Pubblico e privato: due modi diversi di intendere il collezionismo

Più di 500 scatti mettono a confronto la raccolta pubblica del Centre Pompidou con la collezione privata di Marin Karmitz

«Mended Stockings, San Francisco» (1934), di Dorothea Lange (particolare). © The Dorothea Lange Collection, the Oakland Museum of California, City of Oakland. Foto Collection Marin Karmitz
Luana De Micco |  | Parigi

Henri Cartier-Bresson, Berenice Abbott, William Klein, Robert Frank, Walker Evans o Josef Koudelka: è lunga la lista di grandi nomi della fotografia che figurano accanto ad autori semisconosciuti, o anonimi, nella mostra che il Musée National d’art moderne del Centre Pompidou propone fino al 25 marzo con il titolo «Corps à Corps. Storia(e) della fotografia». Con più di 500 scatti, la mostra nasce dalla «conversazione inedita» tra due collezioni, quella pubblica del museo parigino e quella privata di Marin Karmitz, fondatore nel 1967 della casa di produzione cinematografica MK2.

Il fondo del Centre Pompidou conta circa 100mila fotografie, di cui 60mila negativi, e comprende gli archivi storici di Man Ray, Brassaï, Constantin Brâncuși e Dora Maar. La collezione di Marin Karmitz, iniziata nel 2001 e già esposta in altre sedi, conta a sua volta più di 1.500 opere. Karmitz, 85 anni, di famiglia ebrea rumena stabilitasi in Francia nel 1948, è anche il curatore della mostra. Il progetto, nato due anni fa nella «doppia» visione pubblico-privato, «mi ha subito interessato, ha spiegato Karmitz. Offriva la possibilità di pensare la storia della fotografia diversamente, a partire dalle opere e dai dialoghi nati tra di loro. Ero anche incuriosito dalla possibile conversazione tra la mia collezione privata e quella pubblica di un museo nazionale. Questo confronto tra lo sguardo pubblico e quello privato, a mia conoscenza, non era mai stato tentato prima, non in questo modo».

La mostra solleva quindi anche la questione del collezionismo e del concetto stesso di collezione: come si costituisce una collezione? Come si trasmette al pubblico? Quanto conta la dimensione soggettiva? Diviso in sette sezioni, il percorso si apre su una selezione intitolata «Primi volti». Sono allestite fotografie del primo ’900: un autoritratto (del 1912-14) del pittore polacco Stanisław Ignacy Witkiewicz, detto Witkacy e uno studio di Brâncuși di una sua opera, «Ritratto della Baronessa» (1908 ca). E poi scatti di Eugene Smith e Lewis Hine.

Nella sezione «Fulgurances» ci si concentra sulle foto che catturano istanti di vita e volti di anonimi nella folla, come nelle scene rubate negli anni ’30 da Walker Evans. La mostra si sofferma sulla comparsa, negli Stati Uniti degli anni ’20, delle prime cabine per fototessera automatiche, diventate teatro di una fotografia libera e indisciplinata che ha affascinato i surrealisti e più tardi i performer degli anni ’60; sull’utilizzo del fotomontaggio e della tecnica della sovrapposizione di immagini che dà origine a «spettri», come nelle opere di Lisette Model, Val Telberg e SMITH e sull’interesse dei fotografi per i corpi «frammentati».

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