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Musei

Palazzo Maffei scrigno d’arte

L’imprenditore veronese Luigi Carlon dona alla città la dimora barocca con i capolavori della sua collezione

La Sala degli Stucchi, ingresso alla visita di Palazzo Maffei

Verona. La città che ha visto sparire un museo, il meraviglioso palazzo di Achille Forti (acquisito tramite donazione nel 1937, è stato venduto per fare cassa), viene oggi ricompensata: Luigi Carlon, imprenditore nel settore chimico e della produzione di materiali tecnologicamente avanzati per l’edilizia (per cui la sua azienda, la Index, è leader a livello mondiale), nato a Verona nel 1939 e collezionista da oltre 60 anni, restituisce alla fruizione pubblica uno dei palazzi più significativi del centro storico, facendone la sede della sua grande collezione d’arte.

«Palazzo Maffei. Casa Museo» aprirà al pubblico il 15 febbraio, dopo il completamento a tempo di record dei restauri (iniziati nel settembre del 2018 su progetto dello studio Baldessari e Baldessari) del palazzo che chiude piazza Erbe come una quinta scenografica barocca. A motivare l’operazione, la volontà di far uscire dalla propria casa, e così condividerli, i dipinti, le sculture, i mobili e gli oggetti appartenenti a un arco cronologico che va da fine Trecento a metà Novecento, che per cinquant’anni Carlon ha cercato e acquistato, seguendo una sua grande e istintiva passione.

«Un progetto che cullo da anni, spiega, perché fin dal primo stipendio ricevuto da giovane ho cercato di investire nella conoscenza dell’arte e nell’amore per il bello». La collezione da una parte omaggia i maestri storici veronesi, con Giolfino, Liberale e Zenone, per giungere, attraverso Andrea Mantegna, fino all’Ottocento di Carlo Ferrari, aprendosi poi sull’arte del Novecento, proprio quella che da ragazzo, confessa Carlon, faticava a capire.

La collezione vanta nuclei importanti di Futurismo italiano, Metafisica, Surrealismo e pittura astratta: in meravigliosa sequenza, opere di de Chirico, Balla, Boccioni, Vedova, Burri, Manzoni, Savinio, Picasso, Duchamp, Martini, Morandi, Casorati, per citarne alcuni. Palazzo Maffei poggia le sue fondamenta sui resti archeologici del Campidoglio romano, visitabili nelle cantine del Ristorante Maffei al piano terra dell’edificio.

Il legame con l’origine antica della piazza riecheggia in alto, tra le statue che coronano la terrazza in omaggio agli dèi dell’Olimpo. Nelle 19 sale al piano nobile, tra gli stucchi e gli affreschi originari, si squaderna la collezione in un progetto museale che vede la firma di Gabriella Belli, già direttrice del Mart di Rovereto e ora responsabile della Fondazione Musei Civici di Venezia, con contributi scientifici di Valerio Terraroli ed Enrico Maria Guzzo.

Tra principio tematico e cronologico, un Fontana si può trovare accanto a una «Crocefissione» del Secondo Maestro di San Zeno, si ammirano rare vedute di Verona, come quella di Gaspar van Wittel del 1703, mentre il salone affrescato e affacciato su piazza Erbe raccoglie capolavori della pittura veronese tra XV e XVII secolo.

L’imponente «Maternità» di Arturo Martini (capolavoro di «non finito» del 1931-32, dietro al quale, dalla finestra, si apre la prospettiva sul decumano massimo fino alla romana Porta Borsari) dialoga con le madonne di Liberale, Badile e Cignaroli, tra Rinascimento e Settecento. Un piccolo «Concetto spaziale» di Fontana si accende di luce in uno spazio raccolto, abitato, quasi come una cappella, da sculture lignee policrome di varie epoche. Ci si imbatte nella prima «Compenetrazione iridescente» (1912) di Balla e in un capolavoro come «La sposa fedele» (1930-31) di Alberto Savinio.

Da quale opera abbia fatto più fatica a separarsi, Carlon lo sa con certezza: «“Il saluto dell’amico lontano”, di de Chirico, del 1916, una delle prime opere che ho acquistato, appena esposto alla mostra di Palazzo Reale di Milano. O “La fenêtre ouverte” di Magritte, un dipinto vicino alla serie dell’“Impero delle luci” di cui la Guggenheim di Venezia possiede una grande icona».

Nelle sue parole si percepisce l’attesa: «È un’avventura che mi prende giorno e notte, continuo a pensare che cosa fare perché i visitatori possano condividere e apprezzare al meglio. Vorrei che si sentissero come dentro alla casa di un collezionista e voglio fare tutto quanto possibile, anche mettendo a disposizione la biblioteca d’arte, perché l’amore per la bellezza si possa diffondere».

Camilla Bertoni, da Il Giornale dell'Arte numero 405, febbraio 2020


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