Nella mostra di Enwezor l'estetica non soccombe alla teoria

Franco Fanelli |  | Venezia

Venezia. Il colpo di scena, Okwui Enwezor, lo piazza subito, aprendo il percorso della sua mostra «All the World's Futures» al Padiglione Centrale ai Giardini con la parola «Fine», quella che campeggia in una serie di opere di Fabio Mauri. Forse si deve cominciare dal fondo, dall'azzeramento, per ricostruire, o quanto meno ipotizzare un futuro? Mauri, d'altra parte, è un artista che incarna alla perfezione uno dei fili conduttori della mostra, ovvero la riflessione sulla storia e sul ruolo dell'artista come portatore di una responsabilità che non può essere limitata alla forma dell'opera, ma estesa al rapporto tra l'opera e il mondo, nelle sue implicazioni sociali e politiche.
Chi però temesse, memore della documenta curata nel 2002 dallo stesso Enwezor, di dover assistere a una mostra in cui il peso della teoria mortificasse l'estetica, alla Biennale di Venezia dovrò ricredersi.

È vero, il
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(l'articolo integrale è disponibile nell'edizione su carta)

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