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Per le Accademie sarà emergenza cronica

Anche nelle misure urgenti del Governo per il rilancio l’istruzione artistica deve costare poco

Antonio Bisaccia

In questi giorni è in discussione alla Camera il ddl 2500 che convertirà in legge il decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34, recante misure urgenti in materia di salute, sostegno al lavoro e all'economia, nonché di politiche sociali connesse all'emergenza epidemiologica da Covid-19. Comprese le misure riguardanti l’Istruzione, l’Università, l’Afam (Alta formazione artistica, musicale e coreutica) e gli Enti di ricerca.

Le approfondite discussioni e i grandi temi presenti nelle finanziarie che si sono susseguite di anno in anno sono spesso solo dei paraventi: alla fine contano i gruppi sociali che traggono beneficio da una legge finanziaria, e questo lo sanno tutti i partiti o movimenti che hanno necessità di mantenere quella fiducia che hanno riposto in loro gli elettori. Nessuna visione politica, spesso, ma solo un triste, elefantiaco e controverso mercimonio. All’interno di questa dinamica, l’istruzione è stata perdente. E lo è stata ancor di più l’istruzione artistica.

I rapporti sociali (in un’altra epoca si sarebbe detto le lotte di classe) si riflettono nella divisione delle risorse costituite dagli introiti dello Stato. Il peso di ogni gruppo sociale, di ogni attività, di ogni bisogno si traduce nell’acquisizione di una fetta, più o meno grande, di queste risorse. Cosi, lo Stato investe oggi in settori prima inesistenti (per esempio le fibre ottiche, o, talvolta, la protezione dell’ambiente) e riduce i finanziamenti a settori la cui importanza è diminuita, per esempio la cavalleria, o i servizi telegrafici. Questa ripartizione non è fissata una volta per sempre, ma è soggetta a una continua trattativa tra i rappresentanti dei vari gruppi d’interesse.

Se, per esempio, aumenta la minaccia terroristica, si aumentano generalmente le spese per i servizi e le tecnologie anti-terroristiche. C’è di regola un accordo su questo tra coloro che decidono il bilancio dello Stato. Purtroppo questo succede, come abbiamo visto, persino nei periodi di «emergenza».  Quando le condizioni oggettive producono emergenza, nelle varie declinazioni, come nel caso del Covid-19,  nessuno si sogna che essa possa essere affrontata «a costo zero», cioè senza spese aggiuntive.

I miliardi di euro messi a disposizione nei decreti Covid-19 ne sono la prova. Fino all’ultima legge di bilancio, fuori dall’emergenza, c’erano due possibilità (presupponendo delle entrate stabili) per finanziare un settore: o si tagliava da un altro capitolo di spesa, o si aumentava la spesa globale. Questa seconda strada era diventata sempre più ardua da percorrere.

Il keynesianismo la raccomandava, il neoliberismo in vigore da decenni ha invece demonizzato la spesa «eccessiva». I  vincoli di bilancio europei e l’azione dei mercati, sotto forma di andamento delle borse e dello spread, hanno scoraggiato ugualmente ogni aumento del deficit. Il disavanzo doveva giocoforza essere risanato e qualunque arma doveva essere usata per tentare di diminuirne la massa: strumento principe il taglio lineare, che ha fatto tantissime vittime tra cui l’istruzione. Il Covid-19 ha scosso questi principi e, da ultimo, il cosiddetto Decreto Rilancio ha messo in campo ben 55 miliardi di euro.

Considerando, ad esempio, le spese per l’istruzione, che cosa è cambiato? Si sono fatti alcuni passi in avanti, ma purtroppo non per tutti.

I predestinati della «spesa zero»
I settori della cultura e dell’educazione, cosi come quelli della sanità o della spesa pensionistica, sembrano prestarsi particolarmente alle «riforme a spesa zero». Si chiede a queste categorie di tenere il passo con lo sviluppo sociale e tecnologico, ma senza un significativo incremento dei mezzi a loro disposizione o, addirittura, attraverso la poetica dei tagli.

Secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, nell’Education at a Glance del 2019, la media per la spesa pubblica dei paesi membri nel settore dell’istruzione è del 5% del Pil, mentre in Italia è del 3,6% dalla scuola primaria all’università. Tra il 2010 e il 2016, la spesa per l’istruzione è diminuita di circa il 9%. L’istruzione, insomma, è la candidata ideale per essere sacrificata, anno dopo anno, verso un grado zero delle risorse che è ormai diventato una costante di ogni governo. Cosi come è una costante dichiarare retoricamente che è necessario aumentarne i finanziamenti, senza poi farlo.

E pensare che una portaerei come la famosa «Cavour», al nudo, costa circa 1,5 miliardi di euro, senza contare i costi dei velivoli F-35B Lightning II ad appontaggio verticale e di tutto ciò che serve per supportarli da un punto di vista logistico.

Si tratta di una cifra che è di circa tre volte il costo annuo per tutte le 155 istituzioni dell’Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica. Per queste istituzioni infatti sono stati previsti circa 510 milioni di euro per il 2020, circa 504 milioni per il 2021 e circa 501 milioni per il 2022 (come si vede, in diminuzione continua).

Da considerare che, nel 2019, dei circa 500 milioni di euro stanziati, sono stati messi a disposizione per il funzionamento e la ricerca delle istituzioni Afam solo 15.334.382 euro. Una cifra davvero ridicola se confrontata con quella prevista per l’altra faccia del mappamondo della formazione terziaria, l’Università, che per il 2019 ha avuto in ripartizione ben 7.450.770.950 di euro. Ovvero tutte le istituzioni Afam hanno avuto, come «fondo di funzionamento ordinario», quanto la sola Università di Trento.

Ma pensiamo, come epitome di un intero settore, alla «riforma» dell’Afam di cui alla legge 508/99. «Riforma a costo zero» non significa solo che non si spende più niente per il settore in questione, l’Afam, o per il macro–settore istruzione, ma testimonia che nessun cambio delle circostanze (per esempio, il vertiginoso aumento del numero degli studenti iscritti, la capacità di attrazione dell’utenza straniera, la crescita esponenziale dell’offerta formativa ecc.) deve comportare una spesa maggiore: perché non si può togliere nulla ad altri capitoli di spesa che evidentemente sono più importanti, nonostante questo sia il Paese che è conosciuto nel resto del mondo per la sua arte, la sua musica e il suo design. Del resto, se la fama c’è già, a che serve finanziare la formazione artistica ulteriormente? Dunque, la ripartizione globale della spesa, nella migliore delle ipotesi, meglio che rimanga quella che è.

Disparità di trattamento implicita
Nel Decreto Rilancio, attualmente sulla strada della conversione, sono state prese, però, misure molto consistenti per il mondo della scuola, dell’Università e della ricerca. Soprattutto per queste ultime, le misure, per fortuna, sono addirittura inedite rispetto agli ultimi decenni: circa 1 miliardo e 400 milioni. Insomma un bell’investimento emergenziale con carattere di continuità che permetterà, ad esempio, non solo di tagliare le tasse agli studenti per il prossimo anno accademico e consentire alle istituzioni, comprese le Afam, di far fronte al digital divide, ma anche di poter avere circa 4mila ricercatori in più, fondi cospicui per la ricerca, aumento dell’Ffo universitario ecc. Dato molto importante, chapeau.

Rimaste indietro, invece, almeno sotto il profilo del necessario ampliamento dell’organico, le istituzioni dell’Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica. Neanche un euro in questa direzione. Tra le migliaia di emendamenti adesso presentati alla Camera, all’interno del tram che si chiama conversione, non c’è un emendamento che abbia pensato a una misura per il vitale ricambio generazionale della docenza o per la ricerca in ambito Afam. E questo nonostante l’aumento esponenziale delle iscrizioni e il gradimento certificato da parte dell’utenza internazionale.

Il 40-50% delle discipline da erogare, inoltre, sono affidate a docenti a contratto: una percentuale non solo inaccettabile ma insostenibile specie a fronte di politiche generali di contenimento della spesa che rendono ormai sempre più aleatoria la stessa garanzia della continuità didattica, approssimandosi con sempre maggiore concretezza il rischio di un collasso del sistema.

La logica del «costo zero» è dunque una sorta di passaporto sterilizzato per ogni pseudo-riforma, come quella Afam, che non assurge al livello di riforma con portafoglio e che, comunque, solo impropriamente si può chiamare riforma. A nulla, infatti, è valso e vale, ai fini del necessario incremento di risorse, lo sviluppo qualitativo e quantitativo che ha investito queste istituzioni e che può essere considerato un vero e proprio caso di studio.

Sarà necessaria, forse, passata l’emergenza, una Nudge Unit, con bravi «architetti delle scelte», per creare strategie comportamentali «gentili» capaci di indurre la politica a fondare l’idea di istruzione soprattutto come una robusta logica della crescita economica: un investimento, dunque, non un costo sterile. E, nell’arte e nella formazione artistica, si tratta di un investimento ineludibile che riguarda la costruzione di quella identità culturale che ormai sembra ridotta a essere solo la chiave concettuale di un’azione politico-amministrativa di tipo esclusivamente enunciativo. Questo, all’interno dell’esercizio di una politica spesso senza visione e persa nel labirinto plastificato della propaganda.

È necessario strappare l’istruzione artistica di livello terziario al destino della siccità, che rischia di inaridire non solo le menti e le anime colte ma tutte le dinamiche produttive (anche di Pil) che coinvolgono le strutture culturali e artistiche del paese. Oltre all’immenso patrimonio artistico da salvaguardare e da valorizzare, c’è anche un mondo di imprese «creative-driven» che ha necessità di artisti-ricercatori in grado di alimentare, modificare e, perfino, sovvertire l’asset strategico, e molto articolato, del Made in Italy che, al momento, è imprigionato nello scrigno di una suggestione storicizzata.

Se è vero, come diceva Leonardo Sciascia, che una parte degli italiani vivrebbe come una seconda pelle un «regime che non dia la preoccupazione di pensare, di valutare, di scegliere», è anche vero che la formazione artistica (e, ovviamente, l’arte) offre uno degli strumenti possibili (e più efficaci) per fare il contrario, cogliendo la natura plurale del pensiero, affrontando i nodi della valutazione e celebrando il naturale destino della scelta: che è l’ultima forma di eleganza che ci rimane.

L'autore è presidente della Conferenza Nazionale dei Direttori delle Accademie di Belle Arti Italiane e Accademia Nazionale d’Arte Drammatica e Direttore dell’Accademia di Belle Arti “Mario Sironi” di Sassari.

Antonio Bisaccia, edizione online, 19 giugno 2020

©RIPRODUZIONE RISERVATA


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