Paesi membri dell’Unesco, agite!

Una «Call for action» per una più efficace tutela del patrimonio. È la conclusione del «Cultural Heritage in the 21st Century», in occasione dei 50 anni della Convenzione Unesco sul patrimonio universale e dei 20 anni di quella sul patrimonio immateriale

Parco Archeologico di Siracusa, Castello Eurialo. Foto Regione Siciliana
Graziella Melania Geraci |  | Napoli

Il meeting, organizzato dal Ministero degli Affari Esteri e dalla Cooperazione Internazionale, dal Ministero della Cultura e dall’Unesco, con il sostegno del Comune di Napoli, ha elaborato risposte comuni alle nuove emergenze poste al Patrimonio Mondiale e Immateriale dell’Umanità come l’urbanizzazione, il turismo eccessivo, i cambiamenti climatici e i conflitti. Il traguardo della convenzione Unesco ha posto le basi per una discussione sull’idea di patrimonio, concetto ormai in evoluzione e trasformazione.

Lo conferma Mounir Bouchenaki, già vicedirettore generale Unesco per la Cultura, intervenuto al convegno e prima ancora alla Borsa del Turismo Archeologico di Paestum, di cui è oggi presidente onorario, dove ha anticipato alcune delle tematiche cruciali affrontate a Napoli come la partecipazione attiva delle comunità locali: «L’Unesco ha 50 anni di esperienza con la convenzione del 1972. Il comitato è costituito dai rappresentanti di 21 Paesi, eletti dai 195 Paesi membri, che cambiano ogni quattro anni ed è il comitato che decide di iscrivere un sito nell’elenco del Patrimonio mondiale. L’iscrizione è un processo lungo e deve rispondere a differenti condizioni come il valore dell’eccezionalità universale, la qualità dell’integrità e l’autenticità nella costruzione, sia che si tratti di un sito culturale o naturale. Quello che domanda il comitato, la cui risposta è nel dossier di presentazione, è come avviene la gestione del sito, quali sono le difficoltà di trasporto, come la popolazione può accedervi, quali sono le possibilità di mobilità per le persone con handicap. Attualmente interessa anche il tipo di approccio alla conoscenza e all’approfondimento e si sta portando avanti la nuova definizione di patrimonio che non si limita a un singolo monumento ma a un territorio, come ad esempio per la Via Appia, il Cammino di Santiago o la Via della Seta.

L’evoluzione comprende anche il riconoscimento del moderno e del contemporaneo, ad esempio Brasilia, sito totalmente nuovo, o per diverse aree industriali. Negli ultimi dieci anni tutto questo ha aperto la strada a un’evoluzione. Possiamo dire che prima si seguiva il concetto delle “Sette Meraviglie del Mondo”, prendendo in considerazione il Colosseo o le Piramidi ma senza contesto; ora abbiamo una visione molto più allargata e molto più vicina all’evoluzione delle popolazioni. Sono le stesse comunità per l’Unesco a doversi impegnare nella preparazione del dossier, ci deve essere un dialogo, non è una questione che interessa solo gli esperti, ma anche le popolazioni locali che hanno una responsabilità nel rispetto e nella fruizione del proprio patrimonio
».

Come definire l’integrità richiesta dal comitato per un paesaggio culturale?
Continua Bouchenaki: «Di solito insieme al sito viene definita una buffer zone in cui la vita continua, purché non ne venga intaccato il valore di paesaggio culturale. Ci sono luoghi dov’è lo stesso paesaggio naturale a essere anche paesaggio culturale, come nel caso delle risaie nelle Filippine dove le attività anche commerciali ed economiche devono continuare nel rispetto di alcuni canoni, senza una trasformazione che ne faccia perdere l’identità. Ad esempio, per la Via Appia bisogna studiare come mantenere integri alcuni elementi, come tombe o altre strutture che si trovano lungo il percorso, che devono rimanere intatte perché sono importanti testimonianze storiche».

Qualcuno, tuttavia, solleva perplessità rispetto all’ampiezza e alla diversificazione delle aree individuate dall’Unesco quali Patrimonio dell’Umanità, ad esempio a Siracusa. Anita Crispino funzionario archeologo del Parco Archeologico di Siracusa ribadisce: «L’inserimento nella lista Unesco ha influito sicuramente sulla visibilità dei siti, anche se bisogna riconoscere che ci sono squilibri tra zone archeologiche diverse. L’area della Neapolis, ad esempio, ha contato 640mila visitatori in un anno, mentre non può dirsi lo stesso per altre aree, come il Castello Eurialo o le Mura Dionigiane, seppure anch’esse Unesco, ma conosciute tutte sotto la denominazione “Siracusa”. Probabilmente è anche un problema di come vengono comunicati e sponsorizzati gli altri siti all’interno del patrimonio».

Anche da Napoli Gennaro Rispoli, presidente dell’Osservatorio permanente del centro di Napoli, segnala alcune criticità proprio nell’area del centro storico della città, Patrimonio Unesco, le cui condizioni non sono certo manifesto del riconoscimento universale, ma per la cui tutela si stanno attivando differenti strategie, come la delocalizzazione e il blocco, in una specifica strada, di attività commerciali che ne depauperano la vocazione artigiana locale. Proprio la consapevolezza di tali e diffuse difficoltà che segnano l’esigenza di un’ennesima evoluzione dell’idea di patrimonio, hanno portato nella «Carta» di Napoli un invito agli Stati Unesco a una visione prospettica, affinché agiscano per salvaguardare il patrimonio culturale con nuovi programmi politici e pubblici.

© Riproduzione riservata Mounir Bouchenaki, vicedirettore generale Unesco per la Cultura
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