Perché il Metropolitan Museum ha bisogno di vendere

Il direttore Max Hollein difende la decisione di cedere opere per conservare le collezioni e per pagare gli stipendi

Nancy Kenney |  | NEW YORK

Il direttore del Metropolitan Museum of Art, Max Hollein, ha difeso la decisione del museo di considerare la vendita di opere d'arte, nota come «deaccessioning», per finanziare il mantenimento delle sue mastodontiche collezioni ed i salari dei suoi dipendenti. Un rapporto del New York Times, infatti, secondo il quale il Met stava valutando la vendita di opere al fine di mantenere l’equilibrio finanziario, aveva suscitato un'ondata di critiche.

«Nulla cambierà» in termini di quantità di opere d'arte messe in vendita, ha detto Hollein in un'intervista. Le opere saranno offerte in asta pubblica come al solito e «renderemo il processo il più trasparente possibile». Il finanziamento, ampliato a tali conseguenze, è consentito in base alle nuove (allentate) regole, approvate dall'Associazione dei direttori dei musei d'arte (Aamd) lo scorso aprile, proprio al fine di aiutare i musei americani ad affrontare le gravi carenze negli introiti, causate dalla pandemia.

In precedenza, l'associazione aveva limitato i musei alla vendita di opere al solo scopo di finanziare acquisizioni di altre opere d'arte, ma i musei hanno avuto la necessità di trovare nuove iniezioni di capitale per dare un sollievo finanziario alle loro casse, al fine di pagare i loro dipendenti e finanziare le loro operazioni. I nuovi standard a maglie più larghe a riguardo saranno in vigore solo fino ad aprile 2022.

I critici hanno affermato che il Met dovrebbe rivolgersi ai suoi ricchi fiduciari per ulteriori finanziamenti prima di utilizzare le vendite di opere per finanziare i costi operativi, e che il «deaccessioning» per tali scopi potrebbe scoraggiare in futuro i donatori di importanti opere d'arte. Nell'intervista, Hollein ha affermato che l'unica differenza fondamentale rispetto alla precedente modalità di vendita di opere è che i proventi andranno altrove, e questo comunque accadrà solo dopo che il consiglio di amministrazione del museo che si riunirà il 2 marzo avrà approvato linee guida e una politica ufficiale che definisce gli impegni finanziari associati a tali vendite e comunque finalizzati alla conservazione delle attuali collezioni, come richiesto dall'Aamd.

«Per due anni, i proventi non andranno all'acquisto di altre opere, ma alla conservazione delle collezioni», spiega. Le acquisizioni continueranno a un ritmo normale, aggiunge, finanziate da «robusti fondi di acquisizioni» istituiti dal Met. «Il Met ha una responsabilità nei confronti della nostra comunità globale», afferma Hollein in una lunga dichiarazione pubblicata il 16 febbraio sul sito web del Met. Ma, confessando che questa è «una crisi storica» per i musei, dice: «è mia opinione professionale che un programma deliberato e formale di vendite sia appropriato, utile e necessario per un museo come il nostro. Credo anche che dobbiamo affrontare questa sfida irripetibile portata dalla pandemia sostenendo il museo nel suo insieme, in particolare il suo personale, tenendo anche in considerazione ciò che è meglio per il museo nel suo complesso».

Riconoscendo il ruolo del Met come guida per altri musei americani, Hollein afferma nella sua dichiarazione online: «prendo molto sul serio l'impatto che le nostre azioni hanno sulle altre istituzioni. Mi rendo anche conto che altri potrebbero avere filosofie diverse». Ad oggi i valori delle vendite del Met oscillano molto, da 45mila dollari a 25 milioni, «guidate dall'ampia gamma di valori, medium e pezzi presenti nella collezione del museo. La media di anno in anno (dice sempre il direttore) è di 15 milioni di dollari». Il Met ha affermato che sta affrontando un potenziale deficit di 150 milioni nell'anno fiscale che si concluderà il 30 giugno a causa della sua chiusura, durata circa cinque mesi e mezzo nel 2020. Ad oggi, comunque, la sua capacità di operare è ancora molto limitata, e impatta tutto: visite, biglietteria, fundraising.

Hollein sottolinea che il museo ha sempre venduto opere che non rientravano più nel suo progetto museale, anche per perseguire acquisizioni artistiche in altri ambiti (e quindi tenere il museo in continuo movimento). I criteri per la vendita, aggiunge, prevedono che l'opera venduta «non rientri nella mission culturale del museo» e «che sia ridondante all'interno delle collezioni o, di fatto, un duplicato rispetto ad altre proprietà, o che sia di qualità inferiore rispetto ad altri oggetti dello stesso tipo nel museo; e che manchi di rilevanza estetica od importanza storica sufficienti per garantirne la conservazione».

Secondo la dichiarazione dei redditi del Met come istituzione senza scopo di lucro, le entrate derivanti da vendite sono ammontate a circa 13,8 milioni di dollari nell'anno fiscale terminato a giugno 2020, 6,18 milioni nell'anno terminato a giugno 2019 e 2,1 milioni nell'anno terminato a giugno 2018. Il bilancio del museo per l'anno fiscale terminato nel 2020, ad esempio, elencava due opere vendute che hanno fruttato oltre 50 mila dollari: «Santa Maria della Salute» di Canaletto, un dipinto del 1740 circa, e «Vista immaginaria di una piazza veneziana o Campo» di Francesco Guardi, del 1780.

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