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Pietà per il Monte di Pietà di Bologna

L’Accademia Clementina, Italia Nostra, e duemila cittadini si schierano contro la destinazione a supermercato del palazzo storico

Il Palazzo del Monte di Pietà a Bologna

Bologna. Forti e chiari si levano a Bologna gli sdegni di Italia Nostra, dell’Accademia Clementina (dal Settecento patrona delle belle arti e architetture bolognesi) e del Comitato per Bologna Storica e Artistica nelle persone di due decani di quell’intellighenzia storico artistica cittadina che ha reso grande la temperie culturale bolognese fra gli anni 1960 e l’avvento del XXI secolo: PierLuigi Cervellati, fra i padri fondatori di Italia Nostra, e Andrea Emiliani, presidente dell’Accademia Clementina, a guidare un drappello di duemila cittadini bolognesi firmatari di una pubblica interrogazione alla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio e all’Amministrazione Comunale sulla sorte che attende il centralissimo Palazzo del Monte di Pietà, da vari anni dismesso e in attesa di restauro e nuovo uso.

Dalla risposta pervenuta dalla Soprintendenza («Non dobbiamo fare delle piazze un sacrario della storia urbana» pare sia stato il commento «fuori onda» della Soprintendente Cristina Ambrosini) e da quella dell’Amministrazione Comunale (che alla Soprintendente Cristina Ambrosini in toto si è rimessa), è subito emerso che non si presentavano ostacoli a che il palazzo, passato negli ultimi decenni di banca in banca e ultimamente dall’Unicredit venduto alla Conad, venisse trasformato in un punto vendita con ristorante e magazzini al piano interrato, là dove nei secoli hanno risieduto gli archivi del Monte di Pietà, istituzione fondata nel 1473 dal beato Bernardino da Feltre. La decisione è stata conferma dal Ministero il 22 gennaio.

Di origini quattrocentesche, il palazzo s’inseriva nel complesso monumentale della Curia Arcivescovile (vi risiedevano i dodici canonici della Cattedrale). Nel 1565 san Carlo Borromeo, allora cardinal legato a Bologna, sostituì al Monte di Pietà fondato da Bernardino il Monte di San Pietro, diretta emanazione della Curia e lo insediò nel palazzo, sulla cui porta principale avenne collocata una scultura in terracotta a tutto tondo raffigurante la Pietà su Cristo Morto attribuita storicamente, e da Eugenio Riccomini confermata, allo scultore e stuccatore Gabriele Fiorini (1570-1595). A metà del XVIII secolo, l’edificio fu ristrutturato dall’architetto romano Marco Antonio Bianchini in collaborazione con il bolognese Alfonso Torreggiani per assumere l’odierno aspetto di autoctona settecentesca sobrietà. Emiliani e l’Accademia Clementina lamentano soprattutto il ripetersi di uno «sconcio» che già vede l’androne laterale di Palazzo Pepoli Nuovo su via Clavature chiuso e trasformato in punto vendita di un’altra catena di supermercati (e non è l’unico).

Cervellati vede nello stravolgimento dell’uso non solo una palese violazione degli articoli 20 e 170 del Codice dei Beni Culturali del 2004, ma una vera lesione funzionale del palazzo stesso e della sua posizione nella «città storica». Rimarca Cervellati che il piano regolatore urbanistico introdotto nel 2008 ha privato la città storica di quella quarantennale tutela degli elementi e connotazioni storici, urbanistici e demografici che l’avevano resa esemplare favorendo «il fiorire di strampalate manifestazioni di arredo urbano». Se la Soprintendenza si fa portatrice di istanze di sostegno all’economia cittadina e al turismo (che negli ultimi decenni è divenuto fonte di reddito importante per la città), Cervellati, Emiliani e gli altri si fanno difensori di una funzione urbanistica dell’edificio che risale alla sua creazione e che non può essere tradita, ma che andrebbe invece ripresa e valorizzata realizzando in quello stesso palazzo un’istituzione culturale.

Giovanni Pellinghelli del Monticello, edizione online, 25 gennaio 2019


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