Puoi essere re (se ne hai le capacità)

La «teologia della Vittoria» assegna il favore divino a chi ha talento militare, politico, amministrativo e comunicativo. Sono le doti che fecero la fortuna di Augusto, l’uomo che cambiò la storia di Roma

Gemma augustea del 10 d.C. ca, Vienna, Kunsthistorisches Museum
Giuseppe M. Della Fina |

Augusto è centrale nella storia di Roma e la fortuna della sua figura è riuscita ad attraversare i secoli influenzando diverse culture. Al personaggio che seppe imprimere una svolta profonda e duratura al mondo romano è dedicato l’interessante libro Augusto e la teologia della Vittoria di Mauro Menichetti. L’autore mostra, da un lato, il carattere innovativo della sua azione e, dall’altro, ricostruisce i precedenti a cui guardò consapevolmente.

In tale ottica l’azione dei successori di Alessandro Magno fu d’ispirazione: il titolo di re si poteva reclamare sulla base della capacità di guidare gli eserciti e di trattare gli affari politici e non per nascita. Il successo si poteva raggiungere sulla base delle proprie capacità militari, politiche, amministrative, comunicative e, al contempo, necessariamente, con il favore divino: ne scaturisce una «teologia della Vittoria», che diviene il «filo conduttore» dell’azione del «princeps». Un elemento di continuità che si ritrova negli interventi urbanistici, nei monumenti, nelle singole opere promosse da Augusto sino allo svolgimento del funerale, di cui in vita aveva predisposto anche i dettagli volendo che fosse la rappresentazione finale del potere tutto nuovo che era riuscito a creare.

La Vittoria militare si doveva accompagnare, come era stato nel suo caso, alla capacità di saper amministrare e di dare (o ridare) vita a una (nuova) età dell’oro. Un’azione politica che poteva arrivare a riscrivere la storia o, almeno, a darne una lettura diversa: il presente luminoso doveva cancellare anni di conflitti, singoli scontri e atrocità. Il tempo effimero della Vittoria trasformato in un tempo senza limiti, come ha osservato Menichetti. Va da sé che tale risultato, il mondo in armonia, doveva essere conservato attraverso una programmata e armoniosa successione.

Indicativa, in proposito, è la celebre Gemma augustea realizzata in materiale prezioso intorno al 10 d.C. e conservata a Vienna. Articolata su due registri, mostra in quello inferiore la sottomissione dei barbari (su due di essi si allude a un gesto di violenza, in quanto afferrati per la capigliatura); in quello superiore si trova la coppia costituita dalla dea Roma, seduta su una catasta di armi conquistate (un motivo già presente nell’Ara Pacis), e da Augusto. Egli, raffigurato simile a Giove, con un lituo tenuto nella mano destra per l’idoneità a interpretare il volere divino, guarda verso Tiberio. Quest’ultimo, togato e con il capo cinto da una corona di alloro, scende da una biga condotta dalla Vittoria. Dinanzi a lui è un giovane Germanico: la linea dinastica era suggerita con chiarezza.

Augusto e la teologia della Vittoria,
di Mauro Menichetti, 208 pp., 40 ill. b/n, Edizioni Quasar, Roma 2021, € 20

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