Premio Suzzara. Quando a vincere è la comunità

Arte, lavoro, impresa

Premio Suzzara
Chiara Tinonin |

MILANO. Non è raro che il dialogo tra arte e impresa si sviluppi intorno al mercato. Da un lato il mercato delle opere, dall’altro il mercato dell’impresa, il suo posizionamento e la sua brand reputation. Ma esistono anche progetti in cui la centralità del mercato viene meno e si sperimenta qualcosa di molto particolare. È il caso del Premio Suzzara, un premio sui generis perché di artisti vincitori non ne ha. Istituito a Suzzara nell’estate del 1948 dalla mente brillante di Dino Villani (ndr, padre della comunicazione integrata e grande pubblicitario italiano che nella cittadina era cresciuto), il Premio nasceva per mettere in connessione gli artisti con le persone comuni: nella giuria comparivano intellettuali ma anche operai, e i premi erano messi a disposizione dai contadini e da tutte le forze produttive del territorio. Brillante la recensione audiovisiva dell’epoca:

In riva al Po, presso Mantova, sorge Suzzara. La locomotiva arretra ancora; ancora il ponte è provvisorio, ma Suzzara ha già recuperato la sua alacrità e si ricorda che i Gonzaga, i suoi antichi Signori, erano mecenati e amici dell’arte.
Ha invitato i pittori italiani ad una mostra che costituisce una novità, non solo in Italia.
La giuria composta da Zavattini, Vergani, Somaré, Carrieri, Tofanelli e Villani sceglie tra 180 opere di 100 artisti quelle a cui assegnare i premi che vedremo.
Natura e Arte, è il caso di dirlo: sono stati offerti da contadini e operai, spontaneo desiderio del popolo di accostarsi alla pittura.
Bergonzoni ha vinto… i salumi. Buon appetito!
A questo ritratto sono toccati i polli. E allo scultore Corni, un monumentale formaggio.
Nel suo prossimo paesaggio, Giorgi potrà mettere il vitellino che Zavattini gli consegna.
Il premio toccato a Ciardo esprime, in gergo pittoresco, che animale sia chi non ama l’arte! Perfino i segugi della critica gli danno addosso!

(Fonte: Archivio Storico Luce, Artisti e contadini: creato il "Premio Suzzara" per una galleria d’arte. 01/09/1948)

Le opere d’arte premiate - e qui avviene la semplice, spiazzante, genialità - non appartenevano a chi avesse offerto un bene per il baratto, ma alla comunità intera rappresentata dal Comune di Suzzara.
«Il Premio Suzzara rifletteva un'idea per molti aspetti sorprendente e utopica, secondo la quale l'arte non doveva essere elitaria ma rispondere a un bisogno di bellezza, qualità e poesia comune a tutti gli uomini, di qualunque condizione sociale e livello culturale» spiega Marco Panizza, Conservatore del Museo Galleria Premio Suzzara, inaugurato nel 2002 e motore istituzionale e organizzativo del Premio. Che da allora è cresciuto, si è evoluto, senza mai rinnegare la natura sperimentale per il dialogo sociale che lo rende unico da oltre settant’anni.

Durante un incontro aperto alla comunità artistica e disponibile su YouTube, l’Archivio Viafarini ha offerto uno spazio per presentare la nuova veste del Premio che dal 2018, anno della sua 50ma edizione, articola la formula ‘Arte, Lavoro, Impresa’ scegliendo il linguaggio come risorsa pivotale.
«Lobiettivo [del premio] è molto semplice: promuovere la contaminazione tra arte e lavoro con un meccanismo interessante dove abbiamo eliminato il denaro e gli esperti. Abbiamo fatto sì che gli artisti più generosi potessero presentare dei possibili progetti da realizzare e abbiamo arruolato quelle imprese così lungimiranti che hanno il desiderio di entrare a far parte di questa sperimentazione» ha aggiunto Umberto Cavenago, artista e consulente del Premio.

Le imprese del territorio, un distretto industriale (automotive e meccanico) che è tra i primi dieci in Italia in termini di crescita riferita all’export, si raccontano sul sito del Premio Suzzara attraverso parole-chiave che scelgono per mettersi in relazione con la ricerca artistica. Iveco, per esempio, si descrive attraverso: “fitodepurazione”, “funzionalità”, “sostenibilità”, “team”, “wcm” “ambiente”. Jass Punto Ghiaccio con:“trasparenza”, “effimero”, “trasformazione”, “fusione”.
Un esercizio che sarebbe certamente piaciuto al Villani e che, ancora una volta nella sua spiazzante semplicità, rivela grande determinazione. In fondo, da dove bisogna iniziare per aprire un dialogo, se non dalla scelta cauta e precisa delle parole?

Il Premio, per primo, decide di auto-descriversi con: “collaborazione”, “partecipazione”, “condivisione”, “fiducia” e “felicità”, stilando un manifesto aperto a tutti gli artisti, non solo italiani, che vogliano cimentarsi in un’impresa (scusate il gioco di parole) che non è sempre facile.
«I fallimenti? Tutte le volte in cui l’artista o l’azienda hanno scavalcato il museo» dice Panizza. La formula non funziona quando la relazione si allontana dalla dimensione di collettività e si sposta su un piano di contrattazione dove non sempre il compromesso riesce.
Su questo il regolamento del Premio è molto chiaro: i costi del progetto artistico sono sostenuti dall’impresa che decide di realizzarlo, mentre il Comune di Suzzara provvede a remunerare l’artista con un gettone fisso pari a 2mila euro. L’opera rimane di proprietà del Comune di Suzzara, ma qualora sia site-specific o per sua natura si realizzi all’interno dell’azienda, quest’ultima deve prevedere un numero minimo di aperture al pubblico che desideri visitarla.
Mi torna alla mente il neon luminoso di Kosuth “Words are deeds”. Le parole sono fatti.
Un pensiero, un monito, un gioco.

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