Regina José Galindo: «Le mie origini guatemalteche mi fanno vivere una relazione molto stretta con la morte»

L’artista, ospite della nona edizione del Bari International Gender Festival, parla delle sue origini, della sua produzione artistica e della violenza di genere

«La comida esté fria» performance di Regina José Galindo a Bari. Foto Fabiano Lauciello
Pamela Diamante |  | Bari

Agire utopie, mettere in discussione i margini del conveniente, utilizzare il desiderio come motore di trasformazione per indagare i temi dell’identità, del corpo e delle sue relazioni: queste le premesse da cui muove Big Dream, nona edizione del Bari International Gender (3-30 novembre) festival transfemminista di arti performative, cinema e gender education, diretto da Miki Gorizia e Tita Tummillo, che negli ultimi due anni si è arricchito di un focus dedicato all’arte contemporanea, il Fac.

Ogni anno il festival accoglie tra le sue attività una sezione monografica dedicata a un o una artista con momenti di approfondimento tra performance, talk e una mostra che attraversa differenti luoghi della città. Dopo aver ospitato Franko B. nel 2022, la nona edizione del Big ha omaggiato Regina José Galindo. A dirigere la sezione l’artista visiva Pamela Diamante che, in occasione della mostra «Il corpo come spazio politico» e della performance «La comida está fria» realizzata da Galindo nelle sale di Palazzo Fizzarotti (sede della Fondazione H.E.A.R.T.), ha dialogato con l’artista sudamericana sulle sue origini e il suo legame con la Puglia, della sua produzione artistica e della violenza di genere, tema di scottante attualità.
«Il corpo come spazio politico» allestimento della mostra di Regina José Galindo a Bari. Foto Fabiano Lauciello
Regina, la prima volta che ho visto l’opera «Tierra», che abbiamo selezionato anche per la nostra mostra «Il Corpo come spazio politico», è stato nel 2014 in occasione di «Eppur si Muove» a cura di Giacomo Zaza e Michela Casavola presso Torrione Passari di Molfetta. Sono rimasta folgorata dalla potenza di quel lavoro ed è stato spontaneo stabilire una connessione con la ricerca che lei conduce. Lei è tornata nel Salento nel 2016, sempre con Zaza, a Novoli per La Fòcara. Averla a Bari per il festival Big è un grande privilegio. Che cosa può raccontare di queste sue esperienze in Puglia?
A Novoli abbiamo realizzato una performance intitolata «La intención» (L’intenzione). Ispirati dal contesto creammo una pira, uguale nella forma a quello con cui si celebra la festa del fuoco, ma in scala minore. Era la prima volta che invitavano a questa manifestazione un’artista donna. Ne «La intención» volevamo generare un fuoco, un falò, attorno a un corpo femminile che non prende fuoco. Allusione alla persecuzione di cui sono vittime le donne dall’epoca della caccia alle streghe, dell’Inquisizione, sino ad oggi, quando viene messo in dubbio il nostro essere, quando ci accusano, ci incolpano. In questo caso il falò era solo un’intenzione, come racconta appunto il titolo dell’opera, di evocare la pira senza accendere il fuoco.

Dal corpo vivo in attesa di condanna dell’opera «La intención» passiamo a un corpo morto, quello sacrificale e sacrificato in «La comida está fría», l’opera site specific prodotta a Bari ospitata a Palazzo Fizzarotti. In entrambi i casi lei indossa lino italiano sottilissimo: c’è un collegamento con queste due performance oppure un legame simbolico con la storia dell’arte italiana?
In entrambe le opere c’è una connessione che riguarda più il contesto che la matericità del lino. In «La intención»  parlavo della persecuzione della donna; in «La comida está fría» (Il cibo è freddo) parlo di femminicidio, dalla mia posizione come donna guatemalteca che vive in un Paese in cui assassinano da 2 a 4 donne al giorno. Volevo parlare di questo flagello che riguarda tutte le latitudini, non solo il continente latinoamericano, perché il numero dei femminicidi e della violenza sulle donne è aumentata vertiginosamente anche in Europa con la pandemia. In Italia, Spagna e Germania ogni 3 giorni una donna viene assassinata dal suo compagno o ex partner: basti pensare ai più recenti fatti di cronaca. Occorre compiere importanti passi avanti per far sì che tutto ciò finisca. In «La comida está fría» parlo della violenza tra le mura domestiche. I luoghi in cui dovremmo sentirci più sicure, sono quelli in cui la donna è più a rischio e può pagare con la vita.

A Bari, in occasione del Big, lei ha aperto il talk presso la Biblioteca de Gemmis facendo ascoltare al pubblico l’audio della performance «Las escuchaba gritar y no abrían la puerta» (Le sentivo gridare e non aprivano al porta) che riprende i terribili crimini di Stato avvenuti in Guatemala nel 2017. Un gruppo di 56 bambine fu recluso nel Refugio Seguro Virgen del Camino come punizione per aver tentato di scappare dai costanti abusi sessuali, fisici e psicologici. L’8 marzo dello stesso anno furono bruciate vive. Quelle urla strazianti, questa testimonianza terribile, hanno invaso lo spazio durante il suo artist talk. Attraverso un medium immateriale come il suono, lei è riuscita a farci incorporare quella sofferenza. Quando ha cominciato a sperimentare il suono come strumento performativo?
Nel 2005 alla Biennale di Venezia, con un’opera intitolata «Golpes» (Colpi). In questo lavoro mi rinchiudo in una piccola stanza, 2 metri per 2; mi percuoto sulla schiena, una cinghiata per ogni donna uccisa in Guatemala dal primo gennaio al giorno in cui si è realizzata la performance. Mi sembra che all’epoca fossero 142. E la forma, ora che ci penso, era abbastanza simile alla performance che riguarda la tragedia delle bambine, perché il suono si amplificava verso l’esterno di una stanza. Ci chiudemmo in una piccola stanza urlando per nove minuti, il lasso di tempo necessario per ardere vive le bambine. Le autorità allora si rifiutarono di aprire la porta.

Qual è il suo rapporto con la morte? Nei suoi lavori è un elemento costante, argomento difficile da affrontare.
Credo che le mie origini guatemalteche mi facciano vivere una relazione molto stretta con la morte. Sono nata nel 1974, negli anni del conflitto armato, delle sparizioni, degli assassini. Sono cresciuta con un colpo di Stato, con i militari per strada, tra le bombe, i corpi frammentati e occultati nel parco principale. Ho continuato a vivere in Guatemala anche dopo la pace del 1996. Anche allora la violenza era incontenibile. Sono tante le occasioni in cui ho visto corpi per strada coperti da un lenzuolo bianco, o senza. Per questo ho realizzato un’opera come «XX» in cui accompagnavo la sepoltura di persone assassinate non identificate: ogni giorno arrivavano da 7 a 14 corpi non identificati da seppellire come «XX». Credo che il mio vissuto, la mia storia, mi facciano vivere una grande vicinanza con la morte violenta, non naturale, anche quella causata dal potere, provocata con violenza. È qualcosa di cui non parlo mai ma voglio confidarmi con lei, perché pertinente rispetto al lavoro portato avanti da Big ed è legato al tema di genere: sono cresciuta in una famiglia dove la violenza era una possibilità. Avevo un padre bipolare che in alcuni momenti era meraviglioso, in altri brutale con mia madre, la picchiava molto. Sono cresciuta tra questi conflitti, anche familiari, e per questo sono così ricorrenti nel mio lavoro.

Anch’io ho assistito a scene di violenza domestica. Da qualsiasi angolazione osservi il mondo ci sono dinamiche che si riproducono sempre allo stesso modo, soprattutto quando si parla di violenza. Penso sempre ai suoi lavori come a delle dichiarazioni di verità. Grazie a lei molte persone hanno scoperto o compreso realmente il genocidio in Guatemala e la situazione sociopolitica del suo Paese, dal momento che la maggior parte dei mass media europei eclissano totalmente gran parte delle narrazioni dei Sud del mondo. Credo che il suo modo di fare arte sia puro attivismo. Qual è il suo più grande obiettivo?
Non mi considero un’attivista. Un’attivista in Guatemala è una persona che rischia la vita per un fine specifico: contro le mine, perché Ríos Montt [il dittatore, ex presidente del Guatemala, Efraín Ríos Montt, scomparso nel 2018. Era stato condannato a 50 anni di prigione per genocidio degli indios, avvenuto durante il suo mandato del 1982-83; Ndr] andasse in carcere, affinché non modifichino il corso di un fiume o le aree di Cobán. Quello che faccio con il mio lavoro è dare una forma a idee basate su problematiche di contesto che trasformo in opere, dove il mio corpo diventa il protagonista. E sento una grande responsabilità verso il mio contesto sociale e politico come guatemalteca, perché il Guatemala è il Paese in cui sono nata e cresciuta e non posso fare finta di non vedere tutti i problemi che riguardano la nostra società.

Che consiglio darebbe a un o una giovane artista?
Credo che il miglior consiglio sia di essere onesti, lavorare con onestà tutta la vita. Essere onesti e utilizzare l’arte come un materiale da combustione; e noi artiste, micce pronte a dare fuoco a questo materiale. Abbiamo bisogno di creare opere che suscitano domande, discussioni sui problemi che sono parte del mondo globale attuale. Partire dai problemi locali e ampliarli comprendendo che siamo una collettività e che i problemi dei Paesi più sperduti si riflettono globalmente. Il mio obiettivo più grande è raccontare la storia del mio Paese, la storia dei Paesi in cui lavoro. Essere sempre un’antenna per poter ricevere questi messaggi e idee che attraversano il mondo. Poter essere una buona traduttrice o trasmittente di problematiche che accadono e presentarle attraverso l’arte, affinché possano essere lette e affrontate da diverse prospettive.

© Riproduzione riservata Artist talk con Regina José Galindo e Giuliana Schiavone. Foto Serena Di Mola
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