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Economia

Brexit: i pareri degli operatori italiani a Londra

I galleristi temono la perdita dei vantaggi fiscali e la burocrazia, mentre per le case d’asta cambierà poco

Carlo Repetto

La firma del nuovo accordo commerciale fra Unione europea e Regno Unito, conseguenza della Brexit, impone anche agli operatori del mondo dell’arte dotati di una sede inglese di interrogarsi sulle conseguenze di questa trasformazione. I galleristi sono concordi sul fatto che la fine della libera circolazione delle merci, con il ripristino dei dazi sull’import/export e la riduzione di alcuni vantaggi fiscali comporterà un aggravio dei costi e maggiore burocrazia.

«La prima difficoltà è stata l’incertezza, afferma Massimo De Carlo, che ha sedi a Milano, Londra e Hong Kong. Adesso finalmente sembra che alcuni nodi si stiano sciogliendo, ma non sempre a vantaggio del mercato dell’arte. Un limite, anche psicologico, deriva dall’idea stessa che le opere in entrata e in uscita dalla Gran Bretagna saranno costrette a passare la dogana: inevitabile un allungamento dei tempi e un aumento dei costi. Da un punto di vista fiscale, in un panorama ancora non completo, la Gran Bretagna perderà il vantaggio dell’Iva applicata alla fonte, e sarà invece applicata l’Iva del Paese di destinazione delle opere. Questo sarà uno svantaggio per il collezionismo italiano da sempre molto attivo sulla piazza londinese».

Per il momento è un po’ presto per dare giudizi: così la pensa l’antiquario Cesare Lampronti (Roma e Londra), per il quale però «sicuramente l’Iva che si paga al 10% sull’import in Italia può essere di disturbo per una vendita, soprattutto per un privato che non può scaricare Iva. Un inconveniente meno grave per gli antiquari perché, al contrario, la possono scaricare. Ma c’è un altro elemento penalizzante: l’Inghilterra è sempre stata apprezzata per la snellezza della sua burocrazia, che adesso diventerà inevitabilmente più pesante rispetto a prima».

La burocrazia doganale è il rovello anche di Carlo Repetto, titolare della Repetto Gallery di Londra: «L’aumento dei documenti e delle pratiche da espletare complica le cose e rende necessario affidarsi a un trasportatore specializzato, che prima dovrà occuparsi di fatture pro forma, voci doganali, codici delle merci e così via. Oltre all’aumento delle spese, l’iter si allunga e rischia anche di far perdere occasioni di affari».

Un altro svantaggio per i galleristi italiani che operano a Londra è sottolineato da Matteo Lampertico (Milano e Londra): «Nell’accordo Brexit non è stato eliminato il diritto di seguito. Può darsi però che in futuro vengano ridotte sensibilmente le aliquote fiscali inglesi già di per sé vantaggiose». Il sistema fiscale inglese prevede una tassazione sull’importazione di beni artistici da Paesi extra europei pari al 5% del valore dell’opera. Un’aliquota molto conveniente, che aveva finora reso Londra meta preferenziale per l’acquisto di opere d’arte da parte di collezionisti europei, dato che il successivo passaggio fra Stati membri dell’Unione europea non prevede tasse di import/export.

Parigi in pressing
Ora questo vantaggio viene meno e altri Paesi come la Francia (che ha una tassazione del 5,5%) potrebbero cogliere l’occasione per rafforzare il proprio ruolo, quanto meno nelle relazioni fra Paesi europei. Parigi è ad esempio rientrata nel radar di importanti gallerie internazionali che qui hanno inaugurato una nuova sede, come David Zwirner e Larry Gagosian.

«Londra potrebbe perdere un po’ di peso nei confronti dei collezionisti europei a vantaggio di altre capitali come Parigi e Bruxelles, ma più in generale penso che disporre di una sede prestigiosa in una grande città per una galleria di medie dimensioni non abbia forse più ragione di essere in un mondo in cui il collezionismo è ormai globalizzato e sempre più nomade, legato al susseguirsi delle fiere e dei grandi eventi che si spostano continuamente da un Paese e da un continente all’altro, sostiene però Repetto.

Uno dei pochi aspetti positivi di questo 2021, ancora condizionato fortemente dalla pandemia, è un calendario privo di impegni pressanti e questo ci consente di concentrarci e di capire come riorganizzarci. La sfida sarà essere presenti dove accadono gli eventi nel momento in cui accadono, rafforzando nelle diverse città le collaborazioni con artisti e gallerie».

Un esodo non giustificato
I cambiamenti normativi non preoccupano invece più di tanto le case d’asta, specialmente quelle globalizzate come Sotheby’s. «Non prevediamo che la Brexit porterà un cambiamento in larga scala delle nostre attività commerciali, afferma Filippo Lotti, managing director di Sotheby’s Italia. Il 75% dei clienti che effettuano transazioni con Sotheby’s Londra non provengono da Paesi Ue, quindi affrontare norme e regolamenti diversi fa già parte dell’attività quotidiana dell’azienda.

Per gli acquirenti e i venditori con sede in Italia, le transazioni con Sotheby’s Londra ora funzioneranno semplicemente come se acquistassero e vendessero in qualsiasi altra sede d’asta al di fuori dell’Ue, come New York e Ginevra. Negli ultimi tre anni, prosegue Lotti, oltre un terzo dei nostri clienti italiani ha fatto offerte nelle nostre aste extra Ue, quindi sono già abituati a effettuare transazioni al di fuori dei Paesi membri. Ogni transazione deve essere esaminata caso per caso, ma spesso le modifiche dal punto di vista dell’Iva sono minime o potrebbero addirittura essere vantaggiose. Per quanto riguarda la spedizione, ad oggi non ci sono pervenute notizie di eventuali ritardi significativi nei vari porti e aeroporti».

Giuseppe Bertolami, amministratore unico dell’omonima casa d’aste con sede a Londra e a Roma, spiega che «i clienti comunitari che partecipano a un’asta inglese ora non devono più pagare l’Iva sulle commissioni dovute alla casa. Questo risparmio, nell’ordine del 4% circa, viene controbilanciato dal ripristino del dazio dovuto allo Stato che accoglie la merce (una tariffa che, ad esempio, in Germania è pari al 7%, in Italia al 10%), con un rincaro dato dalla differenza fra tasse doganali e Iva risparmiata (i tedeschi pagano il 3% in più, gli italiani il 6%). Tende quindi a crearsi una disparità di trattamento che potrebbe indurre gli italiani a farsi spedire le merci di valore più consistente in Paesi comunitari che applicano dazi più convenienti di quelli vigenti in Italia. Il problema è talmente evidente che gli Stati Ue non potranno a mio parere sottrarsi all’obiettivo di un regime doganale comune».

Ma Bertolami precisa che i vantaggi di operare sulla piazza londinese permarranno se si mira a una clientela internazionale e la nuova situazione non giustifica l’esodo delle aziende straniere dal Regno Unito evocato dai commentatori più pessimisti: «Nel 2020 il 74% dei clienti che si sono aggiudicati un lotto in un’asta di Bertolami Fine Art era di nazionalità straniera. La maggior parte di loro proveniva, oltre che dalla stessa Gran Bretagna, dagli Usa e dalla Cina, cioè da Paesi con cui il Regno Unito ha chiuso accordi commerciali estremamente vantaggiosi. Insomma, anche dopo la Brexit, spedire una merce da Londra verso il resto del mondo continua a essere mediamente più economico che spedirla dall’Italia, e anche più veloce, visto che la macchina burocratica dei nostri Uffici esportazione opere d’arte continua a funzionare male, mentre Oltremanica sino a una soglia di valore di 65mila sterline il permesso di esportazione non è nemmeno richiesto».

Elena Correggia, da Il Giornale dell'Arte numero 414, febbraio 2021

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  • Matteo Lampertico
  • Massimo De Carlo
  • Cesare Lampronti
  • Giuseppe Bertolami
  • Filippo Lotti
  • Lo spettro della Brexit agita il mercato dell’arte (Foto Fred Moon/Unsplash)
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