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Aperto per restauri

Restauro: c’è la laurea ma non ci sono i professori

Il difetto madornale degli insegnamenti professionalizzanti

Corso del Centro di Conservazione Restauro di Venaria

Può sembrare un argomento che non abbia a che fare con l’emergenza virus, ma tutto quanto riguarda la regolarità e affidabilità degli insegnamenti del restauro in realtà vi è connesso. Prima o poi, dunque, occorrerà porre rimedio a un’anomalia vistosa che affligge questo ambito disciplinare; destinata in un futuro, quand’anche non prossimo, a creare criticità pesanti tanto da diventare insormontabili.

Mi riferisco al fatto che allo stato attuale, nelle Università che si sono abilitate all’insegnamento del restauro a seguito dei provvedimenti legislativi appositi (DM 86 e 87 del 26 maggio 2009), il personale veramente specifico e qualificante, e cioè i restauratori, è interamente assunto sotto specie di incarico, o altrimenti detto, a contratto, soggetto periodicamente a rinnovi che possono esserci come anche no; non è, come si dice, strutturato.

Con provvedimento del 2 marzo 2011 pubblicato nella «Gazzetta Ufficiale» del 17 giugno di quell’anno era pur stata istituita la classe di laurea magistrale a ciclo unico in Conservazione e Restauro dei Beni Culturali, denominata LMR/02, che era stata prevista all’art. 1 comma 4 del DM 87. Vi si scrive che «Con provvedimento del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, di concerto con il Ministero per i Beni e le Attività culturali, è definita la classe della laurea magistrale abilitante alla professione di restauratore di beni culturali, coerentemente con quanto indicato all’allegato C del presente decreto».

Quindi la classe d’insegnamento esiste, ma per quanto ne so (ho chiesto anche all’amico Mario Micheli, professore associato di Storia e Tecnica del Restauro a Roma Tre) le Università non hanno mai inteso creare cattedre di insegnamento di restauro, anche adesso che ne avrebbero avuto disponibile l’inquadramento: ripeto per chiarezza che mi riferisco agli insegnamenti professionalizzanti, quelli in cui materialmente si insegna a diventare restauratori.

Gli insegnamenti di «restauro» nelle facoltà che per intenderci definiremo «umanistiche» sono soltanto quelli del settore L-Art/04, Critica artistica e del restauro, quindi a carattere storico-teorico. È una falla vistosa che resta aperta in quello che dovrebbe finalmente diventare un sistema coerente, completando il cerchio aperto a seguito delle normative sull’insegnamento del restauro quali si sono definite attraverso il Codice Urbani (2004) e i Decreti del 2009; ed è un difetto che continua a distinguerci dal resto del mondo.

Non esistono in Italia professori in restauro, se per professori si intende in senso proprio coloro che nei vari gradi di insegnamento sono titolari di una cattedra stabilizzata (la «tenure» del mondo anglosassone).

Non ci sono professori ordinari, associati, ricercatori in restauro; quelli che insegnano con tale qualifica nelle Università le materie previste dai piani di studio, appartengono alle aree storico-letterarie-linguistiche o a quelle scientifiche. I docenti delle materie tecniche, i restauratori, coloro che sono tali da caratterizzare veramente la qualità tecnica dell’insegnamento, sono presi a prestito per quanto serve, ma non si rende loro giustizia; si utilizzano, ma si mantengono a distanza.

Non si intende certo che dovrebbero diventare tutti professori, todos caballeros, da un momento all’altro; ma possibile che nelle numerose Università che ormai da parecchi anni hanno dato avvio a corsi di restauro, non ve ne sia nemmeno uno? E nemmeno vedo realistico, almeno in tempi brevi, un sollevamento della categoria, forse troppo debole e frammentata per assumere un’iniziativa che conduca ai riconoscimenti dovuti. Così non va bene e la parificazione dei restauratori italiani a quelli degli altri Paesi rimane interrotta e incompleta.

Come non capire che un rafforzamento del sistema porterebbe un beneficio per tutte le sue componenti e una più autorevole e attiva presenza nel panorama internazionale? Queste considerazioni debbono condurre a una presa di coscienza di un fenomeno anomalo, difettoso e carente, che dunque richiede di essere corretto con urgenza.

Giorgio Bonsanti, da Il Giornale dell'Arte numero 409, agosto 2020



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