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Quando Andrea Emiliani mi propose il «tu»

Una prima testimonianza odierna sullo storico dell'arte romagnolo scomparso questa mattina

Andrea Emiliani. Foto di Marco Baldassari

Proprio in occasione dell’intervista oggi ripubblicata e resa in occasione del suo ottantesimo compleanno, Andrea Emiliani aveva insistito con Umberto Allemandi perché ad occuparmi di quell’intervento fossi proprio io perché, disse, il pezzo preparato da un altro illustre studioso italiano era un «coccodrillo» e invece lui, Andrea, voleva emulare il suo amico e compagno di studi Sir Denis Mahon ed arrivare almeno a 100 anni. Era una battuta ma in fondo anche una speranza. Purtroppo la sua preghiera (come avrebbe scritto Truman Capote) non è stata esaudita e quel traguardo così ambito e illustre non ce l’ha fatta a tagliarlo.

Personalmente, non ho la statura accademica per tracciarne un profilo di studioso e d’innovatore onnisciente degli studi sulla pittura del Seicento, particolarmente emiliano, che condivise in mutuo contributo di vera affinità elettiva con il vicinissimo amico Sir Denis Mahon. Lascio ad altri più illustri le cronache, le eulogie, il lungo, onusto palmares.

Voglio solo dire che da oggi il mondo (quello della storia dell’arte e dei valori umani, e non solo il mio) è un po’ più vuoto, un po’ più smarrito, un po’ più disorientato e «mancante». Essendo uno storico prestato alla storia dell’arte non ho avuto la fortuna di essere allievo di Andrea Emiliani ma ho avuto quella altrettanto grande, se non più grande ancora, di conoscerlo fin dai miei vent’anni grazie a un’amica preziosa e indimenticabile, Marilena Maj Camerini, con sua figlia Silvia (anche lei a me oggi unita in questa perdita). E fin da allora, dai miei vent’anni, ebbi l’onore (perché onore vero è stato) di guadagnarne la stima e l’affetto: ricordo ancora l’emozione e l’orgoglio di quando, a me trentenne forse, chiese di dargli del «tu». E fra i momenti più esaltanti d’emozione della mia vita, a tutto tondo e non solo di studi o cultura (per me «understated» di formazione, nonostante le apparenze che nel mio caso certamente ingannano), resta la sua conclusione alla presentazione del libro «Da Bononia a Bologna 189 a.C.-2011» (da me ideato e curato, pubblicato da Allemandi nel 2012) in cui confermava il rammarico non solo suo che io non mi fossi «dedicato a tempo pieno alla storia dell’arte, perché altrimenti la disciplina avrebbe avuto un ottimo studioso in più».

Oggi mi sento d’aver perduto una figura paterna, un mentore, un Virgilio che mi ha guidato con il fascino del suo sapere «extravagante» in senso latino, dai mille rivoli e sentieri, dai mille appigli, dalle mille correnti sotterranee pronte a riapparire e a portarti su altri lidi pittorici e artistici, nell’amore e nell'impegno per l’arte. Educandomi alla lettura dei quadri, alla ricerca di motivazioni e origini anche lontane, all’esercizio benefico e proficuo del cosiddetto «occhio», la capacità innata che non si apprende con gli studi ma che è dote naturale che si coltiva nel tempo con la dedizione e con il lavoro. Passavo spesso a trovarlo nel suo eremo arroccato all’ultimo piano del palazzo della Pinacoteca Nazionale, in quella che ufficialmente era la sede dell’Accademia Clementina, di cui è stato Principe (fino al 2018) e propugnatore, anima stessa direi, ma che di fatto era il suo «antro magico, traboccante ovunque di libri, immagini, fotografie, fogli sparsi.

Una sorta di distaccato Aventino da cui osservava, spesso con irritato rammarico, l’evolversi delle vicende artistiche e culturali di Bologna, città sua quanto l’Urbino di nascita. Erano ore di «badinage» prezioso e coltissimo in cui mi perdevo nella fascinazione della sua parola (raro esempio di studioso che sapeva scrivere tanto quanto parlare) in racconti che toccavano infiniti argomenti e che da qualsiasi attacco partivano, con l’umorismo a volte salace e l’arguzia che gli erano tutti propri, a spaziare nell’universo mondo nell’arte. Fra i più cari mi è quel giorno in cui gli portai per un parere le fotografie di una coppia di Guercino, un pendant di due scene tratte dalla letteratura cortese del Cinquecento italiano che uno studioso tuttologo aveva bollato come opera di bottega. Riconobbe immediatamente le opere e ricordò perfino l’occasione in cui, croste sporche e unte, quasi totalmente abbrunite dalla patina pesante di secoli, erano state portate in visione a Denis Mahon.

Quel giorno Emiliani era a Londra, ospite di Mahon, e insieme analizzarono le opere, ne riconobbero il pennello, là dove più là dove meno, di Guercino e del cognato aiutante Gennari, e per quanto già convinti della mano autentica, con saggia cautela sentenziarono: «Rivediamole dopo pulitura e restauro». I casi della vita, e le vicende turbolente dei quadri, non permisero quell’ulteriore visione, che Emiliani poté invece avere su quelle immagini che io gli recai. E furono fra le ore più ricche da me trascorse in sua compagnia: ogni parola, ogni spiegazione, ogni commento furono insegnamenti entusiasmanti, trascinanti come in fascinoso gorgo di sapiente indagine e sagace dottrina, e irripetibili.

Giovanni Pellinghelli del Monticello, edizione online, 25 marzo 2019


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