Per l’arte meglio essere interattivi

Achille Bonito Oliva: «Se si vuole aiutare il pittore a decifrare la sua opera, ci si deve fisicamente dislocare in un certo punto, in una posizione di lateralità»

Hans Holbein il Giovane, «I due ambasciatori», 1533
Achille Bonito Oliva |

Con la comunicazione scatta l’interattività, sia in positivo che in negativo, che in ogni caso l’arte ha sempre sviluppato. Per esempio nel quadro di Holbein «I due ambasciatori», dipinto attraverso una struttura geometrica perfetta, centralità prospettica, c’è un siluro che viaggia nell’aria e, per capire che cos’è, ci si deve porre in una posizione di lateralità per vedere un cranio che vola nell’aria: c’è la morte che vola, in questo spazio di grande decoro dove i due ambasciatori sono vestiti per un perfetto dialogo diplomatico.

L’interattività già esisteva, nel senso che se si vuole aiutare il pittore a decifrare la sua opera, ci si deve fisicamente dislocare in un certo punto, in una posizione di lateralità. Tale posizione sviluppa un’obliquità che favorisce una distanza problematica, producendo un pathos fatto di consapevole emozione.

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