema così dibattuto l’autrice giunge a conclusioni davvero convincenti che sembrano raccordare e ampliare le tante diverse ipotesi formulate dagli studi precedenti sul tema.

Considera infatti determinante proprio la specificità d’artista di Rubens, la sua bravura di pittore e il suo successo, che appaiono come una garanzia di indiscusso prestigio internazionale, cui si aggiunge quella vocazione naturale alla saggezza e alla moderazione maturata nell’adesione al neostoicismo. Gli Asburgo ne colgono le potenzialità per realizzare il loro progetto controriformista di cui anche Rubens può dirsi protagonista.

Peter Paul Rubens e gli arciduchi delle Fiandre meridionali, di Cecilia Paolini, 600 pp., ill., Ginevra Bentivoglio, Roma 2019, € 50,00

Anna Lo Bianco, da Il Giornale dell'Arte numero 405, febbraio 2020



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