Pronto? Mi racconti la tua mostra?

Il ritorno di voce e parola come pratica più contemporanea dell’arte, al telefono, via radio, con un video, un podcast o una mail

Olga Gambari |

Dallo scorso novembre tutti i mercoledì, tra le 17 e le 19, Palazzo Magnani apre al pubblico la sua mostra «True Fictions. Fotografia visionaria dagli anni ’70 a oggi». Per telefono. Non c’è bisogno di raggiungere la sede della fondazione a Reggio Emilia, basta comporre un numero (0522-444446), e dall’altra parte un operatore risponde per raccontare storie e aneddoti delle opere in mostra. Si può scegliere quale, consultando prima il catalogo online (gettonatissime «Library» di Lori Nix, «Revenge of the Goldfish» di Sandy Skoglund, «Me as Eva Hesse» di Gillian Wearing).

E se le linee sono occupate, si può inviare un modulo per essere richiamati. «Opere al telefono. Chiamaci e ascolta la tua fotografia preferita» il nome del progetto, nato dalle restrizioni per Covid-19 che di nuovo, lo scorso autunno, ha chiuso musei e spazi d’arte in Italia. Non un’idea inferiore o di ripiego, ma un modo diverso di vedere, e vivere, l’arte attraverso gli occhi della suggestione portata dalla parola e dalla voce. La narrazione diventa esperienza immaginifica personale, libera nel suo dialogo interattivo con la fantasia e l’emozione dello spettatore/ascoltatore.

L’intuizione che a Kandinskij fece ritenere la musica, con il suo linguaggio astratto ed empatico, superiore alle altre arti. C’è stata una bella risposta dal pubblico, che ha aderito al progetto «Opere al telefono», con il 90% delle chiamate, dalla durata media tra i 10 e i 15 minuti, fatte da donne di 35/40 anni, spesso in compagnia dei figli piccoli. Molte scuole italiane hanno anche fatto richiesta di una fascia oraria ad hoc, in cui gli studenti possano chiamare. Numeri ancora più alti quelli raccolti dal LAM Museum di Lisse, in Olanda, che in primavera, durante il primo lockdown, ha attivato un simile servizio sociale, «De Kijktelefoon» (traducibile come: il videotelefono) con un tal successo da renderlo voce stabile nella programmazione.

Solo nei primi tre mesi oltre trecento telefonate ricevute, evase soprattutto dai mediatori di sala del museo. Anche qui, ogni conversazione è unica, personale (ci si prenota online, sul sito del museo; il servizio costa 7 euro e 50, Ndr). Decine i commenti entusiastici sul sito, come Jason: «È stata una conversazione profonda e provocatoria, proprio ciò di cui avevo bisogno. Ne sono molto grato»; o come Rixt, 7 anni: «È stata una conversazione divertente che mi è rimasta in testa. La casa all’improvviso mi è sembrata molto diversa». E proprio dedicate ai bambini sono state due iniziative ancora giocate su conversazioni d’arte al telefono, realizzate dal MAMbo di Bologna e dalle Civiche Raccolte d’Arte di Palazzo Cicogna a Busto Arsizio, con gli operatori dei dipartimenti educativi museali impegnati a comunicare le opere in forma di favole e racconti didattici.

Opere e fiabe al telefono che evocano direttamente quelle Favole al telefono scritte da Gianni Rodari nel 1962 e che celebrano l’avanguardia che fu di John Giorno, artista antesignano di questa pratica, icona dell’arte poetica performativa, che nel ’68, al MoMA di New York, presentò la sua opera «Dial-A-Poem»: quattro telefoni contenenti la registrazione di ottanta poeti che leggevano duecento poesie. Cinque minuti di poesia per tutti, che divennero poi un numero fisso del museo a cui telefonare, facendo impazzire le linee del centralino, dove capitava di ascoltare anche William S. Burroughs, Allen Ginsberg, Laurie Anderson, Clark Coolidge, Patti Smith, Taylor Mead, Vito Acconci, Anne Waldman, Jim Carroll, Jim Morrison. Grazie a «De Kijktelefoon», il LAM Museum è in pole position per l’European Museum of the Year Award 2021.

Un riconoscimento all’inventiva, alla reazione positiva, produttrice di nuovi strumenti culturali di comunità. Non una mera sostituzione dell’esperienza artistica dal vivo, che in questi mesi di emergenza ha visto videostream, webinar e virtuale come risposta generalizzata del mondo dell’arte, con l’ambiguità di confondere temporaneo con permanente, creando spesso contraddizioni in termini rispetto alla condizione del rapporto diretto e insostituibile con l’opera, soprattutto nel caso della performance e della sua imprescindibile effimerità. Ancora un progetto artistico incentrato su una radio è stato decisivo nel far incoronare da «Il Giornale dell’Arte» la GAMeC di Bergamo come Miglior Museo italiano del 2020. Radio GAMeC, che ha ricevuto anche la nomina dell’Unesco come una delle migliori iniziative al mondo nate durante il lockdown, tra il 22 marzo e il 26 maggio è andata in onda quotidianamente con sessantasei puntate in live streaming, coinvolgendo oltre centosessanta figure del territorio e internazionali come ospiti, tra artisti, politici, filosofi, sportivi, influencer (da Giovanna Melandri a Hans Ulrich Obrist, Antonio Marras, Andrea Mastrovito, Michela Murgia, Leonardo Caffo, Julian Rosefeldt, Sandro Veronesi, Jovanotti, Francesca Archibugi, Masbedo) ma anche persone comuni.

A condurre Leonardo Merlini (giornalista e performer letterario, già anima di Radio Raheem, web radio indipendente che ha sede nella Triennale di Milano, con programmi che ibridano arte, musica e letteratura) in collaborazione con il direttore del museo Lorenzo Giusti. Gli ascolti andavano da una media di mille contatti a punte di diecimila. Mondi diversi entrati in perfetto cortocircuito, attorno a cui si è creata una comunità alimentata da bollettini dal fronte della pandemia come una novella Radio Londra, reading poetici e voci plurali, vere, che ora sono diventate podcast, archivio e monumento collettivo di memoria e cultura, frequentato tanto quanto l’ascolto live. Anche la formula del podcast, infatti, nato nel 2001, si sta rivelando vincente, con un coinvolgimento complessivo di 12 milioni di ascoltatori e una giornata mondiale dedicata, quella del 30 settembre. Un modo di unire l’editoria a un ideale programma radio in differita, un tesoro di voci e racconti sempre a disposizione per accompagnare la vita in ogni momento, di cui si possono anche comporre playlist personali.

Una biblioteca borgesiana di tracce audio in espansione, di cui fa parte anche il microcosmo degli audiolibri, altro settore in vertiginosa crescita (il 18% dei giovani italiani ne è fruitore quotidiano) che ha surclassato gli e-book, promotore della lettura attraverso l’ascolto, la cui prima casa editrice italiana, il Narratore, debuttò visionariamente nel 1999. Opere al telefono, radio, podcast, audiolibri sono protagonisti di un vero fenomeno del ritorno alla parola e all’ascolto, a una dimensione rituale, di intimità individuale che si sprigiona nella narrazione orale. Pronunciare la parola è come toccare un tasto sul pianoforte dell’immaginazione (Wittgenstein). L’arte e la cultura, che vivono di voce, racconto liberato dall’immagine. I tempi erano già maturi, ma con la pandemia, che da quasi un anno ha imposto un regime di vita a distanza e virtuale, c’è stata un’accelerazione della dittatura del visibile.

La voce e la parola diventano naturale risposta a una saturazione, strumento comunicativo e di verità profonda, da opporre al simulacro digitale del reale. Lo stacco dalla rappresentazione rinnova la capacità di ascolto dei suoni del mondo e di noi stessi, in un rapporto che supera la contemplazione passiva e riporta attenzione e centralità sull’opera e sull’ascoltatore. Una diffusa ribellione dal basso, che alza letteralmente la voce contro l’alienazione e la condizione di spettatore in stato permanente prodotta dalla società dello spettacolo di debordiana memoria. Ne partecipa anche la spoken poetry, movimento mondiale fondato su una comunità di poeti e pubblico che si ritrova per ascoltare competizioni a suon di versi recitati (il primo poetry slam al mondo si tenne a Chicago nel 1986, format inventato da Marc Smith, mentre il primo italiano fu organizzato nel 2001 durante il Festival Romapoesia da Lello Voce). La poesia come parola parlata e performativa (spoken word è l’altro modo di nominarla), fenomeno sociale e antropologico, prima che artistico.

A San Paolo in Brasile, per esempio, la spoken poetry è una manifestazione corale che ha casa nei bar delle favelas. Grido di libertà, di esistenza, di protesta. Lo sapevano bene le radio libere degli anni ‘70, quella Radio Alice che trasmetteva fuori da palinsesti e paradigmi stereotipati, sempre in diretta, con i microfoni aperti a chiunque volesse parlare. Un flusso di vita continuo e di verità, come Radio Aut di Peppino Impastato, piccolo grande eroe siciliano che aveva solo la sua voce e le frequenze per diffondere una verità che smascherava e accusava la mafia. Con il suo Giornale di controinformazione  radiodiffuso voleva arrivare lontano, a tutti. Anche per questo fu ucciso, nel 1978, un anno dopo l’apertura della radio. Nell’arte rimane un modello l’esperimento di Radio Papesse, nata nel 2011 all’interno del centro d’arte del Palazzo della Papesse a Siena. Un modo diverso di raccontare l’arte contemporanea con produzioni radiofoniche e sonore, sound art e storytelling, che ora costituiscono un archivio audio pubblico.

«Quando l’arte non si fa vedere si fa sentire», per dirla come recita lo slogan di RAM Radio Arte Mobile, che si descrive come un luogo dove da vent’anni l’immaterialità del suono delinea il corpo concreto e presente dell’arte. Un altro grande modello pionieristico di radio d’arte, che durante il lockdown ha trasmesso il programma quotidiano «Che fare?», curato da Cecilia Casorati, a cui hanno partecipato cinquanta artisti, con l’idea che ci sia bisogno di sentir pensare e parlare gli artisti. E bisogna anche ricordare Radioarte, web radio e piattaforma sperimentale all’incrocio tra ricerche artiche e musicali, attiva dal 2001, che ha ospitato a dicembre il progetto «FMStreaming», voluto dalla Fondazione Musei Senesi e curato da Elisa Bruttini.

Un palinsesto quotidiano per un confronto sul ruolo del museo nella società contemporanea e in rapporto al territorio, arricchito dalla testimonianza di artisti toscani (tra cui Maurizio Nannucci, Eugenia Vanni, Remo Salvadori, Emanuele Becheri). Questi tempi difficili stanno trovando anche nella voce, nel suono liberato dall’ossessione del visibile la pratica più contemporanea dell’arte, perché, come ci ricorda Pietro Gaglianò, l’arte sta alla libertà come l’immaginazione alla resistenza.

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