Oliviero Toscani, scandaloso da ottant’anni

Quella da Mazzoleni è l’ultima di una serie di mostre che quest’anno hanno celebrato gli ottant’anni del popolare fotografo milanese

«Untitled» (1992), di Oliviero Toscani. © olivierotoscani. Cortesia dell’artista e Mazzoleni, Londra-Torino
Rischa Paterlini |  | Torino

Dopo Milano e Bologna, ha aperto, nelle sale della storica Galleria Mazzoleni, «Toscani chez Mazzoleni», l’ultima di una serie di mostre nate per celebrare gli ottant’anni del popolare fotografo milanese Oliviero Toscani (Milano, 1942). Curata da Nicolas Ballario, la mostra raccoglie un ricco corpus di opere a partire dal manifesto icona del 1973 in cui Donna Jordan, musa ispiratrice di Andy Warhol, ci mostra il suo lato B fasciato solo da un paio di jeans Jesus cortissimi, su cui Toscani interviene con lo slogan «Chi mi ama mi segua», facendo infuriare i benpensanti dell’epoca.

Toccò a Pier Paolo Pasolini dalle prime pagine del «Corriere» placare gli animi spiegando come quell’immagine fosse un fatto nuovo, rivelando una possibilità espressiva imprevista e consacrando l’allora giovane sconosciuto tra i fotografi più interessanti. Da quel momento è stato un susseguirsi di campagne di successo (come quella in cui un prete e una suora si baciano), scatti provocatori, scioccanti e disubbidienti, creati per sensibilizzare il pubblico su temi sociali importanti come l’Aids, la discriminazione razziale o l’anoressia.

Volutamente priva di un ordine cronologico, la mostra, aperta fino al 14 gennaio, è un flusso di immagini famose che hanno cambiato il modo di fare comunicazione e che a un certo punto si interrompe per lasciare spazio a inedite fotografie di paesaggio dedicate all’opera Land Art di Alberto Burri a Gibellina.

Gli scatti, stampati per la prima volta su imponenti lastre di cemento dove il «Grande Cretto» viene inquadrato dall’alto, proiettano lo spettatore nei labirintici vicoli attraversati da ombre, dove la luce viene come risucchiata dalle ferite nel terreno. Vortici a omaggiare il cemento bianco, il colore che non esiste, come quella città che scomparve dalle cartine geografiche in una gelida notte di gennaio nel 1968.

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