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Notre-Dame d’Europe

Una commozione universale: nulla simboleggia l’Europa più delle sue cattedrali

Notre-Dame durante  il rigo di lunedì 15 aprile:  è da poco crollata la guglia progettata nel 1844 da Jean-Baptiste-Antoine Lassus e Eugène Viollet-le-Duc. © Foto di Thierry Mallet/AP

Parigi. Tardo pomeriggio del 15 aprile, lunedì santo. Un incendio, probabilmente originato da un cortocircuito in un cantiere sul tetto della Cattedrale di Notre-Dame, inizia ad ardere quando mancano una decina di minuti alle sette ed è in corso la messa della sera. Un ritardo nell’allarme, immancabili fatalità, difficoltà d’intervento e il rogo prende sempre più forza. Le fiamme si levano altissime e avvolgono la guglia ottocentesca di legno e piombo per il cui restauro era da alcuni mesi stata appunto installata, quasi incastrata, una gigantesca impalcatura di 500 tonnellate.

La flèche brucia come un altissimo albero secco, per spezzarsi e crollare in meno di un’ora. Poi il fuoco inizia a divorare il tetto sostenuto da travi di legno solidissimo, la cosiddetta «foresta» lunga cento metri per la quale nel cuore del Medioevo vennero tagliate più di 1.300 querce, molte già secolari. Lo spettacolo è tremendo, il crepuscolo e la notte si tingono di rosso, che colora spaventosamente il cielo.

Si teme addirittura per l’intero edificio, nonostante lo sforzo di centinaia di pompieri seguito da migliaia di parigini e turisti che invadono le strade, fotografano e filmano con i telefonini. Alcuni piangono, altri pregano e cantano. Molti sono ragazzi, attoniti o in lacrime, i volti sgomenti e disperati.

Solo all’alba l’incendio viene domato, ma la grande chiesa, cuore di Parigi e del Paese, è devastata. In pochi minuti lunedì sera la notizia fa il giro del pianeta, radio e televisioni interrompono le trasmissioni, non solo in Francia e in Europa. La cattedrale è infatti tra i monumenti più visitati al mondo.

Cronache, storie, immagini, filmati si moltiplicano. Come il racconto del cappellano dei pompieri che, nonostante il timore di crolli e l’altissima temperatura, cerca il tabernacolo con le ostie consacrate e una delle reliquie più insigni di Notre-Dame, custodita in una teca che, secondo una tradizione bizantina, conserva la corona di spine imposta a Gesù. Tabernacolo e reliquiario ritrovati, come di mattina sarà recuperato il gallo che sormontava la guglia racchiudendo le reliquie dei patroni della città, san Dionigi e santa Genoveffa.

E, ancora, la statua della Vergine tra le braccia di un pompiere quasi fosse una persona, mentre nelle navate in penombra la caduta di tizzoni ardenti lascia scie luminose. O la visione della grande croce di metallo che riflette i bagliori delle fiamme davanti ai pompieri.

Nei giorni successivi, invece, migliaia di api tornano nelle arnie su una delle terrazze della cattedrale. Quasi a segnare la fine del pericolo e la vita che riprende. Un disastro inimmaginabile, e miracolosamente senza vittime umane, squarcia così l’attualità dei nostri giorni. Un incidente, quasi senza dubbio.

Meno probabile, invece, la fatalità. In Italia, Francesco Scoppola osserva alla Rai la necessità che i restauri siano permanenti, non emergenziali, e Lucetta Scaraffia sottolinea sul «Quotidiano Nazionale» la cronica scarsità dei fondi destinati a Notre-Dame, di proprietà statale come tutte le 86 cattedrali francesi, nel contesto di una laïcité che finisce per trascurare anche i tesori più importanti (e visitati) del patrimonio culturale della nazione. Denunce di un’imprevidenza innegabile che risuonano, con molteplici variazioni e accenti, sui media soprattutto francesi (ma poi anche in Spagna per le chiese storiche del Paese, censite da «El País»).

Di fronte a un’emozione trasversale si mobilita la reazione di donatori e grandi gruppi, con numeri enormi: un miliardo di euro vengono promessi in poche ore per la ricostruzione della cattedrale, avvertita come «propria» senza distinzioni. Anche se il veleno della demagogia arriva a polemizzare contro questo mecenatismo, che resta comunque indispensabile, come scrive Nicole Vulser su «Le Monde». Non ha senso infatti contrapporre gli uomini alle pietre, quando queste costituiscono un patrimonio sentito davvero come vivo, lascito di intere generazioni. E tutta la storia di Notre-Dame lo conferma.

Con le radici in un tempio gallo-romano su cui viene costruita, in età tardoantica o nell’Alto Medioevo e più volte riedificata, una chiesa dedicata a santo Stefano. Su queste fondamenta viene innalzata l’attuale cattedrale, la cui prima pietra, collocata nel 1163, sarebbe stata posta secondo una cronaca trecentesca da papa Alessandro III, e che viene di fatto completata nel 1250 durante il lunghissimo regno di Luigi IX. E proprio il sovrano canonizzato da Bonifacio VIII vi depone nel 1239 la reliquia della corona di spine, acquistata a caro prezzo dai veneziani dopo il terribile sacco di Costantinopoli e simbolo della regalità di Cristo.

Nei re di Giuda scolpiti sulla facciata si vogliono invece vedere negli anni della Rivoluzione quelli francesi, che vengono allora decapitati, e nel 1793 la cattedrale è trasformata per decreto in un tempio della Ragione. Nel 1804, restituita al culto cattolico e frettolosamente restaurata dagli eccessi rivoluzionari, Notre-Dame è lo scenario, alla presenza di papa Pio VII, dell’incoronazione imperiale di Napoleone idealizzata da David pochi anni dopo, così come nel 1944 ospiterà il «Magnificat» cantato per la liberazione di Parigi alla presenza del generale de Gaulle. Passato il turbine rivoluzionario e napoleonico, la cattedrale mostra ormai i segni di un degrado dovuto in gran parte al trascorrere del tempo. Si accende così il dibattito sulla sua sopravvivenza, e in questo contesto Notre-Dame diviene nel 1831 protagonista del popolarissimo romanzo di Victor Hugo, che rivivrà in una ventina di opere musicali e cinematografiche.

Ma soprattutto, tra il 1844 e il 1864, la cattedrale viene restaurata e rifatta dalla creatività scrupolosa di Eugène Viollet-le-Duc. Consapevole di un’opera tanto controversa quanto innovativa, l’architetto si fa raffigurare nelle sembianze di uno dei re di Giuda ripristinati sulla facciata della cattedrale, e soprattutto con il volto di san Tommaso tra le statue in rame dei dodici apostoli e dei simboli dei quattro evangelisti alla base della guglia da lui progettata.

Questa nuova flèche sostituisce così quella medievale, innalzata nella prima metà del Duecento e smontata nel 1786, poco prima della Rivoluzione. Principale vittima del rogo insieme alle capriate medievali, la guglia di Viollet-le-Duc e la ricostruzione di Notre-Dame sono ora al centro di un’accesa querelle des anciens et des modernes. Ma proprio l’inizio delle operazioni di restauro con la rimozione effettuata l’11 aprile delle sculture ottocentesche alla base della flèche può essere un segno. Il loro salvataggio provvidenziale, quattro giorni prima dell’incendio, indica infatti la necessità di un nuovo impegno economico e sociale a favore del patrimonio culturale europeo. Che si basi però su una riflessione diffusa e non ideologica sulle radici del continente di cui, al di là di ogni appartenenza, la cattedrale parigina è simbolo.

Gian Maria Vian, da Il Giornale dell'Arte numero 397, maggio 2019



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