Nella staffetta di Christie’s ha vinto Monet

Pochi fuochi d’artificio nella vendita in tre parti da Londra a Parigi che ha fruttato 236 milioni di euro. Da Jeff Koons 10 milioni per l’Ucraina

La «Balloon Monkey (Magenta)» (2006-13) di Jeff Koons, offerta dai collezionisti ucraini Victor e Olena Pinchuk, è stata battuta per 10,1 milioni di sterline. Il ricavato sarà destinato ad aiuti umanitari per l’Ucraina. Cortesia di Christie’s Images Limited 2022
Anny Shaw |

L’immunità del mercato dell’arte rispetto alla realtà economica generale è stata messa alla prova durante le tre aste serali che Christie’s ha tenuto a Londra e Parigi ieri sera, 28 giugno, e che hanno fatto registrare pochi record e ancor meno fuochi d’artificio. Ciononostante, la casa d’aste ha ottenuto un risultato solido, realizzando 203,9 milioni di sterline (236 milioni di euro), rientrando comodamente nelle stime da 145 a 220 milioni di sterline.

L’asta in tre parti, che si è protratta per oltre cinque ore, ha preso il via con un gruppo di 20 opere fresche di mercato di Marc Chagall, consegnate dai discendenti dell’artista franco-russo. Anche senza il consueto contingente di compratori russi, la vendita ha realizzato 9,7 milioni di sterline (11,3 milioni di euro), superando la stima massima di 6,5 milioni.

Il prezzo di vendita di Chagall ha incoraggiato offerte molto alte (in media sette offerenti per lotto, secondo Christie’s). «Chagall è davvero uno degli artisti più trasversali, piace a tutti», affermava Giovanna Bertazzoni, vicepresidente del dipartimento 20/21 di Christie’s, recentemente accorpato.

Il prezzo più alto è stato raggiunto da «Le peintre et les mariés aux trois couleurs», dipinto un anno prima della morte di Chagall nel 1985, venduto al telefono a Londra a Tan Bo, direttore regionale di Christie’s in Cina, per 1,6 milioni di sterline.

La tappa londinese della vendita, composta da 63 lotti (le opere di Dana Schutz, Cy Twombly e Henry Moore sono state ritirate in precedenza), è stata sostenuta da una manciata di pezzi di prim’ordine, a dimostrazione del fatto che esiste ancora un mercato per le opere più classiche. Due dipinti di Monet, uno dei quali appartenente all’ambita serie delle «Ninfee» e in ottime condizioni, hanno raggiunto i prezzi più alti, entrambi venduti per 30,1 milioni di sterline allo stesso cliente (presumibilmente europeo) al telefono con Amelie Sarrado. Oggi consulente per i clienti, in precedenza era il braccio destro di Guillaume Cerutti, amministratore delegato di Christie’s a Londra.

È stato anche un acquirente europeo, il collezionista danese Jens Faurschou, a comprare la «Balloon Monkey (Magenta)» (2006-13) di Jeff Koons per 10,1 milioni di sterline. Venduta dai collezionisti ucraini Victor e Olena Pinchuk, il ricavato sarà destinato ad aiuti umanitari per l’Ucraina, in particolare per coloro che necessitano di protesi e riabilitazione dopo essere stati feriti a seguito dell’invasione russa. «Abbiamo puntato sui grandi nomi e il mercato ha risposto bene», commentava Bertazzoni.

Tuttavia, alcune opere non sono state vendute, tra cui lavori di Degas, Chagall, Moore e Paul Delvaux (i seni nudi fanno tanto 2019), e molte altre non hanno raggiunto le stime minime, tra cui pezzi di Damien Hirst, Anselm Kiefer, Frank Auerbach e Jean-Michel Basquiat, tutti storicamente punti fermi di ogni asta di arte del dopoguerra e contemporanea. Ma questa è la vecchia guardia.

Uno dei pochi record è stato quello di Barbara Hepworth, la cui «Hollow Form with White Interior» (1963) è stata aggiudicata per 5,8 milioni di sterline contro una stima di 4-6 milioni. Secondo Christie’s, le donne hanno rappresentato il 48% dei lotti degli artisti viventi nella vendita londinese, una percentuale più alta che mai. Tra i risultati più importanti, Lucy Bull, il cui «No More Blue Tomorrows» (2018) è stato venduto per 277.200 sterline; Rachel Jones, la cui «Spliced Structure» (2019) ha superato la stima di 150mila sterline raggiungendo le 403.200 sterline pagate da un cliente statunitense; e «Untitled V (Anatomy of Architecture series)» (2016) di Simone Leigh, una versione della quale è esposta alla Biennale di Venezia, anch’essa aggiudicata a un offerente statunitense per 724.500 sterline.

I collezionisti della regione Asia Pacifico stanno guidando alcune delle nuove tendenze, tra cui un mercato acceso per i cosiddetti lotti «wet paint», che sono praticamente impossibili da ottenere sul mercato primario e che, complice il fuso orario favorevole, sono stati proposti da Christie’s con otto ore di anticipo rispetto a Londra. I clienti dell’Asia Pacifico hanno rappresentato il 23% di tutti gli acquirenti; gli americani il 29% e quelli provenienti da Europa, Medio Oriente e Africa il 48%. Tra i nuovi offerenti e acquirenti della giornata, il 18% proveniva dalla regione Asia Pacifico.

Complessivamente, l’asta di Londra ha totalizzato 181 milioni di sterline, rientrando perfettamente nella stima di 133,2-195,5 milioni di sterline. La tranche parigina, anche se fortunatamente più breve con 24 lotti, è risultata più laboriosa e ha fruttato 13,2 milioni di sterline, un po’ al di sopra della stima minima di 12,1 milioni. La stima massima era di 17,7 milioni.

Descrivendo il risultato complessivo come «forte, ma non effervescente», Hugo Nathan, socio fondatore della società di consulenza d’arte Beaumont Nathan, affermava che «la maggior parte delle opere è stata venduta a prezzi impressionanti, anche senza fuochi dartificio». E aggiungeva: «Sospetto che lumore poco brillante sia stato più un sintomo di stanchezza alla fine di una lunga stagione che una chiara indicazione sul mercato». In effetti, le aste non sono più l’unico appuntamento importante in città in questo periodo dell’anno. Solo questa settimana si contendono l’attenzione le fiere Tefaf Maastricht e Masterpiece, mentre Art Basel si è chiusa appena dieci giorni fa.

Nonostante la concorrenza, sembra che le voci di una correzione del mercato dell’arte siano state per ora messe in sordina. Resta solo da vedere che cosa succederà nella seconda metà dell’anno.

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