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Musei

Peter Aufreiter: «Troppa energia sprecata per la burocrazia»

Dopo 4 anni alla direzione della Galleria Nazionale delle Marche (più 40% di ingressi e introiti raddoppiati), lo storico dell'arte austriaco racconta perché lascia l’Italia

Peter Aufreiter. Foto: Luca De Sensi

Urbino. Già Peter Aufreiter ritiene che una burocrazia assurda e la carenza di personale amministrativo distolgano il direttore di ogni museo dal suo vero lavoro. Ma la vaghezza prima e la controriforma poi dell’ex ministro per i Beni e Attività culturali Alberto Bonisoli, nel precedente governo poco favorevole ai direttori stranieri, hanno avuto un peso determinante nell’indurre lo storico dell’arte e manager austriaco a lasciare la direzione della Galleria Nazionale delle Marche a Urbino.

Aufreiter, 45 anni a dicembre, lo racconta con le valigie pronte per insediarsi al Museo della Scienza e della Tecnica di Vienna dal primo gennaio. Lascia un istituto rinnovato e più vivace. Alla guida della collezione nel Palazzo Ducale e del Polo Museale delle Marche subentra un direttore ad interim, ancora da nominare al momento di andare in stampa. Il cambiamento politico che ha riportato Dario Franceschini al Collegio Romano ha certo rallentato le pratiche, eppure il ministero poteva affrettare i tempi sul bando per un direttore stabile o per un incarico provvisorio.

Dottor Aufreiter, quali studi ha fatto? Com’è diventato direttore?

Ho studiato a Vienna in una scuola superiore di Economia, poi Storia dell’Arte e Germanistica, cioè Letteratura e Linguistica tedesca. Devo dire che aver studiato Economia alle superiori mi è servito molto nel lavoro.

A luglio ha deciso di lasciare la Galleria Nazionale delle Marche perché il governo con Lega e Cinque Stelle aveva una spiccata impronta nazionalista?

Quattro anni fa quando i miei colleghi e io siamo venuti in Italia con entusiasmo volevo partecipare alla riforma Franceschini. Nei musei non abbiamo trovato staff preparati alla riforma. Allora mi sono buttato in acqua senza che qualcuno intorno sapesse nuotare. Nei primi due anni sono andato avanti passo per passo sperando nel cambiamento, ma anche con Franceschini non arrivava quell’autonomia che permette di gestire da soli personale, bookshop, ristorante ecc.: affinché ciò accada bisognerebbe trasformare i musei in fondazioni come l’Egizio di Torino. Comunque era un grande passo per l’Italia. Poi è arrivato l’ex ministro Alberto Bonisoli.

E che cosa è andato storto, a suo parere?

Fin dall’inizio sul nostro futuro il ministro rispondeva «non so» oppure diceva di mandare a casa i direttori stranieri. Così non ero sicuro che il contratto in scadenza a fine 2019 venisse rinnovato. Eppure un incarico del genere si cerca almeno un anno o due prima. Mi sono guardato intorno. Poi con la sua controriforma Bonisoli ha centralizzato gran parte delle attività dei musei. Per esempio ogni prestito ora va confermato da Roma, il che crea un più di burocrazia mentre lo staff è rimasto lo stesso. È diritto del ministro fare una riforma però si dovrebbe anche pensare alle conseguenze mentre Bonisoli non ci ha pensato e non ne ha discusso con le persone coinvolte. In realtà ha fatto una riforma contraria a quella per cui sono venuto a Urbino. E molta energia viene sprecata per la burocrazia: basti dire che in quattro anni le regole per il codice degli appalti sono cambiate tre volte. Altro caos. E in amministrazione ho un solo funzionario che per di più va in pensione. Sono un marketing manager, invece l’80% del mio tempo finisce in compiti amministrativi riguardanti il personale, i contratti, le gare d’appalto ed altre mansioni che non mi competono. Se è così servono più direttori amministrativi, non figure come me. Almeno il cda mi ha aiutato molto, ma Bonisoli ha provato a eliminare anche quello. Se dovessi dire di un esempio tipico è questo: il Comitato nazionale per le celebrazioni Raffaellesche 2020 ha deciso di dare 190mila euro per i progetti della Galleria e lo ha anche comunicato tempo fa. Però fino a oggi (a metà novembre, ndr) non ci è arrivato nessun decreto che ci permetterebbe di spendere questi soldi, anche se la mostra per quale sono stati stanziati terminerà a metà gennaio. Si comprende l’assurdità?

Con il ritorno alla cultura di Franceschini non sarebbe rimasto?

Già la domanda mostra cosa c’è di sbagliato. È assurdo che un direttore che ha il compito di valorizzare un museo debba pensare se la situazione politica nazionale gli permette di fare il suo lavoro. Per dire la verità al momento non vedo come io possa essere ancora di aiuto. Già adesso alla Galleria Nazionale delle Marche mancheranno 25 custodi perché diversi vanno in pensione e non posso prendere esterni. È assurdo che un direttore di un museo debba domandarsi se e come aprire il museo.

Qual è il suo incarico a Vienna dal primo gennaio e quali programmi ha?

Sono direttore generale del Museo della Scienza e della Tecnica. Lì ho un direttore amministrativo, persone che si occupano del bilancio per cui posso dedicarmi ai programmi. Abbiamo 400mila visitatori l’anno. Il 60% sono ragazzi sotto i 18 anni che non pagano perciò il ministero vuole aumentare gli ingressi con biglietto. Dovrò trovare più soldi, rendere il museo più attraente per gli adulti. Perciò va bene esporre i treni a vapore ma dobbiamo essere più presenti sui problemi attuali della tecnica e della tecnologia. Pensiamo all’Amazzonia a fuoco: un museo come quello deve affrontare la problematica, chiedere cosa succede nell’atmosfera e perché. Un istituto così deve essere molto flessibile e deve rispondere alle problematiche urgenti di oggi, soprattutto nella comunicazione.

Quali obiettivi ritiene di aver raggiunto a Urbino?

Innanzi tutto i visitatori. Sono aumentati del 25% solo nell’anno 2019 e del 40% nei quattro anni: in questo 2019 arriviamo sicuramente a 250mila, un numero mai avuto dalla Galleria fin dalla sua istituzione nel 1912. E gli introiti sono raddoppiati. Ma non contano solo gli ingressi. Vado molto fiero di essere riuscito a motivare maggiormente il personale della Galleria: sono diventati davvero bravi. Hanno fatto lavori mai fatti, per esempio il marketing oppure occuparsi della didattica in maniera più efficace. Prenda il videogioco con concorso per le scuole «Raffaello in Minecraft» (cfr. «Il Giornale dell’Arte» n. 392, dic. ’18, p. 62): io ho avuto l’idea ma i collaboratori hanno fatto tutto da soli. Se non fossero stati disponibili il progetto non sarebbe andato così bene. A chi mi succederà lascio non solo una cartella con trenta progetti in ballo ma, soprattutto, una macchina che funziona. Inoltre ho collaborato molto con il Politecnico di Ancona, con l’Università di Urbino, arrivano collaboratori e aziende con progetti spesso già finanziati, le aziende affittano le sale, invitano le persone a venire al museo. Anche l’immagine funziona. Grazie all’autonomia.

Quali obiettivi ha mancato?

Mi dispiace non poter vedere realizzato il nuovo allestimento. La progettazione è tutta pronta, è firmata da un architetto molto bravo, Italo Rota, abbiamo fondi parziali ma ho potuto fare solo piccoli passi per le ragioni di cui dicevo prima.

Lei ha anche diretto il Polo Museale delle Marche. Lo stesso Franceschini ha riconosciuto che i poli museali non hanno funzionato. Condivide?

No, penso che siano un’idea meravigliosa, si può intervenire sul territorio, ma, di nuovo, non avevo personale. Devo dire che il direttore generale dei musei del ministero Antonio Lampis ha lavorato molto sui Poli.

La riforma Franceschini a detta di molti critici avrebbe penalizzato la tutela del patrimonio artistico.

La trovo una stupidaggine. Potrei citare, e non voglio nominarli, tanti esempi di mancata tutela prima del mio arrivo. Anzi, per il museo e il polo museale la tutela è migliorata molto. Invece alle soprintendenze manca personale che in parte si è trasferito nei musei. La Soprintendenza all’Archeologia, Belle Arti e Paesaggio delle Marche ha solo due storici dell’arte, prima che arrivassi io ne aveva almeno sei. Torno a parlare di Vienna: al Museo della Tecnica trovo persone assunte per progetti che durano anche anni, ma non è obbligatorio tenerli per sempre. Però questo vorrebbe dire cambiare sistema in Italia.

Com’è stato il rapporto con gli urbinati?

È andata molto bene, è bello incontrare per strada cittadini che ti propongono un’iniziativa, una mostra… Si è creata una forte identificazione con il Palazzo Ducale e la sua raccolta. Quest’anno arriveremo a circa 600 abbonamenti annuali per l’ingresso nel museo, più del doppio del 2018: significa che tante persone del posto tornano più volte.

Che cosa ha apprezzato di più e che cosa meno?

Mi sono innamorato del paesaggio marchigiano, da Ascoli al Montefeltro: queste colline veramente incredibili e bellissime rincuorano l’anima. Di negativo? Gli ostacoli che ci mettiamo da soli. A Urbino la domenica i negozi sono chiusi. E non si fa scuola insieme, ognuno organizza la sua fiera del tartufo invece di promuovere insieme il tartufo del Montefeltro: è un peccato, ci blocchiamo.

Stefano Miliani, da Il Giornale dell'Arte numero 403, dicembre 2019



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