Promessi sposi impossibili: Maria Callas e il suo «amore» con Pier Paolo Pasolini

Cronaca di un rapporto tra due esseri «definitivamente trasumanati nella luce del mito». La visita di Andrea Cortellessa alle mostre al Museo Teatrale alla Scala e a Casarsa della Delizia

«Untitled (Tears)» (2023) di Latifa Echakhch (particolare). Foto © Giovanni Hanninen
Andrea Cortellessa |  | Milano

Una donna si guarda allo specchio. Sul volto quasi un’ombra di stupore, per i pesanti costumi di scena che vede avvolgerla nel riflesso. È questa la sola immagine «reale» di Maria Callas (1923-77), in un certo senso, esposta nella bellissima mostra «Fantasmagoria Callas» allestita da Francesco Stocchi (col contributo fondamentale di Margherita Palli) alla Scala: che per il resto allinea cinque «visioni» di artisti di oggi (Giorgio Armani, Alvin Curran, Mario Martone, Francesco Vezzoli e Latifa Echakhch) fra loro assai diversi per età, provenienza e linguaggio e che, ciascuno a suo modo, interpretano il «mito», l’icona o piuttosto l’imago, della Divina.

Quando la fama di un artista assurge a «mito», schermo di proiezione universale, si danno due possibili atteggiamenti. O quella leggenda la si alimenta impunemente, rischiando di restarne le prime vittime; oppure la si «demistifica» con la filologia e l’accertamento documentario; e così, spesso, la si ricopre di polvere. Fra le tante pubblicazioni di questo centenario di sorprendente vivacità (ormai si vive solo di ricorrenze, signora mia) spicca un libro, giunto alla terza edizione ampliata, come Mille e una Callas (a cura di Luca Aversano e Jacopo Pellegrini, Quodlibet, pp. 656, € 26) che sin dal titolo «plurale», dovuto all’aficionado principe: l’Arbasino che alla «Medea» scaligera del ’53 inscena il suo primo romanzo, L’Anonimo Lombardo, scommette di seguire tutti e due i piani: quello strettamente musicologico ma anche quello mitopoietico e culturologico. Che ha segnato il Novecento (e oltre) come nessun’altra epifania musicale (e forse artistica in generale).

Tutta imperniata sul «mito», e anzi, sulla sua occorrenza forse più clamorosa, è la saporitissima mostra curata a Casarsa della Delizia (Pd), la heimat friulana di Pasolini, da Silvia De Laude (alla quale si deve la cura filologica dei monumentali «Meridiani» dell’autore) e Giuseppe Garrera (che all’attivo ha la più spettacolare delle mostre del centenario pasoliniano, l’anno scorso al Palazzo delle Esposizioni di Roma): che azzarda un titolo antonioniano, «Cronaca di un amore», per raccontare la tempesta mediatica che, alla vigilia delle riprese e poi ben oltre l’uscita dell’unico film realizzato insieme, alla fine del ’69, investì Pasolini regista e Callas star di «Medea».

Attraverso il prezioso lascito documentario di Nadia Stancioff, assistente della cantante, ma soprattutto la formidabile collezione della stampa d’epoca per decenni tesaurizzata da Garrera (suo punto d’onore metodologico è quello di esporre le immagini nell’impaginato originale, che restituisce in modo icastico il clima del tempo), si ricostruisce quasi giorno per giorno il romanzo popolare dei promessi sposi ovviamente «impossibili», col corredo del più o meno esplicito paternalismo omofobo che fa tifo da stadio per la «conversione» del reprobo; e poi delle baruffe che nel suo cerchio magico fanno arrivare alle mani Dario Bellezza e Laura BettiLe vede queste?»: al cronista di «Oggi» lei sfodera le unghie con le quali promette di scuoiare la «tigre» ellenica). Quasi ci crede Andrea Zanzotto, che a Pasolini scrive: «Non si deve sposarsi / né con uomo / né con donna / né con creatura sovrumana / né con scimmia brasiliana / etc etc etc / dice il mio Nino Mura».

Ma la cosa psicologicamente più vera è che finiscono per crederci, in un certo senso, anche i diretti interessati (più del bacio in bocca che finisce sulla prima pagina dei rotocalchi di tutto il mondo, pare «vero» quello ben più raro, sulla guancia ma rapinoso, che «ruba» Mimmo Cattarinich al cocktail di fine riprese). Nel breve film di Mario Martone esposto alla Scala, Sonia Bergamasco dà partecipata lettura (o meglio esecuzione) d’un raro testo dedicato a Callas, nel ’65, da Ingeborg Bachmann (tradotto nel bel libro dedicato alle due da Laura Boella: Con voce umana, Ponte alle Grazie 2022) che cita la fiaba di Andersen L’usignolo dell’imperatore.

Si sfidano l’«usignolo naturale» e quello meccanico d’una qualche sofisticata cineseria e la grande scrittrice, insensibile alle finezze dei melomani ma folgorata dalle prove della «Traviata» alla Scala nel ’56, al primo paragona l’arte fragile ma vera della Callas «umana»: «una Straniera in un mondo di mediocrità e perfezione». Lo stesso anno e nello stesso teatro, ma al «Barbiere di Siviglia», è folgorato dalla medesima apparizione Goffredo Parise: che però, al contrario della collega austriaca, vede nei movimenti abnormi della gola della cantante il segno d’una sua metamorfosi animale o transumana («Playboy», ottobre 1980).

In effetti sono «veri» entrambi i corpi dell’artista (come quello del re per Ernst Kantorowicz): quello fisico, che rende uno strumento impareggiabile una voce superlativa per estensione e versatilità, certo, ma non «bella» secondo i canoni classici (ricordano i curatori di Casarsa la lettera del Verdi 1848 che per la sua Lady Macbeth richiedeva non «una figura bella e buona, ma brutta e cattiva»: quasi precorrendo l’Estetica del brutto di Karl Rosenkranz che tanto segnerà la modernità). Ma anche quello metafisico del «mito» che, come un luccicante pleroma gnostico, ormai inseparabilmente avvolge la sua immagine.

Lo ha interpretato benissimo, con l’opera più suggestiva fra quelle esposte alla Scala, la giovane artista marocchina Latifa Echakhch: «Tears» è il titolo di una cascata di comuni perline di vetro le quali, sapientemente illuminate, compongono la silhouette della Divina con un fianco ferito di rosso sino a decomporsi, con soave terribilità, sul piano d’appoggio. Bellissima anche l’opera sonora di Alvin Curran, «Una voce poco fa», che dalle registrazioni di Callas ha campionato solo gli acuti più prodigiosi: componendo con essi un brano ora stridente e quasi agghiacciante, ora invece suadente d’una meta-melodia di ritorno che incanta come il sorriso estenuato di un viandante extraterrestre.

Nel ’71 in un libro controverso di Pasolini, Trasumanar e organizzar, figurano diverse poesie dedicate alla sua sposa celeste, e in una di loro si parla del «vuoto nel cosmo» dal quale proveniva la voce dell’amica. L’anno prima lei gli aveva scritto un biglietto da un volo delle Olympic Airways (reso noto nel 2011 da una mostra curata al Vieusseux da Antonella Giordano e Franco Zabagli) che suona: «Caro, ti scrivo dalle nuvole. Sembra proprio un tappeto bello, soffice da poterci camminare sopra. Per dove? Mah?». Nemmeno sette anni dopo né l’una né l’altro, entrambi poco più che cinquantenni, sarebbero più stati di questo mondo: definitivamente trasumanati nella luce del mito.



«Fantasmagoria Callas», a cura di Francesco Stocchi, allestimento di Margherita Palli, Milano, Museo Teatrale alla Scala, 17 novembre 2023-30 aprile 2024, catalogo Teatro alla Scala, pp. 128, ill. col., € 15
«Pier Paolo Pasolini e Maria Callas. Cronaca di un amore», a cura di Silvia De Laude e Giuseppe Garrera, Casarsa della Delizia, Centro Studi Pier Paolo Pasolini, 18 novembre 2023-25 febbraio 2024, catalogo Ronzani, pp. 127, ill. col., € 26

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