Riserva di metallo o tesoro rituale?

Il Museo Civico Archeologico di Bologna presenta il nuovo allestimento degli oltre 14mila oggetti in metallo del Ripostiglio di San Francesco

Il nuovo allestimento del Ripostiglio di San Francesco al Museo Archeologico di Bologna. Foto: Giorgio Bianchi
Stefano Luppi |  | Bologna

È stato presentato oggi, 8 febbraio, il nuovo allestimento del Ripostiglio di San Francesco del Museo Civico Archeologico di Bologna in una delle sale della sezione etrusca di Palazzo Galvani, con la revisione dell’impianto illuminotecnico e una nuova selezione di reperti esposti, nonché il recupero delle vetrine ottocentesche rese per l’occasione più funzionali. Il progetto è a cura di Laura Bentini.
Particolare di un espositore nel nuovo allestimento del Ripostiglio di San Francesco. Foto: Giorgio Bianchi
La scoperta del Ripostiglio di San Francesco, la più importante «capsula del tempo» della Bologna etrusca (Felsina) dell’Età del Ferro in Italia, risale al 1877 quando l’archeologo Antonio Zannoni (Faenza, 1833-Bologna, 1910) rinvenne nei pressi della Basilica di San Francesco un grande vaso di terracotta, un dolio, contenente ben 14.841 oggetti metallici tra armi, oggetti ornamentali, utensili, frammenti di vasellame, lamine ritagliate, verghette, pani metallici, in parte integri, per un peso totale di oltre 14 quintali. La cronologia dei reperti abbraccia il periodo compreso dalla fine dell’Età del Bronzo agli inizi del VII secolo a.C., epoca cui è datata la deposizione dell’oggetto che nella sua interezza rappresenta probabilmente la riserva di metallo per una fonderia, anche se gli studi più recenti riferiscono possa anche trattarsi di una sorta di «tesoro» pubblico, magari rituale.
Uno degli espositori nel nuovo allestimento del Ripostiglio di San Francesco. Foto: Giorgio Bianchi
Il Ripostiglio è importantissimo per gli studi soprattutto perché il contenuto consente di dare per certa la conoscenza dell’alfabeto etrusco in area padana, dal momento che graffiti e cenni di epigrafi compaiono su circa 150 reperti da cui si desumono esercizi di scrittura. Come riporta uno studio dell’Università Alma Mater del novembre 2020 («L’élite della metropoli a Felsina-Bologna»), su due pezzi sono riportati testi unici che rimandano a un individuo di origine italica e alla qualità degli oggetti in bronzo. Dal 2022 è attiva una convenzione con la Fondazione Luigi Rovati di Milano che per cinque anni espone una campionatura dei reperti rinvenuti nel dolio di terracotta.

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