Nuovi geoglifi di Nasca sulla costa meridionale del Perù

Nelle ultime settimane le più importanti missioni su questa cultura preispanica hanno annunciato due scoperte

In bianco i geoglifi scoperti dalla missione giapponese nel deserto peruviano © Cortesia dell’Università di Yamagata
Antonio Aimi |

I geoglifi di Nasca, i disegni realizzati nel deserto pietroso della costa meridionale del Perù, sono una delle realizzazioni delle culture preispaniche più conosciute al mondo. Sorvolando le deliranti ipotesi di fantarcheologia, che per fortuna da qualche tempo non sono state più riproposte, si può ipotizzare che la loro fortuna dipenda al fatto che sono molto diverse dalle altre opere delle culture preispaniche (piramidi, sculture in pietra, ceramiche, tessuti ecc.), che in un modo o nell’altro sono presenti nell’immaginario di tutti.

Sicuramente pesa anche il fatto che i geoglifi più grandi si vedono bene dall’alto, se sono fatti sul fondo di una valle e si ha possibilità di salire su una collina, o dal basso, se sono fatti sui fianchi di una montagna e ci si colloca nel fondovalle o sulla montagna opposta. Curiosamente il loro fascino è inversamente proporzionale alla facilità della loro realizzazione, perché, dato che le pietre superficiali del deserto hanno preso un colore diverso da quelle sottostanti, per fare un geoglifo è sufficiente spostare le prime e portare allo scoperto quelle sottostanti.

I disegni dei geoglifi, che si sono imposti all’attenzione degli archeologi a partire dagli anni Venti, possono raffigurare linee, figure geometriche, animali, piante e altri elementi tipici dell’iconografia della cultura Nasca (100 a.C.-600 d.C). Anche se in alcuni casi potevano rinviare a particolari allineamenti astronomici, avevano la più terrestre funzione di indicare sentieri cerimoniali, fonti d’acqua sotterranee o mettere in evidenza i luoghi riservati ai riti identitari o legati ai cicli agricoli. È evidente, dunque, che in quanto tali servivano quindi a rafforzare la coesione sociale.

Anche se i geoglifi sono stati a lungo studiati, in queste ultime settimane sono tornati al centro dell’attenzione perché le più importanti missioni sulla cultura Nasca hanno annunciato due nuove scoperte.
Un geoglifo a serpente scoperti dalla missione giapponese nel deserto peruviano © Cortesia dell’Università di Yamagata
La prima è dell’8 dicembre 2022. In quella occasione, infatti, la missione dell’Università giapponese di Yamagata, diretta da Masato Sakai ha annunciato la scoperta di altri 168 geoglifi nella valle del rio Aja. Si tratta, in genere di figure antropomorfe, camelidi, uccelli, orche, felini e serpenti, che potrebbero essere anche pre-Nasca o ancora più antichi. Questi nuovi geoglifi, che in genere sono scoperti utilizzando foto di aerei e di droni, sono distribuiti lungo antichi sentieri e sono relativamente piccoli, perché hanno un diametro inferiore ai dieci metri.

«Con questi nuovi 168 geoglifi, che si aggiungono ai 190 scoperti a partire dal 2004, spiega Masato Sakai, abbiamo fatto un passo in avanti nell’attuazione del nostro progetto, che è quello di realizzare una mappa della distribuzione dei geoglifi nella zona di Nasca». Parallelamente, si è posto anche il problema della conservazione dei geoglifi e per questo nel 2017 l’Università di Yamagata ha siglato un accordo con il Ministero della Cultura del Perù, che prevede la realizzazione di un Parco archeologico per proteggere i geoglifi scoperti.

La seconda scoperta è quella di un geoglifo ancora da decifrare individuato nell’ambito delle ricerche nella valle del rio Taruga dirette dallo studioso italiano Giuseppe Orefici, di cui abbiamo scritto più volte perché può essere considerato la massima autorità sulla cultura Nasca.

Su questo ritrovamento Orefici ci ha anticipato in esclusiva che: «Durante la preparazione del progetto Taruga, grazie alla partecipazione di un gruppo di ricerca del Cnr diretto da Nicola Masini, abbiamo individuato un nuovo geoglifo con l’utilizzazione di un drone. L’analisi iconografica di questo glifo mi fa pensare che può essere considerato una delle espressioni finali della cultura Paracas, che si estese ampliamente nell’area di Nasca. E credo che se riusciremo a realizzare il progetto, che prevede lo studio e il restauro dei geoglifi dell’area di questo fiume, avremo altri elementi per capire meglio il ruolo dei geoglifi nelle culture che hanno preceduto quella Nasca».

Appare dunque evidente che un po’ alla volta si sta ricostruendo, tassello dopo tassello, il quadro completo dei geoglifi della costa meridionale del Perù. Inutile dire che è lecito sperare che anche in questo caso si potrà andare oltre la «barriera del significato» e vedere queste opere con gli occhi di coloro che le realizzarono circa 2mila anni fa.

© Riproduzione riservata Masato Sakai Giuseppe Orefici
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