Quale armonico rapporto tra antico e contemporaneo?

«Un serpente di plastica come un siluro per colpire il tempio di Segesta», tuona Sgarbi riguardo le opere commissionate dalla Fondazione Merz. E il presidente della Regione Nello Musumeci chiede all’assessore alla Cultura Alberto Samonà «un atto di indirizzo» per «valutazioni omogenee»

«Spirale» di Costas Varotsos nel Parco Archeologico di Segesta. Foto Gianluca Baronchelli
Giusi Diana |  | Segesta (Tp)

Mentre il mondo dell’arte contemporanea si riuniva alla Biennale di Venezia, in Sicilia si scatenava un putiferio a seguito di post e video di Vittorio Sgarbi diffusi sui propri canali social e critici rispetto alla mostra «Nella natura come nella mente», curata da Beatrice Merz e Agata Polizzi e inaugurata il 14 aprile al Parco archeologico di Segesta. Organizzata da MondoMostre con la Fondazione Merz di Torino (che dallo scorso anno e per 3 anni ha in affidamento anche lo spazio espositivo di Zac Centrale ai Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo), espone fino all’11 novembre opere di Mario Merz, Ignazio Mortellaro e Costas Varotsos.

Facendo suo il disappunto espresso sui social dal figlio del compianto assessore Sebastiano Tusa, Andrea Govinda Tusa, Sgarbi (che è stato anche lui assessore ai Beni culturali siciliani) prende di mira in particolare la «Spirale» in ferro e vetro di Varotsos collocata in uno spiazzo in prossimità del Tempio e definita su YouTube «un inverosimile accrocchio [...], un serpente di plastica che si avvia, come un siluro a colpire il tempio di Segesta».

E aggiunge: «Nessun luogo è più perfetto di Segesta, basta a sé, il tempio che sta da solo in alto, che domina la valle ha una potenza che esprime tutta la civiltà siciliana antica; pensare che qualcuno possa integrarlo, accostarlo alle testimonianze della produzione impotente al posto di quella potenza porta a mostre come “Nella natura come nella mente”...». Immediata la replica del presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci: «Condivido le osservazioni di Vittorio Sgarbi. La sacralità laica dei nostri Parchi archeologici non ammette contaminazioni di altre iniziative culturali, per quanto dettate da buoni propositi. Ho chiesto all’assessore Samonà di diramare un atto di indirizzo affinché i direttori dei Parchi si attengano a valutazioni omogenee. Intanto, l’allestimento artistico attualmente ospitato a Segesta va spostato in altro luogo».
«Primo punto dell'ariete» di Ignazio Mortellaro nel Parco Archeologico di Segesta. Foto Gianluca Baronchelli
Tutto questo, a mostra già approvata e inaugurata alla presenza dell’assessore Alberto Samonà, che facendo retromarcia, rispetto all’iniziale entusiasmo, ha dovuto firmare un provvedimento, su invito di Musumeci, finalizzato «a far sì che ogni singolo allestimento di arte contemporanea da realizzarsi in aree e Parchi archeologici venga preceduto dalla presentazione, da parte del soggetto proponente, di un dettagliato progetto espositivo da sottoporre alla preliminare autorizzazione dipartimentale. Chi scrive, aggiunge Samonà, pur non essendo, in via generale, contrario a questi allestimenti, ritiene che gli stessi debbano essere sempre complementari rispetto al contesto nel quale vengono impiantati e devono agevolare la creazione di un armonico rapporto tra antico e contemporaneo, che esalti il contesto archeologico, che in nessun caso deve essere alterato ovvero subire nocumento dall’allestimento contemporaneo».

Per Beatrice Merz, «alla base del progetto curatoriale c’è il dialogo tra la storia, la natura e la contemporaneità. La spirale, tema centrale in tutte le opere della mostra, rappresenta, con la sua forma armonica, l’evoluzione naturale. Il rifrangersi della luce e la musicalità del luogo, dove le sue architetture restano vive anche attraverso gli occhi dell’arte contemporanea. Un dialogo, qui affrontato in punta di piedi, per accendere riflessioni sulla nostra storia passata in rapporto a quella presente e futura. Si abbattono i confini culturali e si riconosce la sacralità di un luogo vivendolo anche con passeggere contaminazioni». In una nota MondoMostre, che ha in gestione i servizi aggiuntivi del Parco diretto da Rossella Giglio, fa sapere che «recepisce le indicazioni del Presidente della Regione Siciliana e dell’Assessorato e sta lavorando coordinandosi con le curatrici della mostra, la Fondazione Merz e la direzione del Parco, per trovare la soluzione più idonea che interpreti l’indirizzo che è stato comunicato».

Ma è su quell’ideale di armonia evocato dal provvedimento regionale che si gioca la partita sul piano estetico, dal momento che l’arte contemporanea è portatrice spesso di istanze formali anche disarmoniche. Dal vivo l’opera di Varotsos non risulta così ravvicinata né incombente sul tempio, inoltre è più «leggera e trasparente», e quindi armonica, di quel che sembrerebbe da certe immagini pubblicate che la ritraggono di scorcio.
«Icaro» di Igor Mitoraj vicino al Tempio della Concordia nella valle dei templi di Agrigento.
Sulla necessità di valutare con maggiore rigore le proposte d’arte contemporanea in contesti archeologici (ormai una vera e propria moda, da nord a sud), attenendosi a criteri generali omogenei, molti si dichiarano d’accordo, ma a chi demandare il compito di compiere scelte critiche consapevoli della complessità dei linguaggi dell’arte contemporanea che omogenei non sono, in mancanza di figure specialistiche all’interno dei Parchi? Di certo non agli archeologi, ma allora bisognerebbe dotare i Parchi di consulenti: critici e curatori accreditati che rappresentano, però, un pluralismo di posizioni critiche.

Questo forse eviterebbe alcuni discutibili esempi di commistione tra archeologia e linguaggi contemporanei, come quello presente da anni nella Valle dei Templi di Agrigento, dove il classicismo della scultura in bronzo «Icaro caduto» di Igor Mitoraj appare stucchevole a molti nell’impari confronto con la classicità autentica del Tempio dorico, mentre sempre nella Valle appare pretestuoso il confronto tra 13 sculture monumentali dipinte di un bianco abbacinante con sfere in acciaio inox di Gianfranco Meggiato, esposte fino a gennaio in una mostra temporanea.

Altri esempi più riusciti con nomi di artisti autorevoli si potrebbero fare, come le videoinstallazioni di Jan Fabre (autorizzate dall’allora assessore Tusa) o di Fabrizio Plessi sempre nella Valle dei Templi, ma anche la mostra di Tomás Saraceno di questa estate al Parco archeologico della Neapolis di Siracusa. Appare chiara la necessità, quindi, di valutare caso per caso con coscienza, pluralismo critico e competenza.

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