Pietà per Mariupol

Sul quotidiano «La Stampa» un reportage da Mariupol del fotoreporter Gabriele Micalizzi che «Il Giornale dell’Arte» ha intervistato sul numero di aprile

Uno scatto di Gabriele Micalizzi realizzato nelle ultime settimane nel Donbass © Gabriele Micalizzi Uno scatto di Gabriele Micalizzi realizzato nelle ultime settimane nel Donbass © Gabriele Micalizzi La prima pagina di «La Stampa» del 21 aprile Gabriele Micalizzi. Foto CesuraLab Uno scatto di Gabriele Micalizzi realizzato nelle ultime settimane nel Donbass © Gabriele Micalizzi Uno scatto di Gabriele Micalizzi realizzato nelle ultime settimane nel Donbass © Gabriele Micalizzi Le pagine 2 e 3 di «La Stampa» del 21 aprile 2022
Monica Poggi |

Gabriele Micalizzi, fotoreporter nato a Milano nel 1984, e nel 2008 tra i fondatori del collettivo Cesura, da oltre un decennio copre il Medio Oriente per le maggiori testate internazionali. Da alcune settimane racconta la guerra tra Russia e Ucraina dal Donbass: il 18 marzo lo abbiamo raggiunto al telefono per raccogliere alcune considerazioni sul suo lavoro.

Dove si trova e da quanto tempo?
Ora sono in Crimea perché oggi è l’anniversario dell’annessione alla Russia e Putin ha parlato alla popolazione all’interno di uno stadio. Insieme al giornalista con cui sto lavorando abbiamo voluto coprire questo evento. In queste ultime settimane però ho sempre tenuto Donetsk come base. Sono partito da Milano il 17 febbraio e sono andato a Mosca, poi a Rostov e da lì ho preso la macchina e sono arrivato nel Donbass il 18, qualche giorno prima che scoppiasse la guerra. Avevo capito che se doveva succedere qualcosa, per forza sarebbe partito da lì.

È un territorio che già conosceva.
Sì, avevo già coperto lo scoppio del conflitto tra Russia e Ucraina nel 2014.

Com’era stata quell’esperienza?
Era appena scoppiata la guerra, era tutto in divenire. Ho fotografato varie battaglie, sia dal lato ucraino che da quello russo. In quel periodo ci si poteva muovere di più. Ho seguito anche la battaglia dell’aeroporto e varie altre cose, come i campi di prigionia. In mezzo a tutto ciò ho raccontato una bella storia sul teatro di Donetsk. Nonostante fuori bombardassero e cadessero i mortai, il teatro continuava a funzionare, andava avanti con la sua programmazione.

Queste sono fra le sue immagini più poetiche.
Sì, in una situazione di guerra non ti aspetti di vedere una cosa così delicata come un balletto. L’arte rimane sempre una via di fuga per tutti e dimostra come la vita debba sempre andare avanti. Mi sono commosso quando ho visto l’opera, ho pianto come un bambino.

Perché ha deciso di rimanere nel Donbass invece che spostarsi in città cruciali come Kiev o Mariupol?
Per due motivi. Nel 2014 qui, a Slov”jans’k, è stato ucciso Andy Rocchelli, mio collega all’interno del collettivo Cesura, a causa di un colpo di mortaio esploso dall’esercito ucraino. Nel processo noi di Cesura siamo parte civile e per questo io sono nella blacklist del Governo. Ho più difficoltà ad andare in quelle zone. Il secondo motivo è che questa guerra si potrebbe dividere idealmente in due parti, una bellica e una di propaganda, per entrambe le fazioni. Per me è davvero importante mostrare la verità anche da questo punto di vista, l’altro lato. Siamo in pochissimi a farlo da qui.

A proposito di guerra di propaganda, di censura e di punti di vista, pare incredibile che le immagini di questo conflitto passino attraverso social come Instagram. Lei stesso sul suo profilo ha pubblicato alcuni scatti davvero strazianti. Mi sembra che su questa guerra ci sia stato un allargamento dei limiti rispetto a ciò che si ritiene giusto mostrare.
Dopo che ho pubblicato quelle immagini mi hanno scritto in tantissime persone, solo una di loro mi ha chiesto che bisogno ci fosse di pubblicare le fotografie dei cadaveri. Secondo me è davvero necessario far vedere che nelle guerre sono davvero i civili a rimetterci sempre. Faccio semplicemente vedere la realtà, anche i suoi aspetti più drammatici. È il mio compito di reporter: trasmettere la realtà senza plasmarla o renderla più appetibile.

Anche in televisione i contenuti sono sempre più espliciti.
Ci troviamo di fronte a un conflitto talmente cruento che credo che i giornali e la televisione stiano assecondando il registro che troviamo sui social, che oggi sono comunque il principale veicolo di diffusione delle notizie. Possiamo anche parlare di un certo livello di «pornografia della guerra», di morbosità nel voler vedere certe cose, ma dipende molto dal contesto. A Gaza, di fronte a un sacco pieno di brandelli di bambini, ho discusso con un altro fotografo sul fatto se fosse giusto o meno fotografare. Era davvero una scena atroce. Ma tu sei lì, vedi quello che fa la guerra. Quella scena era chiaramente impubblicabile, c’è comunque un livello oltre al quale non puoi andare, anche per preservare le persone dal vedere certe cose. Però io ho scattato. Perché quella è una prova e noi stiamo raccogliendo delle prove.

Rimarrà fino alla fine?
Non so. Spero che tutto finisca presto. Rimango qui finché riesco. La guerra è imprevedibile.

Guerra Russia-Ucraina 2022

© Riproduzione riservata Uno scatto di Gabriele Micalizzi realizzato nelle ultime settimane nel Donbass © Gabriele Micalizzi
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