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Eretici e profeti

Roberto D'Agostino: il pc è più importante di Picasso

«Non le idee, ma gli oggetti, dalla pillola allo smartphone, hanno cambiato l’uomo. E oggi i migliori artisti sono quelli che usano le nuove tecnologie»

Roberto D'Agostino a tavola con il suo staff nella sala da pranzo della Oxford Union Society, dopo aver tenuto la conferenza intitolata «History of Now». Foto Claudio Porcarelli

Roberto D’Agostino invitato a tenere una lectio magistralis a Oxford: è un evento che nessuno si sarebbe immaginato quando, nel 2000, il giornalista romano attivò il sito Dagospia, che lui definiva «un bollettino d’informazione» ma considerato, tra curiosità e perplessità, scandalistico e denso di pettegolezzi, un’eresia del giornalismo. Invece era il classico «nemo propheta in patria»: l’attendibilità e l’unicità di Dagospia, punto di riferimento della comunicazione a cui tutti, in primis politici e giornalisti, guardano quotidianamente, vent’anni dopo hanno portato D’Agostino alla prestigiosa Oxford Union Society dove il suo intervento «History of Now» è stato seguito con grande interesse, riscattandoci dalla poco brillante performance di Beppe Grillo, unico predecessore italiano invitato a esprimersi sullo stesso tema.

Com’è stato parlare nel più classico dei luoghi del sapere a parlare di futuro?

Oxford è una cattedrale della cultura che guarda il mondo con attenzione: ovviamente il web è un punto focale. C’era molta pressione, era un appuntamento al buio. Ma le loro modalità di studio mi hanno conquistato, sono fantastiche: ogni due studenti c’è un tutor. Erano molto soddisfatti perché sono curiosissimi su tutto quello che riguarda le mutazioni del mondo contemporaneo. Oggi siamo al centro di un sisma, sulle macerie di un futuro che non è limpido: è crollato un muro ma vediamo solo la polvere dell’Intelligenza Artificiale, di Facebook e dei social media. Tutto è stato talmente rapido: Tim Berners-Lee inventa il protocollo del web nel 1989 e Instagram nasce nel 2010, dieci anni dopo Dagospia. Ogni mese sono attivi su Facebook 2,4 miliardi di persone su 7,7 miliardi di abitanti, quindi Facebook non può essere la Spectre.

Com’è iniziato tutto questo?

Determinante è stato nel 2008 l’evento Lehman Brothers, punta dell’iceberg dell’economia mondiale in default. Il ceto medio, proletarizzato, ha trovato internet, un’autostrada dove esprimere idee, rabbia e tensioni. Non c’è più nulla di stabilito ma caos e disordine, oggi si confonde la digitalizzazione con hater e sovranismo ma sono gli shock economici che trovano via di sfogo sui social media. È un’Apocalisse culturale con un degrado morale globale. Sembra di parlare d’invasione di alieni ma quale civiltà stanno distruggendo? Che cosa ci ha lasciato il ’900, il secolo della sapienza? Ha visto due guerre mondiali e l’Olocausto. Francamente il nuovo è meglio del vecchio. Il fucile è puntato contro i social media, ma la cultura del ’900 ha cambiato il mondo e non l’uomo, mentre se vuoi convincere qualcuno gli dai un oggetto, un dispositivo: il coltello, l’aratro, il treno, la lampadina, la fotografia. Questo ha cambiato l’uomo, non certo il Manifesto di Marx, e la pillola anticoncezionale è stata più efficace del femminismo. Quando il computer si è trasformato in oggetto da tavolo ha mutato le nostre vite, e non Picasso, una Biennale o un film. La rivoluzione tecnologica è data dalle invenzioni e il pc è stato il Rinascimento digitale; se do a qualcuno uno smartphone gli cambio l’esistenza, tanto quanto ha fatto Gutenberg con i caratteri mobili, lasciando stecchita la cultura orale. Il terremoto della stampa è stato un passaggio di conoscenza da alcuni a un’altra classe, è così che si sono aperti orizzonti sconfinati, non con Michelangelo né con Leonardo.

Ma ci saranno aspetti positivi. «Dago in the Sky», la sua trasmissione in onda su Sky Arte dal 2016 e giunta alla quarta edizione, è un programma denso di colori e immagini.

Con «Dago in the Sky» mi sono reso conto che esistono macchine incredibili con le quali puoi lavorare immagini molto diverse, sovrapponendole ed elaborandole. La tecnologia è pazzesca ma tecnicamente semplice, talmente avanti che permette di fare cose incredibili se hai fantasia e cultura. Il contenuto fa la differenza. Vediamo come il risultato migliore possano essere i lavori di Christian Marclay con «48 War Movies», Hito Steyerl con «This is the Future», o quelli di Pipilotti Rist che lavora su quattro schermi a sandwich. Dipende sempre da che cosa vuoi fare. Inoltre una volta realizzato il tuo lavoro, il sistema binario ti permette di trasferire qualsiasi cosa dove vuoi tu perché conta quello che ti frigge in testa e dove lo vuoi.

Era profetico già all’inizio degli anni Ottanta quando indicava Basquiat, vivente, come un fenomeno da osservare. Sempre stato patito dell’arte?

Considero Basquiat il Picasso della nostra epoca. Un cubista che nasce dalla Street art e dall’arte africana, la sua scissione mentale era già binaria. Nel 1981 Basquiat espose da Mazzoli a Modena, aveva appena fatto il passaggio da Samo a Basquiat, dall’essere writer ad artista. Erano altri tempi, possono sembrare distanti e lontani, ma l’arte era collegata alla musica, tutto procedeva insieme, con Bowie, i Talking Heads, Laurie Anderson, Lou Reed, e non era mainstream. La copertina del disco, spesso progetto di artisti, oggi non esiste più. Schifano aveva un complesso musicale: le Stelle; non era mercato ma un’esperienza per la mente. Proveniva tutto dalla sottocultura hippy degli anni ’60-’70, era realtà aumentata, musica con arte, per creare una mutazione.

Quando ha iniziato a interessarsi all’arte?

A metà degli anni ’70, frequentando quotidianamente Achille Bonito Oliva. Ricordo che una sera mi portò a cena dal gallerista Cleto Polcina e rimasi molto impressionato da un lavoro di zollette: era «La rosa di zucchero» di Aldo Mondino, del ’72, che pagai con le cambiali, un milione di lire al mese. Fu il mio primo acquisto. Negli anni ’80 rifiutai un’opera di Keith Haring offertami da Salvatore Ala perché era lunga sei metri e non sapevo dove metterla. A Roma ho frequentato tutti gli artisti: Boetti, Schifano, Ceroli e gli altri. Per anni ho avuto la casa piena di opere dedicate ad Achille Bonito Oliva, spesso suoi ritratti; lui teneva tutto in magazzino perché non gli piaceva avere opere alle pareti. Ricordo un Ontani bellissimo. Quando Anna, mia moglie, venne a vivere con me gliele resi perché lei era ossessionata da tutte quelle facce di Achille!

I suoi gusti?

Ho sempre preferito i dervisci di Mondino all’Arte povera, e in genere all’arte più astratta. All’epoca regalai un piccolo arazzo di Boetti a un amico per il compleanno perché non avevo altro in casa e non mi importava possederlo. Ho sempre cercato di avere un filo rosso: le mie guide sono state la fede e l’eros. Ho molte opere legate al sacro: «Ascension» di Bill Viola, un crocifisso immerso nel sangue di Andres Serrano, disturbatore che incontravo al bar della Pace di Roma; ho sacrificato la stanza degli ospiti per riallestire «New Religion», la cappella di Damien Hirst come l’artista l’aveva progettata. Ma il lavoro che amo di più è «Mars» di Nam June Paik, una scultura con 28 monitor della fine degli anni ’80 che trasmettono immagini basate sui frattali che non si ripetono mai.

Che genere di collezionisti siete lei e sua moglie Anna?

Siamo emotivi e non sistematici, anzi, non siamo collezionisti. Chi entra in casa nostra pensa di essere a un luna park perché mescoliamo l’alto con il basso, siamo pieni di gadget che a volte catalizzano gli ospiti più di Kiefer o Schifano. La casa rappresenta la mia vita, non è uno showroom da collezionista.

Che cosa la colpisce per prima in un’opera d’arte?

L’inaspettato, quello che m’illumina, ciò che ho nella testa ma non lo so. L’arte è un approccio individuale e non generalizzabile.

Come sono stati i suoi inizi professionali?

Scrivevo per giornaletti musicali, «Ciao 2001», «Ciao Amici», «Popster». Nel ’78 ho iniziato a scrivere di musica su «Lotta Continua», poi son passato a «L’Europeo» di Mario Pirani, quindi a «Panorama» e nell’87 a «L’Espresso».

Quando arrivò Dagospia nessuno credeva nel potenziale del web, qualcuno disse perfino: «Il web è una moda stagionale».

Non erano lungimiranti, si vede anche dai giornali e dagli spettacoli dell’epoca. Se avessero guardato i loro figli alle prese con i videogiochi interattivi avrebbero capito di più del mondo. Non sei passivo: ti metto in mano la console e tu vinci o perdi. L’account è il tuo, non sei più un fan, l’intermediazione è eliminata. Tu sei protagonista, è un piacere che nessuno ti toglie. Tu sei la star, la faccia è la tua. Quando ti fai la tua realtà parallela, questo non può non avere un effetto sulle personalità. Il selfie diventa uno specchio e con il telefono ti posti come tu vuoi essere. Artificio o realtà? Tutti vogliamo essere altro, s’inizia a credere alla propria fiction ed è per questo che tutti amano internet. Persino i critici fanno incursioni su Instagram cercando altre vie per la loro comunicazione personale: Jerry Saltz, Hans Ulrich Obrist, anche Bonami che fa «The Bonamist». Un famoso articolo di Giorgio Manganelli per «Il Messaggero» raccontava di come i Greci hanno inventato l’Olimpo per creare una realtà parallela. L’uomo è sempre insoddisfatto. L’Olimpo era essere come si vorrebbe, anche la religione ha un suo mondo parallelo: qui valli di lacrime e poi il Paradiso.

Tornando a oggi, qual è la situazione?

Tutti procedono a fari spenti ma presto il 5G cambierà tutto per via della velocità di connessione, e i cinesi sono avanti tre anni agli Stati Uniti. Oggi il vero controllo non avviene con bombe e marine: quando gli Stati Uniti producono un blackout e lasciano il Venezuela senza luce elettrica per una settimana, la potenza è tale che capisci come con il 5G puoi finire male. Non invadi più l’Iraq, bastano droni e tecnologia.

Lei era profetico nell’uso della tecnologia ed eretico nei contenuti: oggi si può ancora esserlo con il conformismo imperante? Si sente così ancora oggi che è riconosciuto e consolidato?

Il cambiamento è epocale. Nell’era di internet non sarebbe mai successa Auschwitz, con il telefonino in mano non è più possibile. Nel ‘900 la guerra produceva gli affari con le locomotive che trasportavano le armi e tutto era basato sulle conquiste territoriali, mentre l’epoca digitale si basa sulla pace. Con internet i fattacci e le risse le vedi subito. È un sisma mentale. Chi ha inventato tutto questo, pc incluso, non era laureato, non era ideologico, era contro il potere, e sono gli stessi che avevano inventato il videogioco, hippy figli di Timothy Leary, che volevano stare fuori dalla corsa del topo, dall’American Dream. Tutto è nato nei giardini californiani dove li hanno lasciati giocare, e oggi lo streaming di Netflix oscura Hollywood e Netflix non la può comprare più nessuno. In inglese «free» significa sia libero sia gratis, su Facebook non c’è il tasto «non mi piace». Hanno cambiato il mondo e hanno vinto perché nessuno può sostituire Google. Non sono ideologici e vogliono fare i soldi ma in pace. Oggi l’essere profetico muore la sera e rinasce la mattina. Qui non si fanno piani quinquennali. La visione è la cosa importante e ne vedremo delle belle domani e dopodomani.

Michela Moro, da Il Giornale dell'Arte numero 399, agosto 2019


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