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Perché odiare il British?

Sull’onda di Black Lives Matter si riaccende il dibattito sul saccheggio coloniale e i musei affrontano nuove richieste di restituzione delle opere

Manifestazioni a Londra («Non ti piacciono i saccheggi? Odierai il British Museum»). Foto di Philip Robins

Gli attivisti che si battono per la restituzione dei manufatti saccheggiati in Africa durante l’era coloniale guardano al movimento Black Lives Matter come a un’opportunità per aumentare la pressione sui musei occidentali che finora hanno fatto solo piccoli passi per affrontare i torti del passato. Mentre la risonanza mediatica sulle proteste si è concentrata principalmente sul rovesciamento di statue di mercanti di schiavi e generali confederati, la questione dei saccheggi durante l’era coloniale ha avuto solo un ruolo secondario.

In Gran Bretagna è comparso un cartello portato dai manifestanti che diceva: «Non ti piacciono i saccheggi? Odierai il British Museum». Intanto, una dichiarazione del museo londinese che deplorava l’uccisione di George Floyd da parte della polizia statunitense ed esprimeva solidarietà con il movimento «Black Lives Matter» ha scatenato migliaia di tweet con accuse di ipocrisia e falsità.

A Parigi, i dimostranti si sono spinti oltre, cercando di impadronirsi dei manufatti al Musée du quai Branly perché «la maggior parte delle opere sono state sottratte durante il colonialismo e vogliamo giustizia». Cinque manifestanti sono stati arrestati.

«Tutte queste cose sono collegate, dice George Abungu, archeologo ed ex direttore dei Musei Nazionali del Kenya. I musei avrebbero dovuto affrontare la questione molto tempo prima. Ora la storia presenta il conto. Il rimpatrio dei manufatti è parte integrante della discussione su colonialismo e razzismo».

Nel dicembre 2002, i principali musei d’Europa e degli Stati Uniti hanno pubblicato una Dichiarazione sull’importanza e sul valore dei musei universali in risposta alle richieste di restituzione. Essa chiedeva il riconoscimento del fatto «che gli oggetti acquisiti in epoche precedenti devono essere visti alla luce di diverse sensibilità e valori, frutto di quelle epoche precedenti».

All’epoca Abungu si era dichiarato in disaccordo con questa dichiarazione, sostenendo che tutti i musei sono tanto universali quanto locali. «I musei universali possono esistere esclusivamente in Europa e Nord America?», si era chiesto in un articolo, concludendo che lo status speciale che i musei si sono attribuiti «è un modo per rifiutare il dialogo sulla questione dei rimpatri».

Da allora, la discussione ha fatto passi avanti. Nel 2017, il presidente francese Emmanuel Macron ha innescato un percorso sostenuto da musei e autorità di tutta Europa con il suo impegno a restituire permanentemente all’Africa il patrimonio africano oggi in Francia. I 16 Länder tedeschi hanno approvato l’anno scorso le linee guida che creano le condizioni per il rimpatrio dei manufatti detenuti nelle collezioni pubbliche e che erano stati sottratti dalle ex colonie «con modalità che sono oggi legalmente o moralmente ingiustificabili». Nel Regno Unito, l’Arts Council England fornirà in autunno le linee guida per i musei sul rimpatrio dei manufatti frutto dei saccheggi di epoca coloniale.

Nel complesso, però, i progressi si sono arrestati. Il consorzio di musei fondato nel 2007 e noto come Benin Dialogue Group, ad esempio, negli ultimi 13 anni ha deciso la creazione di un inventario digitalizzato dei bronzi del Benin frutto di saccheggi e di prestarli a rotazione a Benin City, ma ora si è fermato per la mancanza di impegno a rimpatriarli definitivamente. E sono passati quasi due anni da quando Felwine Sarr e Bénédicte Savoy hanno raccomandato la restituzione di un vasto numero di manufatti dell’Africa subsahariana che attualmente si trovano nei musei pubblici francesi.

Poco dopo la loro pubblicazione, come detto Macron aveva promesso di restituire allo stato del Benin (da non confondere con Benin in Nigeria) 26 tesori saccheggiati dalle forze coloniali francesi e attualmente nel Quai Branly. Gli oggetti devono ancora essere restituiti e non sono stati annunciati altri importanti rimpatri. Invece, il nuovo presidente del Quai Branly, Emmanuel Kasarhérou, ha detto in un’intervista rilasciata a «The New York Times» a giugno che la relazione «molto militante» di Sarr e Savoy «non può essere considerata un modello di politica» e di «non essere a favore dell’invio di oggetti nel mondo per lasciarli a marcire».

Così, in assenza di azioni concrete da parte dei musei, gli attivisti stanno rafforzando le loro campagne. In giugno, il network di sovvenzioni Open Society Foundations, con sede a New York, si è impegnato a finanziare con 15 milioni di dollari in quattro anni iniziative volte a rimpatriare oggetti culturali saccheggiati nei Paesi africani.

Tra i progetti che ne beneficeranno c’è Lagos Photo, che si svolgerà dal 24 ottobre al 19 dicembre e si concentra su una «rapida risposta alla restituzione». «Questo è un momento in cui stiamo assistendo a un notevole interesse intorno a Black Lives Matter, afferma Rashida Bumbray, a capo del programma culturale e artistico delle Open Society Foundations. È un trampolino di lancio, un momento in cui la restituzione può essere inserita nel dibattito. Non vogliamo perdere questa occasione».

Ecco alcuni dei tesori frutto di saccheggio in località africane durante operazioni militari europee dell’epoca coloniale che probabilmente saranno al centro di questo dibattito.

Tesori di Asante
Nel 1874, nel corso di una «spedizione punitiva» contro il popolo Asante, nel moderno Ghana, le truppe britanniche saccheggiarono il palazzo reale e pretesero 1.400 chili d’oro. Il bottino, che rimane nelle collezioni museali del Regno Unito, include una testa d’oro alla Wallace Collection e oggetti come perline al Pitt Rivers Museum (Oxford University) e dischi e cavigliere al Victoria and Albert Museum (V&A).

Bronzi del Benin
Nel 1897 le truppe britanniche devastarono il Palazzo Reale del Benin, saccheggiando almeno 3mila manufatti. Oggi sono sparsi in tutti i musei europei tra cui il British Museum (Bm), il Weltmuseum di Vienna, il Pitt Rivers Museum, l’Ethnologisches Museum di Berlino e il Museum am Rothenbaum di Amburgo (nella foto al fondo della pagina). È in corso un’iniziativa per digitalizzare le collezioni e i musei hanno accettato di prestare i tesori a rotazione a Benin City in Nigeria.

Manoscritti di Magdala
Le truppe britanniche saccheggiarono nel 1868 il tesoro reale di Magdala, nell’odierna Etiopia, rubando oro, argento e preziosi manoscritti (nella foto qui sotto). Ci vollero duecento elefanti e quindici muli per trasportare tutto il bottino e la cittadella fu distrutta. La British Library, il V&A e il British sono tra le molte istituzioni che ancora detengono opere saccheggiate. Solo alcuni reperti sono stati restituiti.

Statue del Benin
Il colonnello francese Alfred-Amédée Dodds saccheggiò statue antropomorfe con emblemi reali durante il saccheggio del Palazzo Abomey nel 1892. Questi sono ospitati al Musée de quai Branly a Parigi. Macron ha promesso di restituire 26 manufatti al Benin.

Tesori di Ségou
Nel 1890, il colonnello francese Louis Archinard saccheggiò più di mille oggetti dal Palazzo Reale di Ségou nella capitale dell’impero Toucouleur, nell’odierno Mali. Oggetti tra cui gioielli, armi e manoscritti sono sparsi in vari musei francesi tra i quali il Quai Branly, il Musée de l’Armée, la Bibliothèque Nationale de France e il Museo Nazionale di Storia a Le Havre.

Bottino della guerra Maji Maji
Dal 1905 al 1907, le truppe tedesche condussero una guerra brutale per sedare una ribellione armata contro il dominio coloniale nell’Africa orientale tedesca (l’odierna Tanzania). Oggetti come tamburi, armi e oggetti usati in medicina saccheggiati durante la guerra sono tuttora nella collezione del Museo di Etnologia di Berlino. Il museo ha collaborato con il Museo Nazionale della Tanzania per la loro documentazione.

Catherine Hickley, da Il Giornale dell'Arte numero 410, settembre 2020



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