Per Eliasson la realtà è un insieme di mediazioni e costruzioni culturali

Con un progetto espositivo realizzato appositamente per il Castello di Rivoli l’artista danese riflette sulla percezione e sugli strumenti utilizzati dall’uomo per esplorare e misurare il mondo

Olafur Eliasson mentre testa le proiezioni di luce, 2019 / Foto: María del Pilar García Ayensa / Studio Olafur Eliasson Esperimenti di luce per la mostra «Orizzonti tremanti» al Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, 2022. Foto: Tegan Emerson. Cortesia Studio Olafur Eliasson «Navigation star for utopia (Stella di navigazione per l’utopia)» (2022), di Olafur Eliasson. Foto: Jens Ziehe
Francesca Interlenghi |  | Rivoli (To)

L’occhio sulla Torino Art Week 2022

Dal 3 novembre al 26 marzo il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea presenta «Olafur Eliasson: Orizzonti tremanti», a cura di Marcella Beccaria. Dopo l’esperienza del 1999, in occasione della sua prima mostra museale fuori dalla nativa Scandinavia, e quella del 2008, nell’ambito della seconda Triennale di Torino, l’artista danese di origini islandesi torna al Castello di Rivoli e trasforma la Manica Lunga con una nuova serie di sei opere d’arte immersive create appositamente. Ne risulta un progetto espositivo dal carattere fortemente sperimentale, per la cui realizzazione l’artista ha attinto dalla fascinazione, manifestata fin dagli esordi della sua carriera, nei confronti degli strumenti scientifici e di misurazione utilizzati dall’uomo per conoscere il mondo, ma anche per conquistarlo e colonizzarlo.

La pratica multiforme di Eliasson, che si avvale di scultura, pittura, fotografia, film, installazioni e media digitali, riflette sui temi della percezione sensoriale, invitando il visitatore ad acquisire coscienza della realtà per quello che secondo l’artista essa sostanzialmente è: un insieme di mediazioni e costruzioni culturali. La sua indagine insiste sui temi del tempo e degli strumenti deputati alla sua misurazione, dello spazio come luogo di coproduzione della realtà, del movimento e della luce, della quale indaga le qualità sia estetiche, sia etico-ecologiche, concependo un ambiente e un sistema di orientamento completamente diversi. In primo piano le questioni sociali e ambientali che Eliasson ha esplorato con installazioni riconosciute a livello internazionale, sollecitando così un ripensamento della relazione tra individuo e società.

Le opere in mostra che lei chiama caleidorama, combinando le parole caleidoscopio e panorama, sono simili a dispositivi ottici cuneiformi in cui fasci di luce elettrica interagiscono con l’elemento dell’acqua o con un sistema di lenti. La risultante è uno schema complesso di forme fluttuanti nel buio e in continuo divenire che invitano a estendere il nostro sguardo oltre lorizzonte del visibile.
Le opere di questa nuova sequenza sono equiparabili a strumenti scientifici, quasi dei dispositivi di visualizzazione in qualche modo collegati tra loro. Credo che abbiano in comune la capacità di generare un ambiente più ampio di quello in cui lo spettatore si trova e questo non potrebbe accadere senza il dispositivo. Quindi entrarci fisicamente dentro significa poter vedere qualcosa che altrimenti sarebbe invisibile, in altri termini rende visibile l’invisibile. L’idea di base è quella del caleidoscopio, invenzione che già cento anni fa ha reso popolare questo strumento perché permette di tuffarsi in ciò che si cela. La mostra riflette sul fatto che l’orizzonte dell’uomo è sempre stato costituito da ciò che è visibile, ma l’orizzonte è allettante. Quello che dobbiamo fare è riformulare, rielaborare, riconsiderare, rendere possibile l’impossibile. Per farlo è necessario guardarsi intorno, che non significa essere solo modernisti ma vuol dire essere più realisti, capire che le cose esistono, che siamo liberi di vedere anche qualcos’altro, forse la bellezza. La bellezza mi interessa come modo seducente per incentivare a cercare qualcosa che non è stato ancora visto o trovato: intuizione, istinto, sentimenti oppressi, cose che abbiamo messo da parte. Se senti che un caleidoscopio ti parla, puoi anche dire che quasi ti ascolta e che capisce quello che non hai ancora scritto. La mostra non è solo una riflessione, è anche un’esperienza connettiva che vuole incoraggiare il visitatore a esprimere la propria opinione. L’acqua, il colore, la natura, i riflessi della luce sono tutti elementi sui quali ciascuno può meditare dopo aver visto le opere di questo progetto.

Lei parla del tempo come di una mediazione, un modo pratico di prendersi cura di ciò che ci circonda. Ma le mediazioni possono essere innumerevoli e diventano una minaccia solo quando uno si illude che il tempo e lo spazio siano oggettivi.
Le sei opere allestite nella Manica Lunga fanno sì che il visitatore cammini attraverso questo spazio esteso. Il tempo necessario a camminare e il modo in cui un lavoro inizia lì dove un altro finisce, fanno somigliare questo percorso alla lettura di un libro, dove si passa da un capitolo all’altro fino all’ultimo. Quasi ci si stesse preparando per il finale. È un po’ come avere un dipinto qui vicino e averne un altro in lontananza e durante il tragitto dall’uno all’altro ricordarsi del precedente. Questo significa non solo rispettare la pittura ma forse anche la distanza. Forse il segreto del viaggio sta proprio nel tempo che passa. Quello che penso il visitatore veda e quello che penso faccia in questa mostra è dispiegare il tempo. In un certo senso cerco di offrirgli un’incarnazione del tempo, del suo passare, considerandolo da una prospettiva multidimensionale che non si focalizzi solo sull’orizzonte, ma lo riconsideri guardando così da diversa prospettiva il pianeta, l’ambiente, il clima, la stabilità o l’instabilità che ci circondano.

Torno sulla questione del camminare perché nel suo libro «Leggere è respirare, è divenire» (Christian Marinotti Edizioni) scrive che quando una persona cammina coproduce la spazialità della strada ed è contemporaneamente coprodotta da lei. Superando la concezione euclidea dello spazio, lei ritiene che il nostro rapporto con esso sia sempre un rapporto di coproduzione.
Viviamo in un mondo, il mondo occidentale, fatto di archetipi e di regole. Abbiamo una società di grande successo chiamata Europa, considerata il posto migliore al mondo, che si fonda sull’ideologia dello spazio e delle sue regole. Le regole si basano su valori e questi valori sono rappresentati dal modo in cui progettiamo lo spazio: la piazza, i luoghi dell’autorità, penso alle stazioni di polizia o alle strutture di correzione, le scuole ecc. La nostra esperienza sensoriale si sviluppa attraverso le categorie di tempo e di spazio. Quando parlo di sperimentare lo spazio, parlo di una società che si evolve ma di valori che rimangono ancorati al passato. È abbastanza facile riconsiderare il nostro rapporto con lo spazio e poi chiedersi: come mi sento? Che cosa sta succedendo qui? Questo spazio mi offre un’opportunità per riconsiderare le radici dei miei valori? Siamo indotti a pensare che i nostri valori siano quelli giusti: la fede, la chiesa… è un gran parlare. Ma credo che tutto possa essere sempre oggetto di riconsiderazione, che tutto possa essere sempre rinegoziato.

Il percorso espositivo che si apre con «Navigation star for utopia» (2022), opera luminosa che quasi suggerisce l’idea di uno strumento di orientamento per il futuro, si chiude con «Your non-human friend and navigator» (2022), lavoro che rientra in una lunga serie di ricerche che Eliasson ha avviato nel 2008 raccogliendo sulle spiagge dell’Islanda i legni provenienti dalla Siberia restituiti dal mare sulle coste della Danimarca. Per questi lavori con cnnotati che rimandano all’Arte Povera Eliasson viene designato come naturale prosecutore di quel movimento.

La mostra di Rivoli, realizzata in concomitanza della personale di Palazzo Strozzi a Firenze, comprende anche l’installazione «Your circumspection disclosed», esposta nel mezzanino della Manica Lunga per la quale era stata ideata nel 1999, e «The sun has no money», riallestita nella sala a volta del XVIII secolo per la quale era stata progettata nel 2008. Chiude la mostra una speciale sala di lettura aperta al pubblico negli spazi della Biblioteca e del Centro di Ricerca Castello di Rivoli, dove si possono consultare quasi cento cataloghi monografici che coprono la produzione dell’artista dalle prime personali negli anni Novanta ad oggi.

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