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Restauro

Purché non mi chiamiate la «restauratrice del Cenacolo»

«Si restaura troppo e troppo in fretta» diagnostica Pinin Brambilla Barcilon

Pinin Brambilla

La responsabilità di un restauro come quello condotto sul «Cenacolo» di Leonardo è talmente grande che basta da sola a qualificare chi lo esegue. Cortesemente, e con grande modestia, Pinin Brambilla Barcilon, restauratrice di alcuni dei massimi capolavori dell'arte tra cui, appunto, il celebre dipinto leonardesco, precisa nell'intervista concessa a «Il Giornale dell'Arte» dimensioni e carattere del suo lavoro.

Restauratrice famosa: per lei donna è stato più difficile?
Senza voler fare del femminismo, ho incontrato ostacoli sia nel campo familiare che nel rapporto col pubblico; ai miei inizi le donne restauratrici erano poco numerose, ma sono state le stesse difficoltà che hanno incontrato tutte le donne della mia generazione nelle loro attività.

Dove ha fatto apprendistato?
Nella «bottega» di Mauro Pelliccioli che godeva di grande fama in Lombardia e anche su piano internazionale. La scuola di restauro ufficiale era di Roma e con essa ho periodici rapporti di consulenza e di aggiornamento: è un'abitudine che non ho ancora persa. I miei procedimenti sono sempre frutto di lunga meditazione e scambio di pareri con persone che dividono con me la responsabilità del lavoro. Grazie a queste discussioni mi sento aggiornata.

Che cosa è cambiato dagli anni di Pelliccioli?
Pelliccioli era un restaurato re di grande intelligenza e di grande intuizione, un uomo di «punta». Certo da allora scienza e tecnica hanno fatto molto cammino.

Le è mai accaduto di rimpiangere il modo di restaurare del passato?
Non appartengo ad un passato così lontano per cui i criteri di restauro che ho seguito dagli inizi della mia carriera possano considerarsi superati. Oggi mezzi e strumenti scientifici danno la possibilità di leggere meglio l'opera, di conoscere più a fondo le cause del suo deterioramento e di conseguenza di servirsi di mezzi più idonei alla sua conservazione.

È importante che un restauratore abbia «personalità»?
A Bologna, durante il convegno «Ricerca scientifica nel restauro d'arte», qualcuno ha chiesto se nel restauratore si possa identificare l'artigiano. Certo che il restauratore deve essere dotato oltre che di capacità manuali, anche di una forte carica di sensibilità, unita all'umiltà necessaria ad affrontare l'opera d'arte spersonalizzandosi, deve entrare nello spirito della creazione artistica, immedesimarsi nella personalità dell'artista, in modo da non alterarne il linguaggio espressivo.

Quindi non basta una grande competenza tecnica?
Si può essere un ottimo operatore, saper chiudere una lacuna e intonarla correttamente, ma nel complesso rovinare un dipinto.

Qual è il margine di discrezionalità di un restauratore? Sulla stessa opera due restauratori diversi fanno due diversi restauri.
In effetti un poco è così, se si considera la realizzazione tecnica del restauro (rigatino ecc). D'altra parte il restauratore non opera mai solo, ma è affiancato dallo storico dell'arte. I problemi e le decisioni sono discusse collegialmente. Le varietà delle soluzioni dipendono sia dai criteri di restauro del direttore dei lavori sia dalle condizioni obiettive dello stato di conservazione del dipinto. Ogni quadro presenta problematiche completamente diverse che vanno risolte volta per volta. Aggiungo poi per chi non fosse informato che si può eseguire un restauro con un criterio «archeologico» cioè liberandolo dalle integrazioni senza reintegrarlo, o seguendo un criterio di integrazione che può andare dal «rigatino» alla «selezione cromatica» e via dicendo...

È gelosa delle sue esperienze?
Lavoro con un gruppo di giovani appassionati ài quali cerco di trasmettere il frutto delle mie esperienze e il mio entusiasmo per questo lavoro.

Ha mai avuto divergenze con qualche storico dell'arte?
Mi fa una domanda imbarazzante. La figura dello storico è complessa e richiede professionalità e competenza. Quello che posso dirle è che ho avuto sempre la fortuna di aver accanto a me persone con cui ho potuto stabilire anche un dialogo tecnico.

Sono ancora possibili grosse sorprese durante il restauro?
Questa domanda la potrebbe fare anche a un chirurgo. Abbiamo continuamente sorprese. Gli strumenti di lettura sono diventati più sofisticati e danno informazioni quasi emozionanti soprattutto sul procedimento tecnico dell'opera pittorica su cui si mette la mano. Mezzi tecnici quali la riflettografia, la radiografia consentono certe possibilità di conoscenza del modo di dipingere dell'artista che sono di aiuto, direi anche allo storico dell'arte.

Per esempio?
La constatazione della tecnica minuziosa di Lorenzo Lotto nella Pala di San Bernardino a Bergamo, in cui il pittore dipingeva con accuratezza entro i confini del disegno... in altri casi i pentimenti della prima idea compositiva del quadro alla sua stesura definitiva: ad esempio nella Pala dello Zenale della collezione Borromeo, o nel Carrà di Brera.

Chi stima di più tra gli storici dell'arte con cui ha lavorato?
Sono stata più vicina ai direttori di Musei e Soprintendenti, che agli universitari. Potrei fare un elenco nutrito di nomi di persone a cui sono riconoscente, ma voglio solo ricordare Franco Russoli, morto prematuramente lasciando un gran vuoto a Milano. Gli devo un interesse nuovo verso i problemi di conservazione dell'arte contemporanea.

Predilige determinati materiali?
Lavoro sulla pittura: affreschi, tavole e tele, e prediligo l'affresco e il dipinto su tavola. Ciononostante in questo periodo sono seriamente impegnata in una grande tela del Bellini, di otto metri per quattro: «La Predica di san Marco».

Esegue il distacco di tavole e affreschi?
Sono abbastanza contraria al distacco. Lo ritengo un grosso trauma inferto all'opera. È meglio se appena possibile, risanare l'ambiente in cui è stato il dipinto. Un restauratore pulendo un paesaggio per conto di un mercante, vi aveva scoperto, dipinte su di un prato, delle vacche. Gli fu intimato di farle nuovamente sparire: erano autentiche, ma il paesaggio era giudicato più vendibile senza di esse.

Questo non capita a chi, come lei, restaura per Enti pubblici. Le sarà capitato, tuttavia, di fare piccole o grandi scoperte.
Scoperte? Cose divertenti? La cosa divertente è che si trovano spesso impronte digitali sui quadri, soprattutto sulle tavole. Sarebbe curiosissimo riuscire a farne una raccolta. Ma non si sa se siano state lasciate dal pittore stesso o dagli aiuti.

E nell'attuale lavoro sul «Cenacolo»...
La interrompo perché non vorrei essere identificata come «la restauratrice del Cenacolo». È una cosa che mi dà noia. Prima di arrivare al «Cenacolo» ho lavorato per 30 anni.

Questo incarico tuttavia le ha dato una grandissima notorietà. Importanti personaggi hanno voluto visitarla mentre vi stava lavorando.
Ogni persona che passa, e sono tante, ha le proprie reazioni, alcune delle quali hanno il sapore dell'aneddoto. Le domande che mi sono state rivolte meriterebbero una rassegna. Acute e pertinenti quelle di Marga-ret d'Inghilterra e di Gianni Agnelli. Pertini ha voluto salire sui ponteggi.

Che cosa chiedono?
Le domande del pubblico quotidiano, pur nella loro confusa formulazione, lasciano sempre trasparire il desiderio vivissimo di penetrare e comprendere.

Possiamo farle una domanda impertinente? È molto redditizio un incarico come quello del «Cenacolo»? Ci si lamenta che voi restauratori ormai pretendiate compensi molto alti.
Non la considero affatto una domanda indelicata e indiscreta. Anzi, mi sembra un'occasione buona per chiarire che quella del «restauratore», e le sarei grata se volesse scrivere la parola fra virgolette, è una professione difficile, alla quale si arriva dopo una lunga e faticosa preparazione e non per magia. E un'attività che richiede un'alta qualificazione, un altrettanto alto senso di responsabilità e aggiornamenti continui e costosi. Se il rapporto economico fosse equo, le cifre corrisposte dovrebbero essere se non iperboliche, almeno rispettabili. Dico dovrebbero... Come meriterebbero, del resto, molte altre professioni non sempre riconosciute. Ma, per questo lavoro specifico, parlo del Cenacolo, mi sembra impossibile stabilire parametri economici. L'incarico mi onora e mi offre opportunità e aperture raramente raggiungibili anche nell'arco di tutta una carriera, di tutta una vita. E di questo mi sento profondamente grata soprattutto nei confronti dell'Olivetti.

Che rapporti ha con gli altri restauratori?
Buoni, in alcuni casi amichevoli. Ricordo soprattutto Laura e Paolo Mora. Ricorro a loro spesso, perché sono persone generose, che stimo e a cui mi rivolgo nei miei momenti di dubbio. Anche perché il lavoro va visto con occhi puliti, con occhi nuovi, con un certo distacco. Deve essere decantato. Bisognerebbe lavorare lentamente e a tappe distanziate. Si restaura troppo e troppo velocemente. Bisognerebbe restaurare meno e soprattutto con meno fretta.

Sono frequenti i guasti causati da restauri sbagliati?
Cattiva foderatura, pulitura maldestra e imprudente che asporta vernice e colore originale, rifacimenti grossolani... questi e altri fatti dovrebbero essere registrati dal restaurato re specialmente se il restauro è consistito nella rimozione di interventi precedenti e costituire una scheda storica che sarà tanto più analitica e precisa quanto meno frettoloso è il lavoro. Capita così che davanti ad un quadro danneggiato ci si chieda che cosa gli sia capitato e cioè: le parti rimosse e lacunose sono state levate perché c'era intervento di restauro solo perché non piaceva l'integrazione o era un'interpretazione troppo personale? Difficile indovinare. Una corsa eccessiva al restauro conduce a questi problemi. E non sempre lo storico dell'arte è a lato del restauratore mentre sta operando.

È favorevole alle mostre dei restauri?
Se sono programmate in tempo e documentate adeguata mente, possono essere di grande utilità.

Quali altri restauri sta conducendo, oltre al Cenacolo su cui moltissimo è già stato scritto?
Le dicevo, la grande tela Braidense «La predica di san Marco» di Gentile e Giovanni Bellini. I problemi che presenta sono proporzionali alla sua fama perché anche questo quadro è stato oggetto di numerosissimi interventi, di epoche diverse, sovrapposti gli uni agli altri. Ho l'intuizione che sotto l'ingiallimento delle vernici, il colore originale sarà di un'assoluta luminosità. Sono sicura anche che la collaborazione dei due fratelli Bellini apparirà più evidente. Ma è certamente un lavoro molto più complesso e più sottile di quanto può apparire a prima vista.

A cosa si deve l'ingiallimento?
All'alterazione delle vernici che si riscontrano sovrapposte in diversi strati. Sono sicura che a restauro terminato ci troveremo di fronte a un quadro che cromaticamente sarà diverso da quello che vediamo oggi.

Ma la novità piace! Per il restauro di Michelangelo c'è un coro di voci che plaudono alla «novità» dei colori vivaci che la pulitura ha portato alla luce.
Anche Michelangelo è stato una sorpresa, come lo è stato il grande dipinto di Brera di Piero della Francesca. Non so se sia giusto dire che la gente accetta le «novità»: nel caso di Piero anche se la pulitura non è stata portata a fondo, qualcuno è rimasto colpito dalla nuova chiarezza dei colori. Per tornare alla Sistina, il mio approccio a Michelangelo dall'alto dei ponti è stato di una forte emozione: mi sono resa conto delle altissime qualità e della genialità tecnica e inventiva di questo grande pittore che merita la definizione di genio.

Questo vostro rapporto intimo, diretto, fisico con l'opera non vi priva di quell'incantesimo che gli altri provano?
Uno dei nostri privilegi è di avere l'occasione irripetibile di un approccio ravvicinato con i più grandi capolavori della pittura. Insomma, per un po' l'opera diventa un po' nostra, stabiliamo un rapporto stretto con chi l'ha dipinta, ne seguiamo i processi tecnici e i pentimenti, le debolezze, i momenti sublimi. Quando l'opera viene ricollocata sul muro del Museo, l'incantesimo è finito: il custode che ci vede toccare il quadro, ci rimprovera dicendo di stargli lontano. Insomma, esso torna a diventare un estraneo con cui dobbiamo intrattenere un dialogo di convenienza.

Si parlava dei pentimenti dell'artista. Esistono i pentimenti del restauratore?
Anche il restauratore è un essere umano. È naturale che abbia dei pentimenti. Personalmente direi che sono sempre molto prudente ed attenta, cerco di non prendere posizioni del cui invecchiamento non sono sicura. La settimana scorsa sono andata alla Galleria Sabauda, dove sono esposte molte opere da me restaurate: Bronzino, Filippo Lippi, Mantegna... Li ho rivisti con occhi nuovi e dopo quasi due anni, non c'era niente che mi abbia disturbato.

Cambierà in futuro il mestiere di restauratore?
Per le ragioni che ho già accennato è difficile che io mi penta del tutto dei procedimenti che ho seguito, perché li ho molto meditati e li ho risolti con coscienza e senso di responsabilità. Ma non so che futuro possa avere il restauro e il restauratore. Mi preoccupa più l'avvenire dell'opera d'arte. Stiamo assistendo ad un vertiginoso evolversi delle scoperte scientifiche, ... stiamo vivendo un'epoca che prevede le guerre stellari e mi domando se tutto questo nostro soffrire per conservare quello che il passato ci ha tramandato non sia una battaglia di Don Chisciotte contro i mulini a vento.

Giordano Viroli, da Il Giornale dell'Arte numero 24, gennaio 1985

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