Quando l’America scoprì Somaini

Una retrospettiva alla Open Art

«Nauta II», di Francesco Somaini
Franco Fanelli |  | Prato

L’America, per Francesco Somaini (1926-2005), era a due passi. Non solo perché la sua vocazione a una scultura capace di dialogare con l’architettura era coerente con il profilo e gli spazi delle metropoli statunitensi, o perché il suo linguaggio di matrice informale incontrava il gusto dei grandi collezionisti d’oltreoceano (una fortuna in comune con quella ottenuta, in pittura, da Afro).

C’era un’altra ragione, forse più banale eppure fondamentale: «La sede della galleria Odyssia di Roma, dove nel 1959 allestisce una personale, non era lontana dall’Ambasciata americana; e americana era anche la sua fondatrice, che introdusse l’allora poco più che trentenne scultore tra i facoltosi collezionisti suoi connazionali, spiega sua figlia Luisa Somaini, che a Milano presiede l’Archivio intitolato all’artista. Nello stesso anno, la sua partecipazione alla Biennale di San Paolo, fortemente
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