ADV FONDAZIONE DE FORNARIS 4-14 dic 2020

IL RE NUDO

Ora è più facile esportare arte

Reintrodotte le norme (stabilite nel 2018 da Franceschini ma poi sospese da Bonisoli) che semplificano la circolazione delle opere

Uno dei settori regolamentati dal nuovo decreto è quello del commercio dei libri antichi

A partire dal 22 settembre scorso esportare all’estero opere d’arte è molto più semplice. Con la registrazione del Decreto ministeriale n. 367/2020 è stata infatti soppressa la «sospensione», adottata con il decreto ministeriale di Bonisoli (n. 305 del luglio 2018) dell’entrata in vigore della disciplina semplificata in materia di esportazione di opere d’arte di valore inferiore ai 13.500 euro introdotta dal precedente decreto di Franceschini (n. 246 del maggio 2018, in attuazione di quanto previsto dalla l.n. 124/2017). In particolare, l’art. 1 del recente Dm 367/2020 ha:

a) da un lato, disposto l’abrogazione di quanto previsto dal Dm 305/2018, nella parte in cui subordinava a un non meglio precisato aggiornamento del Sistema informativo Uffici Esportazione (Sue) e all’istituzione dell’anagrafe della circolazione internazionale l’entrata in vigore del cosiddetto Disegno di legge (Ddl) Concorrenza, che ha previsto una serie di norme volte a «semplificare le procedure relative al controllo della circolazione delle opere d’arte»;

b) dall’altro lato, ripristinato di fatto (e di diritto) la procedura prevista dal previgente decreto attuativo Dm 246/18 (sospesa, come detto, dal Dm 305/18), rendendo quindi nuovamente operativa la nuova disciplina in materia di semplificazione della procedura di esportazione di opere d’arte.

In sintesi, tre sono i punti fondamentali di tale riforma, cui il recentissimo Dm 367/2020 ha dato la definitiva stura. Il primo: introduzione delle cosiddette soglie di valore o, meglio, della soglia di valore unica a 13.500 euro. Più precisamente, la nuova disciplina prevede che, per le cose realizzate (da autore non più vivente) oltre settant’anni fa, il cui valore non sia superiore ai 13.500 euro, l’esportazione sarà possibile previa presentazione di una semplice autocertificazione.

È questo uno dei passaggi fondamentali della riforma: per l’esportazione delle opere d’arte di valore non superiore ai 13.500 euro, non sarà più necessario l’attestato di libera circolazione o la licenza di esportazione il cui rilascio impone attese per i privati e per gli operatori di settore che possono arrivare fino a tre-quattro mesi. Con la nuova disciplina è sufficiente un’autocertificazione con la quale il richiedente l’esportazione dichiari, sotto la propria responsabilità, che il bene che si intenda far uscire dall’Italia abbia un valore inferiore (rectius, non superiore) alla soglia di 13.500 euro. A questo punto sorgono due domande spontanee: come si determina il valore del bene da esportare? Quali documenti dovranno allegarsi all’autocertificazione?

Il citato decreto attuativo del 2018 cui il Dm 367 del 2020 ha conferito nuova vigenza prevede a questo proposito diverse ipotesi (e diverse risposte ai predetti quesiti):

a) nel caso di bene acquistato negli ultimi tre anni all’asta o da un mercante d’arte sarà sufficiente produrre la fattura da cui risulti che il prezzo di aggiudicazione/vendita delle opere d’arte, al netto delle commissioni (di vendita e di acquisto) e degli oneri (quali, ad esempio, i costi dell’assicurazione o del trasporto), sia non superiore ai 13.500 euro;

b) nell’ipotesi di cessione fra privati negli ultimi tre anni basterà allegare la copia del contratto sottoscritto dalle parti o, in alternativa, una dichiarazione congiunta dinanzi a un pubblico ufficiale abilitato a riceverla con la quale si dichiari che la cessione del bene è avvenuta a un prezzo non superiore alla soglia di 13.500 euro;

c) nel caso, molto importante per gli operatori del settore, di tentata vendita del bene in asta all’estero sarà sufficiente produrre la prova (la pagina del catalogo o il mandato a vendere o la valutazione della casa d’aste) da cui si evinca che la stima massima dell’opera non sia superiore ai 13.500 euro;

d) infine, in mancanza di una vendita o di una tentata vendita all’asta (ad esempio nel caso di esportazione senza mutamento della proprietà dell’opera d’arte) sarà possibile per il privato allegare la stima di un perito iscritto all’albo dei consulenti tecnici di un Tribunale o presentare fisicamente il bene all’Ufficio esportazione per la determinazione del valore.

Resta comunque ferma la possibilità di adottare, entro termini ben precisi (decorrenti però, con notevole riduzione dei tempi della procedura, non più dalla «convocazione» del bene a cura dell’Ufficio esportazione, bensì dalla presentazione dell’autocertificazione da parte del privato), un provvedimento di tutela anche con riferimento ai beni «sotto soglia» laddove gli stessi presentino un interesse culturale «eccezionale per l’integrità e la completezza del patrimonio culturale della Nazione».

Per tali beni ai fini dell’adozione di un provvedimento di vincolo non basterà quindi, come in passato, il «mero» interesse culturale particolarmente importante, richiedendo la nuova norma un livello di culturalità minimo del bene maggiore rispetto al passato. Pertanto, anche con riferimento ai beni «sotto soglia», è (giustamente) data all’Amministrazione la possibilità di emettere provvedimenti di tutela: va quindi sfatato il falso mito che le soglie di valore introdurrebbero un selvaggio west nel panorama della circolazione delle opere d’arte.

Se il primo punto fondamentale della riforma è quello delle soglie di valore, il secondo è quello della soglia temporale al di sotto della quale i beni, che siano opera di autore non più vivente, non potranno essere oggetto di provvedimenti di blocco all’esportazione. Tale soglia è stata innalzata da 50 a 70 anni (tale disposizione per il vero era già entrata in vigore, seppur con molte limitazioni operative, all’indomani del Dm 246/18). Anche in questo caso (come per le opere di valore inferiore ai 13.500 euro), rimane comunque allo Stato la possibilità di procedere, entro sessanta giorni dalla presentazione dell’autocertificazione, alla cosiddetta notifica delle cose che «presentino un interesse artistico, storico, archeologico, o etnoantropologico eccezionale per l’integrità e la completezza del patrimonio culturale della Nazione».

Il terzo punto della riforma riguarda l’introduzione (con operatività a fine 2020) del cosiddetto passaporto elettronico delle opere d’arte, che consente al nostro di adeguarsi alle procedure seguite in altri Paesi europei.

Da una prima analisi della riforma, che finalmente entra in vigore dopo una sospensione poco fruttuosa (dal luglio 2018 ad oggi non si è provveduto né al citato aggiornamento del Sue né all’istituzione della predetta anagrafe) appare quindi chiara l’intenzione (da accogliersi con favore a parere di chi scrive) non solo di agevolare il mercato dell’arte italiana mettendo finalmente l’operatore economico italiano sullo stesso piano degli operatori di altri Paesi virtuosi, ma anche di agevolare la condivisione della cultura italiana, contribuendo così a realizzare una politica culturale basata non su un embargo culturale, ma sulla circolazione delle opere d’arte quale principale strumento per la valorizzazione e la tutela delle stesse.

Occasione che, ove si voglia veramente (nei fatti e non solo a parole) far ripartire l’economia culturale del nostro Paese, non è quindi possibile sprecare, magari con qualche correttivo (introducendo, ad esempio, delle soglie di valore differenziate per categoria/tipologia di beni come del resto previsto anche dalla disciplina comunitaria in materia di beni culturali).

L'autore è avvocato specializzato nel diritto delle opere d'arte e docente universitario

Francesco Emanuele Salamone, da Il Giornale dell'Arte numero 412, novembre 2020

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