Non sempre l’archivio è super partes

Il caso di un dipinto a firma apparentemente di Josef Albers

Gloria Gatti |  | Milano

In caso di sospetta contraffazione di un’opera d’arte la sola opinione dell’Archivio intitolato all’artista è sufficiente per una condanna? Secondo il Giudice Onorario del Tribunale di Milano Patrizia Costa, che ha emesso il 28 ottobre 2020 sentenza n. 6004, a seguito di richiesta di rito abbreviato condizionato da parte dell’imputato, la risposta è affermativa ed è anche legittima la pena accessoria della confisca dell’opera in questione. Al centro del caso è un dipinto a firma apparentemente di Josef Albers (1888-1976), dal titolo «Study for Homage to the square» (40x40 cm), messo in vendita dal gallerista Gabriele Seno senza certificato di autenticità.

Nicholas Fox Weber, presidente della Josef and Anni Albers Foundation, «constatando nell’immediatezza che si trattasse di un’imitazione», così testualmente si legge nella sentenza, aveva denunciato essere un falso. La tesi della Fondazione denunciante è stata confermata solo da Jeannette Redensek, storica dell’arte della Fondazione stessa nonché curatrice del Catalogo ragionato dei dipinti, in fase di realizzazione, la quale ha ribadito che «la falsità appariva ictu oculi» e la firma «al suo occhio esperto totalmente apocrifa».

La credibilità e attendibilità delle dichiarazioni rese della parte civile nel processo penale, quand’anche autorevole, è in genere circondata da molte cautele e, quanto meno dalle aule di giustizia, sarebbe auspicabile una definitiva emancipazione dai metodi estetici, dall’acume visivo o dalla «particolare aura» che emana un dipinto autentico per stabilirne la contraffazione. Pur nel rispetto del loro custodi della memoria dell’artista, ancora più rigore dovrebbe essere richiesto quando l’archivio che ha anche il monopolio sul rilascio dei certificati di autenticità è proprietario di opere e, quindi, inevitabilmente portatore di interessi economici sul mercato ed esposto al rischio di versare in situazioni di potenziale conflitto d’interesse.

Per quanto la rarità non sia che uno dei fattori di accrescimento del valore, in astratto, infatti, il potere di ridurre il numero delle opere di un artista disponibili per vendita negandone l’archiviazione, potrebbe produrre come effetto l’incremento di valore delle opere di proprietà che l’archivio stesso immette sul mercato. Nel caso specifico, sul sito web della Josef and Anni Albers Foundation è espressamente dichiarato che «la Fondazione vende un piccolo e selezionato gruppo di dipinti e stampe attraverso i suoi rappresentanti autorizzati» e che «La Fondazione ha nominato la David Zwirner Gallery di New York e Londra come suo rappresentante esclusivo in tutto il mondo». Proprio ora a New York dal big dealer David Zwirner è in corso (sino al 3 aprile) l’importante mostra «Albers and Morandi: Never Finished».

© Riproduzione riservata
Altri articoli di Gloria Gatti
Altri articoli in ARGOMENTI