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Nostra Signora De’ Foscherari

Una galleria diventata un libro di storia. Ne ripercorre le vicende una mostra al MAMbo

Una veduta della mostra «La Galleria de’ Foscherari 1962-2018» in corso al MAMbo - Museo d’Arte Moderna di Bologna fino al primo marzo 2020. Foto Giorgio Bianchi

Bologna. Sino al primo marzo 2020 il MAMbo di Bologna ospita l’ampia rassegna «La Galleria de’ Foscherari 1962-2018», che ricostruisce l’attività della galleria, pietra miliare nella vita culturale bolognese del secondo ’900, e rende omaggio a Pasquale Ribuffo, suo storico direttore scomparso nel 2018. Figura indimenticata della scena artistica e animatore di uno dei rari spazi espositivi italiani che davvero hanno saputo segnare un’epoca, Ribuffo è stato tra le personalità più propositive e intuitive della scena italiana.

Ne parlano con entusiasmo i figli Elena e Francesco che, dopo averlo a lungo affiancato insieme a Bernardo Bartoli, oggi ne proseguono l’attività con la stessa attenzione alla qualità e alla coerenza delle proposte. La mostra ricostruisce e ricuce al suo contesto l’attività della galleria partendo dal 1962, cioè dal momento in cui viene fondata da Enzo Torricelli, al quale presto si uniranno Franco Bartoli e Ribuffo.

Il clima è quello della Bologna dei primi anni Sessanta, quando la città esprime l’inevitabile dialettica tra due anime, divisa tra gli ormai consolidati maestri del dopoguerra e una nuova generazione, già inquieta e pronta al cambiamento dei linguaggi. Fin dall’esordio la galleria bolognese intuisce che per trovare una propria identità deve seguire due percorsi differenti, benché strettamente correlati: da un lato, quello della tradizione storicizzata e sostenuta dalla critica, che assicura credibilità e avvicina il collezionismo «classico»; dall’altro, l’apertura alla ricerca e alla sperimentazione, che porta vitalità e catalizza energie interdisciplinari, favorendo connessioni a livello nazionale e internazionale.

Il sistema, nutrito di amicizie e relazioni con artisti e collezionisti, è sostenuto sul piano intellettuale da diversi critici, ma su tutti da Pietro Bonfiglioli, che per molti anni cura l’edizione di originali quaderni tematici ora ristampati nella pubblicazione Il Notiziario della Galleria de’ Foscherari (1965-1989), a cura di Vittorio Boarini. La visita alla mostra è, pertanto, una rilettura della fitta attività espositiva e dei suoi principali snodi concettuali, decantata attraverso un allestimento che interseca un’ampia selezione di documenti originali, fotografie e cataloghi, con opere emblematiche di quanti, tra gli innumerevoli artisti bolognesi e non, sono stati più strettamente legati alla galleria.

Ecco allora apparire nei documenti del 1963 il trio degli allora emergenti Luciano De Vita, Concetto Pozzati e Pirro Cuniberti, impegnati in uno dei primi happening pittorici, documentato dal racconto di Eugenio Riccòmini; fu la nascita di un fondativo sodalizio tra gli artisti bolognesi e la galleria. Ed ecco che stupisce come un’esplosione il «biennio pop» 1967-68, con le personali di Franco Angeli, Mario Ceroli, Tano Festa, Giosetta Fioroni, Jannis Kounellis, Pino Pascali, Mario Schifano, Cesare Tacchi, Domenico Gnoli, della Funk Art, con Peter Saul e Sue Bitney, e di una rassegna con tutti i grandi scena Pop newyorkese.

Quasi contemporaneamente, non mancano gli esponenti dell’Arte povera, che si presenta puntuale nel 1968, in una partecipatissima collettiva a cura di Germano Celant. Tra innovazioni e ritorni, postavanguardia e Neoavanguardia, tra Marcel Duchamp e Man Ray, tra Lucio Fontana e Fausto Melotti, si arriva all’attenzione per gli emergenti degli anni Ottanta, come Piero Manai, Marcello Jori, Luigi Mainolfi, Luigi Ontani. E più tardi, ormai tramontato lo spirito di gruppo, ci saranno Claudio Parmiggiani, Hermann Nitsch, Alfredo Pirri, Nunzio, Gianfranco Baruchello, Eva Marisaldi, Liliana Moro e Vedovamazzei, il cinema d’avanguardia, la Video arte, le presentazioni e i dibatti.

Idee, persone e suggestioni che portano fino al presente, nel nuovo spazio espositivo che continua a pulsare nel centro della città e che ora, sino al 15 marzo accoglie una personale di Michele Zaza (Molfetta, 1948). In mostra, una nuova videoinstallazione, «Segreto cosmico», e due opere storiche: «Universo estraneo» (1976), composta da 27 foto, e «Cielo abitato» (1985), con 7 fotografie in dialogo con 21 sculture in legno.

Valeria Tassinari, da Il Giornale dell'Arte numero 404, gennaio 2020


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