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Mostre

Rothko è in Austria perché amava l’Italia

Al Kunsthistorisches una retrospettiva tra gli antichi maestri dell'artista americano

Un autoritratto del 1936 di Mark Rothko (particolare). © 1998 Kate Rothko Prizel & Christopher Rothko / Bildrecht, Wien, 2019

Vienna. È la prima volta che in Austria si dedica una mostra a Mark Rothko. Una prima assoluta dal 12 marzo al 30 giugno, che non viene proposta da uno dei musei di arte moderna e contemporanea, bensì dal Kunsthistorisches (Khm), che da qualche anno si cimenta in incursioni nell’arte del nostro tempo, proposta in giustapposizione alle collezioni di casa: iniziative che stanno avvicinando anche pubblico nuovo al museo sul Ring. L’attuale mostra di questo filone offre 46 opere dell’artista americano (ma nato a Dvinsk, oggi Daugavpils, in Lettonia, nel 1903, Ndr) morto suicida nel 1970 e assurto sia alla classifica delle massime superstar della pittura moderna, sia dei bersagli di creatori di falsi. Jasper Sharp ha curato la mostra in collaborazione con i figli di Rothko, Kate e Christopher.

Jasper Sharp, perché Rothko in un museo di Belle Arti come il Kunsthistorisches?

Ho pensato a lui dopo aver riconsiderato attentamente le nostre collezioni di archeologia egizia, greca e romana: un corpus di grande rilievo, che non avevamo ancora utilizzato come contrappunto all’arte dell’ultimo secolo e mezzo. Rothko è un artista i cui interessi hanno spaziato in tutti i periodi coperti dal Khm e che è sempre stato profondamente attratto dalla storia dell’arte. Tra il 1950 e il 1966 compì quattro viaggi in Europa, dedicati alla visita di luoghi di interesse artistico, laddove l’Italia fu il suo Paese preferito, che si trattasse della Biblioteca Laurenziana, della Cappella Sistina, di San Marco o degli Scavi di Pompei o di Paestum. Già negli Stati Uniti aveva studiato a fondo l’arte del passato, visitando in particolare i musei newyorkesi e leggendo libri, ma l’esperienza di quei luoghi, innanzitutto italiani, fu decisiva.

Quando tornò dall’Europa, Rothko era «trasformato», osservò l’amico e collega Robert Motherwell. Che effetto produssero quelle ricognizioni in secoli di arte europea?

È molto interessante constatare come l’anno che confermò la svolta nella sua produzione, il 1950, fu anche l’anno del suo primo viaggio in Europa: intensificando il suo rapporto con l’arte dei secoli precedenti e sulla base di una profonda comprensione di millenni di creatività europea plasmò direttamente dalle sue esperienze del mondo passato il proprio originale linguaggio artistico del futuro.

Nei suoi celebri e superquotati quadri astratti, quali elementi lasciano trasparire il suo amore per l’arte dei grandi maestri?

Per esempio la stratificazione del colore. Era affascinato da Beato Angelico e dalla protoastrazione dell’arte gotica. Di Rembrandt si ritrova la luce che emana dai dipinti. E vi sono naturalmente i colori della sua tavolozza. Il suo rosso risale a Pompei, ma anche a Giotto e a Matisse.

Non è facile ottenere opere per una mostra di Rothko. Come vi siete riusciti?

È vero, non è facile, perché ciascuna delle sue opere è una sorta di gioiello di ogni collezione, sia pubblica che privata e dunque non viene prestata volentieri. Ho cominciato col contattare i suoi due figli Kate e Christopher, che fin da subito hanno collaborato a tutte le fasi della preparazione della mostra e che hanno molto generosamente prestato un importante corpus di opere. Il nostro secondo partner è stata la National Gallery di Washington, che detiene la maggiore raccolta al mondo di Rothko e quindi ci siamo rivolti alle collezioni private e pubbliche europee per altri quadri che ci interessava inserire in mostra. Il nostro museo non è il luogo appropriato per una grande retrospettiva di un artista moderno. Il nostro intento è sottolineare l’apprezzamento di Rothko del passato, con una selezione di opere cruciali che toccano tutte le fasi produttive a partire dal 1933, per dimostrarne la contiguità con Giotto, Leonardo, Michelangelo o Vermeer. Abbiamo scelto di non esporle direttamente accanto ai maestri del passato, ma la serie di sale che le ospita è incastonata nelle nostre collezioni, su su fino a quelle archeologiche. E parafrasando il poeta Thomas Stearns Eliot è anche nostra ambizione provare a cambiare lo sguardo del visitatore sulle nostre collezioni attraverso la contemplazione delle opere di Rothko.

Quali sono le opere più significative in mostra?

Abbiamo lo splendido autoritratto del 1936; «Underground Fantasy» del 1940; sette Seagram Mural del 1958-9 dalla National Gallery di Washington. E cerchiamo di correggere la dominante narrazione che accompagna la sua fine drammatica, non concludendo la mostra con quadri neri o grigio-neri, bensì con due tele dei suoi ultimi anni, raramente esposte, in cui a prevalere non sono i colori cupi, bensì tinte tenui: azzurri, lilla, rosa, ocra.


Flavia Foradini, da Il Giornale dell'Arte numero 395, marzo 2019


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