Perché al Sud mancano magnati e mecenati

Il motivo principale ha una motivazione storica: la grande pittura del Medioevo e del Rinascimento italiano fu un fenomeno prevalentemente centro-settentrionale

Simone Martini, «San Ladislao di Ungheria» (particolare), Museo Civico di Santa Maria della Consolazione, Altomonte (Cs)
Dario Pasquini |

Spesso noi italiani ci ripetiamo con compiacimento che il nostro Paese è il più ricco di tesori artistici al mondo. Tuttavia la distribuzione sul territorio è spesso disomogenea. Prendiamo la pittura antica dal Medioevo al Settecento. A parte Napoli e le importanti eccezioni di Caravaggio e Antonello da Messina conservate in Sicilia e di Antonello e Simone Martini in Calabria, al Sud scarseggiano i capolavori dei grandi della pittura.

In Puglia, Sardegna e Abruzzo esistono pochissime opere di pittori di primo piano del Medioevo e del Rinascimento, e non le migliori (mi vengono in mente solo un Giovanni Bellini, un Tintoretto e un rovinatissimo Veronese alla Pinacoteca di Bari). Ovviamente il motivo principale di tale carenza ha una motivazione storica: la grande pittura del Medioevo e del Rinascimento italiano fu un fenomeno prevalentemente centro-settentrionale; città come Cagliari, Cosenza o L’Aquila, a differenza di diverse città minori del Nord Italia, non erano capitali di uno Stato sovrano e sede di una corte con una propria collezione.

Un’altra ragione fondamentale è però legata alla contemporaneità. Al Sud Italia ci sono meno ricchi che nel resto d’Italia e i pochi che ci sono non donano arte allo Stato. C’è da dire che questa scarsa generosità verso le istituzioni culturali pubbliche italiane è una caratteristica della maggior parte dei multimilionari del Paese. Rispetto ad altri Paesi come gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Francia o la Germania i nostri magnati della finanza e dell’industria si sono dimostrati piuttosto restii a restituire alla collettività una parte dei propri larghi guadagni in donazioni di opere d’arte.

Non mi risulta, per esempio, che i Ferrero, i Berlusconi, i Pessina, i De Benedetti, i Barilla, i Benetton, i Del Vecchio, gli Aleotti, i Perfetti o i Caltagirone abbiano donato capolavori a una qualche istituzione pubblica o privata. Paradossalmente si sono rivelati molto più generosi alcuni esponenti dell’alta borghesia o dell’aristocrazia, ricchi ma non straricchi. Alla fine degli anni Settanta l’ereditiere e intellettuale Luigi Magnani istituì l’omonima Fondazione in provincia di Parma; negli anni Novanta l’armatore di origini pugliesi Amedeo Lia ha donato a La Spezia uno straordinario museo; l’imprenditore Francesco Federico Cerruti alla sua morte ha reso fruibile la sua preziosa collezione a Rivoli (To) e Giovanna Sacchetti ha donato alla Galleria Borghese il ritratto del cardinale Giulio Sacchetti di Pietro da Cortona.

Simili iniziative sono quasi del tutto assenti nel Meridione. Eppure le occasioni non mancherebbero, se solo imboccassero la strada del mecenatismo personalità del mondo economico legate al Sud Italia, penso a Dolce e Gabbana o ai Versace, o enti privati come società o banche con interessi nel Meridione (ce ne sarà qualcuna tra le 164 aziende il cui fatturato nel 2019 ha superato il miliardo di euro!).

Un’altra questione riguarda le grandi collezioni private che svaniscono invece di essere donate alla collettività. Mi riferisco ai capolavori della collezione di Luigi Koelliker a Milano, alcuni dei quali già venduti sul mercato internazionale, come la «Salomè» di Tiziano proveniente dalla collezione di Carlo I d’Inghilterra e recentemente approdata a Tokyo nel silenzio della comunità intellettuale italiana.

Solo pochi anni fa è stata dispersa parte della più grande raccolta privata di arte futurista, la Collezione Mattioli (il «Nudo disteso» di Modigliani, assurdamente non vincolato, nel 2015 è finito in Cina per la cifra record di 170 milioni di dollari), mentre nel 1978 il «Ritratto di Sigismondo Pandolfo Malatesta» di Piero della Francesca della collezione Contini Bonacossi di Firenze prese scandalosamente il volo verso il Louvre, forse con la compiacenza di qualche burocrate dello Stato in compensazione del dono agli Uffizi del resto della collezione.

L'autore è uno storico contemporaneista

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