Ridiamo a Ducamps quel ch’era di Ducamps

Gianni Papi, uno dei più appuntiti indagatori della vita e dell’opera di Michelangelo Merisi, circoscrive stilisticamente l’artista fiammingo nativo di Cambrai

«La Flagellazione di Cristo» (1620) attribuito a Jean Ducamps
Arabella Cifani |

Nel mare tempestoso dei caravaggeschi europei navigano artisti di grande qualità, ma pressoché sconosciuti non solo ai devoti che affollano qualsiasi mostra dove si esponga anche solo una presunta reliquia di Caravaggio e dei suoi seguaci, ma anche agli studiosi.

Un bell’esame di tale genere per le università italiane ed europee darebbe risultati ameni. Che differenza c’è fra la pittura di Jean Ducamps e quella di molti altri caravaggeschi attivi a Roma negli stessi anni?

Gianni Papi, studioso coraggioso, nonché uno dei più appuntiti indagatori della vita e dell’opera di Michelangelo Merisi e di molti altri artisti suoi seguaci, si è cimentato nella ricostruzione della figura di Jean Ducamps, fiammingo nativo di Cambrai, artista di grande livello che fino ad ora giaceva confuso con altri caravaggeschi che finalmente sono stati colti.

Dieci sono i quadri che Papi ha attribuito con certezza a Ducamps, e non sono pochi. Provate ad aggirarvi in questa giungla di pittori che dipingono con il color sugo dell’arrosto e sciabolate di bianchi e rossi e che alla fine sembrano tutti uguali. Ducamps era stato lungamente confuso con il «Maestro dell’Incredulità di san Tommaso», un pittore che recentissimi studi di Francesca Curti hanno finalmente identificato su base documentaria con Bartolomeo Mendozzi da Leonessa.
La copertina del libro
Separato Mendozzi dal suo collega non ancora ben identificato, è subentrato il problema di capire chi fosse l’incognito che si accostava anche a Cecco del Caravaggio, altro artista del gruppo caravaggesco romano. E che però non era oggettivamente Cecco. A questo punto è arrivata in soccorso un’antica fonte di notizie.

Il tedesco pittore e biografo Joachim von Sandrart, che in un suo testo sulle vite dei pittori nordici arriva a Roma alla fine del Seicento, indica come opera di Ducamps un quadro raffigurante la «Liberazione di san Pietro dal carcere», oggi nel Musée d’Art et d’Archeologie di Aurillac (Francia). Documenti d’archivio precisano inoltre che Ducamps era a Roma dal 1622 fino al 1637. Nel 1638 sarebbe partito per Madrid, dove poi sarebbe morto, anche se nulla è rimasto a livello archivistico di questo suo ultimo viaggio.

Sul ponte solido di un nucleo di dipinti che appaiono tutti della stessa mano, ora si può procedere per ulteriori ricerche e scoperte, anche se sfogliare il volume può dare una certa ansia sia per «l’accidentata vicenda critica» di Ducamps, sia per le insidie e i tranelli che essa trascina con molti dipinti caravaggeschi, anche celebri, in rapporto con lui, che vengono discussi e riattribuiti.

A completare il libro, Tommaso Borgogelli dedica un saggio a Giusto Fiammingo, fugando i molti dubbi legati a questo artista assai discusso (e anch’egli confuso con Ducamps), identificandolo con Joost de Pape e creandogli attorno una serie di attribuzioni significative. Papi ricorda nel libro che «il bello della storia dell’arte è il suo divenire». Le approfondite riflessioni che lo hanno spinto a realizzare il volume «permettono ora di giungere a una soluzione che ha tutti i presupposti per essere veritiera». 

Jean Ducamps alias Giovanni del Campo, di Gianni Papi, con un’appendice di Tommaso Borgogelli su Giusto Fiammingo
112 pp, ill. col., Editori Paparo, Napoli 2021, € 30

© Riproduzione riservata
Altri articoli di Arabella Cifani