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Musei

Ora il Met punta sull’arte terapeutica

Il museo propone una visita alle opere rassicuranti: vita domestica, acqua, natura e bambini

Stele greca con bambina (450-440 a.C. ca)

Dopo cinque mesi e mezzo di chiusura a partire dall’inizio del lockdown del 13 marzo (per la prima volta nella sua storia un periodo così lungo, con l’unico precedente in oltre cento anni che aveva visto una chiusura di tre giorni consecutivi), il Metropolitan Museum of Art ha riaperto le sue porte al pubblico il 29 agosto, con tre mostre temporanee: «Making The Met, 1870-2020», dedicata ai 150 anni di storia del museo; «The Roof Garden Commission» affidata all’artista messicano Héctor Zamora che ha realizzato l’installazione «Lattice Detour»; e «Jacob Lawrence: The American Struggle» che presenta la poco conosciuta serie «Struggle... From the History of the American People» (1954-56) del grande artista legato alla Harlem Renaissance.

Ma il pubblico del Metropolitan era particolarmente impaziente di concedersi nuovamente una visita tra i tesori della collezione permanente. In questo momento, ha commentato Rebecca McGinnis, senior managing educator for accessibility, ci sono in particolare nella collezione alcune opere che lei considera specialmente terapeutiche e che possono rappresentare una fonte di conforto e benessere in un momento come questo.

Tra le altre, la McGinnis, che ha preparato una sua lista di opere terapeutiche ad hoc per questo periodo, parla delle scene di vita quotidiana, di tranquillità domestica, che raccontano la percezione del fluire semplice e rassicurante delle giornate (condiviso da alcuni di noi, pressoché in tutto il pianeta, specie in quel periodo surreale senza precedenti del lockdown). In particolare menziona «La lavandaia» di Honoré Daumier del 1863. In realtà l’artista dipinse questa tela per raccontare la dura condizione delle donne del popolo che erano anche costrette a portare i propri bambini al lavoro, ma allo stesso tempo raffigura un tenerissimo rapporto tra la madre e la piccola che salgono insieme le scale sul lungo Senna per recarsi alla propria destinazione.

Accanto a Daumier poi, McGinnis ha pensato alle opere in omaggio ai defunti, come la stele greca dedicata a una bambina nella Grecia del V secolo a.C., realizzata forse da uno degli scultori del Partenone, e a «Street Story Quilt» di Faith Ringgold del 1985, il trittico dedicato dall’artista al racconto di storie di un nuovo inizio all’interno di un condominio di Harlem; l’opera è realizzata attraverso la tecnica del «quilting» (trapunta), attività domestica di storica tradizione e una miriade di significati.

Poi menziona l’Astor Chinese Garden Court che, «inondata dalla luce che penetra attraverso le finestre, con il suono dell’acqua che scorre, le rocce Taihy e gli intarsi in legno a fianco alle ceramiche, rappresenta un ambiente unico che cattura i sensi e favorisce la calma e la contemplazione. Lì vicino, nelle gallerie giapponesi, “Water Stone” di Isamu Noguchi offre al visitatore un’esperienza simile: l’osservare l’acqua che scorre sulle pietre ipnotizza e trasporta in un’altra dimensione, se ci diamo il tempo di aspettare, osservare e stare in ascolto. Ma anche la pittura di paesaggio, aggiunge, può trasportare il pubblico in una dimensione lontana. Un’opera come “The Beeches” di Asher Durand ci fa immergere nella natura, così benefica e così lontana da tutte le nostre preoccupazioni». «L’arte, aggiunge la McGinnis, ha sempre un impatto terapeutico. Ora più che mai i nostri visitatori verranno al museo dopo aver sofferto delle perdite o risentendo ancora dei postumi di questa terribile malattia. E noi ci chiediamo costantemente quale sia il modo per cercare di “elaborare” un momento così difficile».

Viviana Bucarelli, da Il Giornale dell'Arte numero 411, ottobre 2020


  • «Street Story Quilt» (1985) di Faith Ringgold
  • «La lavandaia» (1863) di Honoré Daumier

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