Perché il Salvator Mundi non è stato esposto al Louvre?

Un documentario francese sembra aver risolto uno dei misteri che circondano il dipinto più controverso al mondo

Alison Cole, Georgina Adam |

Un nuovo documentario francese sul «Salvator Mundi» sembra aver risolto uno dei grandi misteri che circondano il dipinto, tanto enigmatico quanto controverso: perché non è mai apparso nella mostra dedicata con enorme successo dal Louvre a Leonardo da Vinci? Il film del giornalista francese Antoine Vitkine, visto in anteprima esclusiva da «The Art Newspaper» (testata partner internazionale di «Il Giornale dell’Arte), si intitola «Salvator Mundi, la stupéfiante affaire du dernier Vinci» (durata: 90 minuti) e sarà trasmesso il 13 aprile dalla televisione francese France 5.

Nel film, un anonimo alto funzionario del Governo di Emmanuel Macron (nome in codice «Jacques») dichiara a Vitkine che l’approfondito esame scientifico del dipinto da parte del Louvre, condotto in segreto, è giunto alla conclusione che Leonardo da Vinci «ha solo contribuito» all’opera, e che la sua «autenticità» non poteva essere confermata.

La posta in gioco diplomatica attorno a questo verdetto non potrebbe essere più alta. Il proprietario del dipinto, il principe ereditario dell'Arabia Saudita Mohammed bin Salman (Mbs), aveva acquistato l’opera (tramite un intermediario) per 450 milioni di dollari, il prezzo più alto mai pagato all’asta per un'opera d'arte, da Christie's a New York nel novembre 2017. Era stato venduto come un autentico Leonardo da Vinci, ed era stato soprannominato «la versione maschile della Mona Lisa».

Un’ulteriore «gola profonda» nel documentario (un alto funzionario del Ministero della Cultura, nome in codice «Pierre») racconta come l’accordo perché il Louvre esponesse il «Salvator Mundi» fosse stato discusso durante il vertice franco-saudita dell'aprile 2018. L’accordo ruotava attorno a interessi vitali nella sfera politica, dell’intelligence, della difesa, della politica economica e culturale: «Mbs è stato accolto in pompa magna durante questa visita e l'accordo di Al-Ula [un accordo decennale, potenzialmente del valore di decine di miliardi di euro, che conferisce alla Francia un ruolo esclusivo nel progetto per lo sviluppo della località saudita di Al-Ula come importante centro culturale e destinazione turistica, Ndr] è stato firmato in quell’occasione. Nell’accordo è stata data una notevole enfasi al patrimonio culturale. Non sarebbe folle dire che in quel momento si decise di affidare il dipinto alla Francia. La mostra su Leonardo da Vinci era già in programma… L'Eliseo [sede della Presidenza francese, Ndr] ha sottolineato l’importanza per Mbs di presentarsi al mondo come la persona che stava aprendo culturalmente l'Arabia Saudita e come un simbolo di modernità».

L'alto funzionario «Jacques» ricorda che «il dipinto è arrivato a Parigi nel giugno 2019. Penso sia arrivato direttamente dal luogo di New York in cui era stato conservato dopo la vendita. È rimasto tre mesi al Louvre e l’ho visto allora». Fu allora analizzato presso il laboratorio tecnico del Louvre (C2Rmf) in vista del suo ruolo da protagonista nella mostra «Leonardo» del Louvre, inaugurata il 21 ottobre 2019. Ma, proprio all’ultimo, circondata dalle enormi attese dei media internazionali, l’opera non è stata esposta.

Allora, che cos'è successo? Come ci dice «Jacques», l’anonimo funzionario: «Il dipinto è finito sotto una serie di macchinari ed è stato radiografato in ogni sua parte. Vincent Delieuvin [il curatore capo del Dipartimento di dipinti del Louvre, Ndr] ha riunito tutti i tipi di specialisti internazionali e alla fine del processo è stato rivelato il verdetto: l'evidenza scientifica fu che Leonardo da Vinci diede soltanto un contributo al dipinto, nulla di più. Non c'erano dubbi. E così abbiamo informato i sauditi».

Chris Dercon prosegue la vicenda. Presidente della Réunion des Musées Nationaux-Grand Palais dal 2019, e attualmente membro del consiglio delle Commissioni per le arti visive e i musei del Ministero della Cultura del Regno dell'Arabia Saudita, Dercon ha lavorato a stretto contatto con i sauditi per molti anni e, nelle sue stesse parole, «ha aperto le porte». Nel documentario si descrive scherzosamente come un «mercenario». Era presente nell’ufficio di Jean-Luc Martinez, presidente direttore del Louvre, «quando una delegazione di sauditi vicina al Ministero della Cultura è venuta ad ascoltare tutto ciò che aveva da dire Jean-Luc Martinez. È stato molto coraggioso da parte del Louvre dire: “Questo è ciò che pensiamo, molti altri potrebbero pensare in modo diverso, ma questa è il nostro responso scientifico sul dipinto”. Mi fido del direttore del Louvre e degli studiosi. Ho fiducia nel Louvre, è una questione di fiducia, il direttore del Louvre decide dove verrà mostrato il dipinto e in quale contesto».

Non sorprende che i funzionari sauditi non fossero contenti quando è stato comunicato loro l’esito delle indagini. «Jacques» prosegue dicendo a Vitkine: «L'intera faccenda è cambiata in un modo incomprensibile. Mbs stabilì condizioni molto chiare: esponete il “Salvator Mundi” accanto alla “Gioconda” senza altre spiegazioni, presentatelo come Leonardo al 100%. Seguì ogni tipo di trattativa; l'Arabia Saudita promise dei fondi, o qualcosa del genere, ma anche su Al-Ula erano cattivi pagatori, quindi non era un’offerta molto razionale».

A quel punto, come racconta il documentario, il ministro degli Affari esteri francese, Jean-Yves Le Drian, e l'allora ministro della Cultura, Franck Riester, fecero pressioni a favore della richiesta saudita. Nel frattempo, prima dell'inaugurazione della mostra, un funzionario del Louvre dichiarò a «The Art Newspaper» che erano state prodotte due versioni del catalogo: una da utilizzare se l’opera fosse stata esposta in mostra, l’altra in caso contrario. Verso la fine di settembre 2019, Macron prese la decisione definitiva: l’Eliseo non avrebbe accettato le condizioni saudite. Tuttavia, le discussioni tra i funzionari francesi e il Louvre sono continuate.

La mostra è stata inaugurata il 21 ottobre senza il dipinto. Il catalogo pubblicato aveva una voce mancante tra i numeri 156 e 158, e l’analisi tecnica del Louvre, secondo la voce fuori campo del documentario, è stata nascosta come «un segreto di Stato». Ma, secondo Vitkine, Dercon era in Arabia Saudita entro il mese di ottobre per dire ai sauditi che il Louvre aveva fatto un'offerta e che la porta era ancora aperta. L’indennità assicurativa statale è stata estesa, come ha rivelato «The Art Newspaper», per consentire al dipinto di essere esposto in un secondo tempo.

Poi, come ha rivelato in esclusiva «The Art Newspaper», c'è stato un nuovo sviluppo che deve ancora essere adeguatamente spiegato. A dicembre, il Louvre ha prodotto un breve libro dedicato al «Salvator Mundi», presentando in dettaglio le conclusioni degli esami di laboratorio sul dipinto. Nella prefazione, Jean-Luc Martinez afferma: «I risultati dello studio storico e scientifico presentato in questa pubblicazione ci consentono di confermare l'attribuzione dell'opera a Leonardo da Vinci…». Gli interventi nel libro a firma di Vincent Delieuvin e dei suoi colleghi del Dipartimento di ricerca del C2Rmf supportano l’attribuzione al maestro. Posizioni che sembrano contraddire ciò che è raccontato nel documentario.

Una nota a piè di pagina al testo principale del volume (n. 1) offre qualcosa a titolo di spiegazione: «Questo testo completa quello delle pagine 302-323 del catalogo della mostra, che rimane generale a causa dell'assenza del dipinto all'inaugurazione della mostra. In occasione della presentazione dell'opera al Museo del Louvre, ci è stato possibile rendere pubblici i risultati delle analisi che rinnovano la conoscenza materiale di questo dipinto». Il libro, che doveva essere prodotto con il consenso del Ministero della Cultura saudita, fu però subito soppresso dal Louvre, in quanto il quadro sarebbe stato ormai definitivamente escluso dalla loro mostra (al museo non è permesso scrivere di opere di proprietà privata se non sono esposte nelle loro sale). L’esistenza del libro è qualcosa che il Louvre non è disposto a discutere. Al Louvre è stato anche chiesto di commentare il documentario girato da Viktine, ma ha rifiutato.

Nonostante le gravi pressioni cui il Louvre è stato sottoposto, la posizione di Macron ha avuto la meglio: «Nel settembre 2019, racconta «Jacques» nel documentario, il presidente Macron ha preso la decisione di non seguire le condizioni di Mbs... Capite, la posta in gioco era la nostra credibilità, la credibilità della Francia e del Louvre, per un lungo periodo a venire. A lungo termine non ci concederebbero più prestiti, se facessimo questo genere di cose... È necessario avere convinzioni che vadano oltre il presente». E aggiunge: «Da parte francese c'erano due posizioni, Riester che era ministro della Cultura e Le Drian, ministro degli Affari esteri. Erano interessati a tutti i progetti che i sauditi stavano sventolandoci davanti. La mia posizione, che ho comunicato al più alto livello, era che le condizioni dei sauditi erano irragionevoli e che esporlo alle loro condizioni sarebbe stato come riciclare un'opera per 450 milioni di dollari».

Forse l'ultima parola in merito dovrebbe andare all'esperto di Leonardo Martin Kemp, intervistato anche da Antoine Vitkine per il suo documentario. Kemp è stato uno dei più autorevoli studiosi ad aver confermato l'attribuzione del Salvator Mundi a Leonardo da Vinci quando è apparso per la prima volta, dopo un profondo restauro, alla National Gallery di Londra, nella mostra del 2011 (e allora attribuito a Leonardo) e quando è stato successivamente venduto da Christie's. Dice: «Di certo ciò che è stato pubblicato nel catalogo dell’asta di Christie's mostrava un’eccessiva certezza». E aggiunge a Vitkine. «Non mi esporrei se non fossi ragionevolmente fiducioso, ma posso sempre sbagliarmi. Se sbaglio, non muore nessuno. Al massimo, qualcuno perde molti soldi...».

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