Niedermayr in bilico tra il «prima» e il «dopo»

Dal 2000 il fotografo lavora sulla trasformazione di palazzi in cui è in corso un cantiere finalizzato a una nuova destinazione d’uso. L’ultimo dei suoi «Edifici grezzi» è Palazzo Turinetti, che accoglierà le quarte Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo

Walter Niedermayr
Monica Poggi |

La mostra «Transformations» che chiude il 17 ottobre a CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia approfondisce la ricerca di Walter Niedermayr attraverso una selezione che comprende alcuni dei suoi lavori più noti fino alle recenti opere realizzate all’interno di Palazzo Turinetti, dove la prossima primavera Intesa Sanpaolo aprirà la quarta sede delle Gallerie d’Italia dedicata alla fotografia e alla videoarte. Lo abbiamo incontrato per fargli alcune domande su questa collaborazione e sulla sua poetica.

Come nasce la collaborazione con Intesa Sanpaolo?
Le fotografie di Palazzo Turinetti nascono in occasione della mostra a CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, grazie al dialogo fra Walter Guadagnini e Michele Coppola. Dopo un sopralluogo e sapendo che un importante cambiamento strutturale era imminente, mi sono confrontato con gli spazi interessati. Alcune delle opere che ora vediamo esposte sono state realizzate ancora prima della demolizione e della partenza del cantiere.

Continuerà fino alla fine dei lavori o pensa di interrompere prima?
Il mio interesse è di continuare a visitare il cantiere nelle diverse fasi di costruzione, per cui vorrei ritornare. Tendenzialmente, ricerco proprio questa dimensione intermedia.

È per la stessa ragione che ha già fotografato in passato edifici in costruzione?
Sì, è un progetto che porto avanti dal 2000, si intitola «Rohbauten (Edifici Grezzi)» e indaga il momento di transizione di un edificio che sta per diventare altro. Tutto ciò che trovo in questa fase, di fatto, è destinato a scomparire o a venire nascosto quando i lavori verranno ultimati e il luogo assumerà un carattere totalmente diverso. Attraverso le immagini però posso fermare delle situazioni per me interessanti, anche se spesso sono fotografie praticamente astratte. In un edificio in questa fase di costruzione, il progetto rimane ancora invisibile, è tutto in divenire.

Ritorna anche in questo caso il tema della trasformazione che guida la mostra…
Sì, generalmente il tema della trasformazione è persistente nel mio lavoro. E poi chiaramente, in questo caso c’è anche un interesse formale e di tipo architettonico. Palazzo Turinetti è un edificio storico, posizionato in una zona centrale della città, e ha rappresentato un tassello importante nella storia della banca. La trasformazione di questo edificio non comporta solo una modifica di tipo formale ma coinvolge anche altre riflessioni. A me piace agire in questo stato intermedio, in bilico fra il «prima» e il «dopo» di un luogo così significativo.

Secondo lei in che modo coesisteranno il passato di questo luogo e la voglia di proporre un progetto particolarmente innovativo?
È certamente una sfida per l’architettura far dialogare la natura degli edifici storici nella loro complessità con le esigenze attuali di una struttura museale moderna. La progettazione è certamente consapevole di questa esigenza, per cui confido che lo studio architettonico realizzerà un museo interessante.

Lei si è particolarmente concentrato proprio su questi luoghi sotterranei.
Sì, sempre nell’ottica di lavorare dove la mutazione è più evidente. Nel caveau c’è questo lungo corridoio, e una scala che esce… è una situazione un po’ straniante, quasi surreale. Palazzo Turinetti era la sede della banca, e all’interno del caveau le persone mettevano i propri preziosi. Sono luoghi che appartengono a un altro periodo e sono nati da esigenze che oggi probabilmente sono cambiate. Anche questa è una situazione di trasformazione.

Oltretutto sono spazi in cui in pochi avevano accesso...
Sì, è proprio questo un aspetto del mio progetto in progress «Raumfolgen – (Spazi con-sequenziali)». Mi sono confrontato con degli spazi che la gente normalmente non può frequentare liberamente, come nel caso delle carceri o di alcune zone degli ospedali. In passato mi è capitato di fotografare anche dei caveaux di un’altra banca, sono ambienti in cui non è semplice accedere. Anche per questa ragione sono felice che Intesa Sanpaolo mi abbia dato la possibilità di lavorare con molta libertà all’interno di questo luogo.

Da un punto di vista tecnico, la presenza di una luce artificiale piuttosto incisiva ha cambiato il suo modo di approcciarsi a questo ambiente?
Non particolarmente. Come sempre, ho usato la luce che c’è già nello spazio. Non uso mai altre luci. Questi edifici esistono con questa luce che crea una certa atmosfera e per me va bene così.

È un modo per preservare l’aspetto documentario del suo lavoro?
In realtà alla base del mio lavoro c’è un approccio esplicitamente soggettivo, per questo amo la definizione di «documentarismo soggettivo». Attraverso il mezzo fotografico cerco di creare lavori che a volte non sono percepibili nella loro complessità alla prima vista. La fotografia è un modo di rendere il mondo visibile altrimenti. Si è assorbiti da una curva che va da ciò che è visibile davanti ai propri occhi, a ció che diventerà visibile nel lavoro futuro esposto in un certo modo.

In quest’ottica, la divisione in dittici o polittici degli scatti o l’uso delle sovraesposizioni che caratterizzano il suo lavoro fin dall’inizio, sono strumenti per rendere esplicita la presenza del suo sguardo? Come fosse una dichiarazione di intenti…
Sì. Bisogna poi tenere presente che le fotografie di per sé sono bidimensionali per loro natura, hanno una realtà loro. L’unica realtà, se vogliamo, è quella che vediamo con i nostri occhi. Le immagini sono la proiezione di questa realtà, una rappresentazione che inevitabilmente cambia a seconda dei mezzi fotografici che si usano. Tutte le varianti di colore, di luci, anche quelle che apparentemente sembrano più verosimili, riflettono precise scelte dell’autore.

Oltre agli edifici in costruzione, da tempo porta avanti un rapporto consolidato con lo studio di architettura giapponese SANAA. Come è nato questo legame?
Con SANAA ci siamo conosciuti all’inizio degli anni 2000. In quel periodo ho avuto una mostra a Tokyo e da lì in avanti ho iniziato a lavorare su diversi edifici progettati da loro in Giappone e altrove. Non c’è una committenza da parte loro, non mi incaricano di documentare i loro edifici, né mi indicano cosa fotografare. Le opere che realizzo sono in tutto e per tutto opere mie. È vero che partono dalle loro architetture, però in un certo senso le uso per portare avanti la mia ricerca sul modo in cui si vede lo spazio. È come se ci fosse un’affinità culturale che ci unisce.

Che cosa c’è nella loro architettura che secondo lei è in grado di aprire le porte a questa sua riflessione?
I loro edifici e i loro concetti architettonici mi convincono per la complessa semplicità del loro linguaggio. Questo inizialmente sembra distanziato, astratto ed effimero, ma gli spazi costruiti sono poi sorprendentemente umani, pensati e costruiti per l’uso delle persone. La leggerezza, la trasparenza, la luminosità, una certa concretezza nell’uso dei materiali e del colore sono argomenti di connessione. Le opere che realizzo fanno parte di mostre e pubblicazioni comuni, sono un’espressione della nostra collaborazione.

Pensando ai suoi primi lavori, come quelli sulla montagna, è evidente che la riflessione sullo spazio sia una costante nella sua ricerca. Da che cosa nasce questo interesse?
La riflessione su questi temi riguarda innanzitutto il paesaggio della mia regione, il Trentino-Alto Adige, che io vedevo durante la mia infanzia e che oggi è radicalmente cambiato. Questo è avvenuto perché nelle zone alpine, a partire dagli anni Sessanta, il turismo legato agli sport invernali ha subito un incremento notevole. Le strutture sciistiche sono molto numerose, oggi non esistono più paesaggi davvero «naturali», la montagna è diventata sempre di più un paesaggio culturale usato a fini economici. Questo è il nostro modo di vivere, ma non tutto deve essere visto in maniera negativa, però è innegabile che ogni intervento su un luogo, anche un intervento di grande qualità, è sempre e comunque un evento che modifica l’ambiente naturale con le varie conseguenze.

Nelle sue immagini c’è un intento politico, una volontà di strutturare un’indagine sociale su certi temi? Penso ad esempio alla questione ecologica…
Fin dagli inizi del mio lavoro c’è stata chiaramente la volontà di riflettere su questi temi. Le zone di alta montagna funzionano come una sorta di sismografo, che aiuta a capire e vedere in anticipo che sono in atto dei cambiamenti forti. Ad esempio, le zone di permafrost o le zone di flora si stanno spostando sempre più in alto e questo indica una notevole alterazione dell’ecosistema globale.

Nei wallpaper che ultimamente utilizza nelle sue mostre, come nel caso di quelli che a CAMERA tappezzano molte delle pareti, ritroviamo questi elementi di flora montana. Sono spazi che sembrano incontaminati ma in realtà non lo sono?
Il wallpaper in cui si vedono zone di neve e zone boschive dal verde intenso, ad esempio, raffigura una montagna in Colorado, dove sono molto diffusi gli sport invernali. Nonostante sembri il ritratto di qualcosa di estremamente naturale, quei fiumi nevosi che si vedono sono le piste da sci costruite dagli uomini sradicando alberi. È un paesaggio modulato a favore dello sport e del turismo. Questi stessi luoghi in estate rivelano le tracce dell’azione intensiva dell’uomo.

Nei suoi video racconta la presenza massiccia di persone in montagna dovuta proprio agli sport. Qui mi sembra emerga anche una vena ironica, penso ad esempio al lavoro «Alpine Pirates».
L’ho chiamato così perché i protagonisti stanno di fatto cercando un tesoro. Alla fine della stagione sciistica, infatti, i gestori di uno ski resort organizzano un evento per incentivare il ritorno dei turisti l’anno successivo. Questo è un gioco che prevede che le persone paghino una quota che gli dà il diritto di scavare in uno spazio delimitato per cercare una piccola cassetta con all’interno le chiavi dell’auto messa in palio come premio. Quando qualcuno la trova l’azione finisce e le persone si disperdono nuovamente. Il video è velocizzato, ma in realtà sono quasi otto ore di girato.

Come nascono, da un punto di vista pratico, le immagini o i video che lei realizza?
Ogni lavoro inizia con uno studio abbastanza lungo. Cerco carte topografiche, testi e altri documenti che mi diano informazioni sul luogo e mi indichino come potermi muovere nel territorio. Quindi, quando arrivo per lavorare, guardo al paesaggio con un bagaglio di conoscenze molto diverse rispetto al classico turista che si approccia alla montagna con altri scopi. Il momento dello scatto è solo una fase intermedia del lavoro, c’è anche un prima e un dopo. Il prima è lo studio, il dopo è il lungo processo di postproduzione dell’immagine e tutto ciò che riguarda le scelte sulle modalità di presentazione. Sono tutti elementi importanti per me, tutto il processo è finalizzato alla realizzazione delle opere che poi presento sia in mostre che in pubblicazioni.

Una domanda di rito: progetti per il futuro?
I miei progetti sono tutti in progress. Ultimamente però sto portando avanti una ricerca che si chiama «Relikte (Relitti)», nella quale mi concentro su un tipo di archeologia alpina, come oggetti e strutture architettoniche prive di funzione. Non hanno più uno scopo, hanno perso la loro funzione per via del cambiamento climatico o funzionale, stanno solo lì. Per trovarli faccio delle ricerche, ma spesso li individuo grazie alla mia esperienza in questi luoghi.  Frequentandoli da tanti anni riesco a capire dove potrei trovare situazioni interessanti… ecco, sto lavorando anche su questo.

In occasione della mostra a CAMERA Silvana Editoriale ha pubblicato il volume Walter Niedermayr. Transformations

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